Il destino dell’arte

Seguendo il corso della storia dell’arte, nelle sue linee generali, dalle antiche civiltà ad oggi, balza subito all’occhio un fatto epocale che ha segnato tutta la cultura occidentale a partire dalle soglie dell’età moderna: l’evoluzione dall’arte figurativa all’arte non rappresentativa, informale o astratta. È questa la decisiva cesura che ha congedato una storia bimillenaria di […]

Seguendo il corso della storia dell’arte, nelle sue linee generali, dalle antiche civiltà ad oggi, balza subito all’occhio un fatto epocale che ha segnato tutta la cultura occidentale a partire dalle soglie dell’età moderna: l’evoluzione dall’arte figurativa all’arte non rappresentativa, informale o astratta. È questa la decisiva cesura che ha congedato una storia bimillenaria di studio e rappresentazione del mondo, per volgersi ad una progressiva erosione e dissoluzione di tutti i classici modelli e ideali dell’arte del passato.

Nella nostra città trovano spesso ospitalità numerose mostre catalogabili sotto l’etichetta di arte sperimentale e astratta — le etichette per definire questa nuova stagione estetica sono innumerevoli anche se l’arte così chiamata, pur nelle sue diverse intonazioni individuali, si muove comunque nella medesima direzione di superamento del figurativo classico. Artisti famosi hanno esposto a Trieste, trovando una buona accoglienza. Di certo, innanzi a queste opere spesso difficili da decifrare, la categoria del bello è del tutto inadeguata. Si adoperano altri aggettivi per manifestare apprezzamento, aggettivi che magari sarebbero sembrati dispregiativi in passato mentre ora hanno un valore elogiativo. Difficile è capire con quale criterio i critici trovino riuscite o meno certe opere che sfidano la bellezza con la bruttezza seguendo il mito della demitizzazione di ogni nobile ideale dell’antichità.

Come si è giunti a questa dissacrazione ben rappresentata dalla tela tagliata di Fontana? Il suo squarcio profondo ha un duplice significato: rimanda alla deflagrazione del soggetto artista che crea e della realtà da rappresentare. La cultura della crisi ha ridotto l’uomo, le sue possibilità e l’ambiente che lo circonda ad una sorta di libro squinternato e mezzo cancellato dal tempo le cui pagine si sono come disperse in un gorgo buio per emergere ogni tanto, come relitti di un naufragio, alla superficie sconquassata dell’esistente. La metafora del libro è applicabile alla visione della vita, dell’uomo e dell’arte. Il libro classico, con un inizio e una fine, una trama comprensibile e solida, una scrittura chiara e accurata, una divisione in capitoli e una visione limpida e salda della realtà da narrare, ben richiama il modo in cui gli artisti del passato concepivano se stessi, il mondo, la vita e le loro rappresentazioni.

L’uomo, di fronte a se stesso, sostenuto dalla propria cultura e dalla propria spiritualità, si presentava nel passato come un bel libro miniato da sfogliare e leggere senza incappare nelle miriadi e miriadi di cruces desperationis che invece mutilano e rendono oramai illeggibile il palinsesto dell’umanità postmoderna. Le cruces desperationis, vengono adoperate nelle edizioni critiche dei testi antichi per indicare con il segno di croce † un passo o una parola inevitabilmente corrotti, non più ricostruibili e quindi perduti. Il libro coerente e ben scritto del passato, sotto la spinta devastatrice di una crisi morale, intellettuale e spirituale iniziata ben prima del suo più aperto dispiegarsi nel Novecento fino all’apogeo nei nostri giorni, questo libro le cui principali qualità erano il logos, la bellezza e l’armonia, si è disfatto in tante pagine logore e scollegate, in gran parte mutile o costellate di qualche rada e incerta parola leggibile e di tante, tantissime cruces desperationis. Un cimitero ove riposano i fantasmi di un passato che nessuno, perdute la grammatica e la sintassi dell’antico linguaggio, riesce più a decifrare e apprezzare.

Questo è il sommario sfondo in cui si è andato consumando il trapasso dall’arte figurativa all’arte astratta — il termine astratto non è molto di moda perché secondo certi critici ciò che l’uomo crea è sempre “qualcosa”, una “presenza” reale e con una sua logica, il che rende impossibile e irrealizzabile un’arte “astratta”. Poiché si tratta di scaramucce verbali dotate a mio avviso di secondaria importanza, continueremo a fregiare l’arte del postmoderno con l’aggettivo “astratta”. In filosofia il significato della parola astrazione rinvia a una forma di conoscenza che, con un procedimento logico, trae dall’esperienza sensibile di oggetti particolari dei concetti universali fuori dello spazio e del tempo. L’arte astratta conserva alcuni aspetti di questa accezione filosofica della parola. I segni aniconici di cui si serve non è che non esistano, ma sono come delle funzioni indeterminate e immateriali astratte dalle cose sensibili e tradotte in colori. Questo non esclude che l’arte in certi, anzi, in molti casi sia semplicemente astratta nel senso più comune, ovvero incapace di dire qualcosa e di farsi capire.

Se guardiamo alla storia dell’arte nel suo evolversi, da quella greca centrata sulla armoniosa plasticità della figura umana a quella bizantina ieratica e solenne, da quella gotica preziosa e squisita, ornata e aristocratica, fino alla fioritura del Rinascimento con la sua rinnovata percezione della spazialità e della profondità, della pienezza vivida e intensamente espressiva della figura umana che in questa spazialità si dispone con una coerenza e un realismo straordinari, già con il manierismo del ‘600 la forma comincia a subire delle torsioni e dei fremiti, sia nel disegno sia nella luce e nel colore. Una sensibilità nuova, inquieta e febbrile, inizia a manifestarsi. Da questo momento l’arte inizia ad assaporare una libertà che, in un cammino piuttosto lento e progressivo, dal barocco fino alla arte simbolista e romantica e quindi fino alla prima vera grande rivoluzione nella percezione e rappresentazione della realtà che fu l’impressionismo, si distaccherà totalmente dall’ispirazione sacra e dai principi formali tradizionali dell’arte figurativa.

Questo congedo del sacro inizia già prima, quando, specie nell’arte fiamminga e del Nord Europa, anche per influenza della riforma protestante che non ama le immagini sacre, si affermano nuovi soggetti artistici, come il paesaggio, le scene quotidiane — sia pure di una bellezza sconvolgente e rarefatta come nei quadri di Jan Vermeer (1632-1675) —, e i ritratti. Per parlare di uno stravolgimento vero e proprio e di una rivoluzione radicale dei principi classici dell’arte figurativa, si deve arrivare alla fine dell”800 e soprattutto all’inizio del Novecento con le avanguardie che mettono a punto un linguaggio artistico del tutto nuovo. L’Art Nouveau, il futurismo, il dadaismo, il surrealismo sono solo alcuni dei numerosi -ismi che costellano questa stagione. Una stagione che, nella diversità della aspirazioni e delle realizzazioni, è accomunata dalla messa in discussione del principio dell’arte come specchio della realtà visibile. Il reale viene sottoposto ad un processo di rielaborazione soggettiva che libera la fantasia e lascia correre a briglie sciolte l’immaginazione, sia pure ancora con una salda padronanza dei mezzi espressivi e degli stili. L’artista è sì un novatore, ma dimostra una sapienza tecnica di altissimo livello che viene applicata a soggetti nuovi (grandi e sapienti artisti dell’avanguardia novecentesca sono, tra i tanti, Gustav Klimt, Vasilij Kandinskij, Paul Klee, Salvador Dalì, Max Ernst e Giorgio de Chirico). Solo con l’avanzare del secolo, in un percorso che si è andato via via esasperando fino ad oggi, anche questa sapienza viene fatta cadere, più o meno volutamente, nell’oblio e i portali dell’arte si spalancano per accogliere qualsiasi estroso sperimentalismo oramai inaccessibile nella sua estrema soggettività.

Personalmente non amo, o forse non capisco, l’arte astratta. Né credo che si possa parlare di arte nel caso delle cosiddette installazioni, che assemblano in vasti spazi materiali di ogni genere a volte anche suggestivi ma privi di quell’impronta speciale che solo la mano calda e sensibile di un artista che si fa tutt’uno con i suoi strumenti di lavoro riesce a infondere ad un’opera d’arte. Le installazioni per me assomigliano a capannoni industriali che mettono insieme oggetti già formati e pronti per l’uso. E se è vero che l’arte in genere, perlomeno quella classica e profondamente umana, esercita un’influenza ravvivante e pacificatrice sull’anima, credo che il legame dell’arte con la sfera del sacro, in gran parte dimenticata, sia condizione ineludibile per vivere pienamente l’emozione estetica. Penso, tra le tante stupende opere del passato ammantate di sublime magnificenza, all’Annunciazione di Simone Martini, capolavoro del gotico con le sue dorature, le sue decorazioni sottilmente definite, la figura della Vergine simile ad un fiore che, timido e fragile, si ritrae al soffio del vento dello Spirito come se non si ritenesse degna del destino che l’attende.

E poi le ali dell’arcangelo Gabriele che sembrano fremere e volteggiare nell’aria, le vesti preziosamente decorate e principesche, il ramo di ulivo e il vaso di gigli sullo sfondo come ricamati su un ricco drappo d’oro: ogni particolare rimanda al genio e alla sapienza tecnica dell’artista e alla sua conoscenza religiosa. Infatti i quadri capolavoro dell’arte sacra non sono solo un trionfo estetico, ma un messaggio spirituale che rinnova e arricchisce la nostra percezione delle cose sante. Niente è casuale. La presenza dell’oro, le vesti e i loro colori, le espressioni del volto e la postura di tutta la figura, le linee e la luce, tutto è rivelatore di una qualità della verità divina intuita dall’artista e trasmessa anche a noi attraverso la sua opera. Dalla contemplazione usciamo più vivi e più ricchi, rinfrancati e riposati, come se avessimo trovato una sorgente freschissima dopo un lungo viaggio in terre aride e spoglie.

E contro la vulgata dell’arte medioevale come semplice narrazione sacra ad uso di poveri e analfabeti, si accampa la straordinaria ricchezza di livelli di un’opera che al piano narrativo unisce una ricca messe di strati via via più rarefatti, trasfigurati e pressoché inafferrabili. Questa esperienza così puramente bella e gioiosa è difficile ritrovarla nell’arte contemporanea, sia perché questa ha rinunciato alle sue possibilità narrative sia perché si è come inabissata nei vortici oscuri di una soggettività franta e incomunicabile. La radice di tutto questo è anche l’eclissi del sacro e dunque il divorzio, nel mondo dell’arte, dalla bellezza spirituale e divina che, in mezzo al naufragio dei nostri tempi, ci garantisce ancora soste di contemplazione e di pace in una realtà che urla troppo forte e con troppe, grezze e volgari parole.

 

 



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