Il Consiglio comunale impegna la Giunta a istituire il registro delle Dichiarazioni anticipate di trattamento

Non basta aiutare a sbagliare di meno, occorre impegnarsi nella battaglia a difesa della vita e della dignità della persona

Il Consiglio comunale impegna la Giunta a istituire il registro delle Dichiarazioni anticipate di trattamento

Non basta aiutare a sbagliare di meno, occorre impegnarsi nella battaglia a difesa della vita e della dignità della persona

LA DOMANDA

Caro Direttore,

il 3 dicembre scorso il Consiglio comunale di Trieste ha votato due mozioni che impegnano il Sindaco e la Giunta ad istituire il registro delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) relative ai trattamenti sanitari.
Vita Nuova ha già approfondito l’argomento la primavera scorsa, quando le due mozioni sono state presentate. Era emerso che le Dat non sono solamente un’ulteriore passo avanti verso l’eutanasia, ma sono esse stesse il mezzo per richiedere l’eutanasia. Su Vita Nuova erano state affrontate le problematiche relative al “testamento biologico” in sé e riguardo a questo registro, i dubbi sulla validità di simili dichiarazioni raccolte da funzionari non medici e rilasciate da persone attualmente sane in previsione di malattie che non necessariamente conoscono e che potrebbero diventare curabili fra 20 – 30 o più anni (periodo in cui una Dat rilasciata oggi potrebbe essere considerata ancora valida). Anche l’argomento “accanimento terapeutico” era stato affrontato sul settimanale da lei diretto sottolineando come sia un atteggiamento da evitare, condannato tanto dal Codice deontologico che dal Codice penale e anche dal Catechismo della Chiesa cattolica.

Torniamo alle due mozioni: una di Sinistra ecologia e libertà (Sel) ed una del Partito democratico (Pd). Le due mozioni si differenziano già nelle premesse: quella del Pd introduce il delicato argomento ribadendo anche che «si rifiuta qualsiasi forma di eutanasia, perché lesiva della dignità della persona, e qualsiasi dichiarazione atta ad ottenerla» e perché quella del Sel chiede anche un impegno a «stimolare il pubblico dibattito». Entrambe le mozioni sono state approvate: quella del Sel per un voto (11 favorevoli, 10 contrari, 5 astenuti e 4 non votanti), con una ampia maggioranza quella del Pd (18 favorevoli, 4 contrari, 3 astensioni e 6 non votanti).

Alcune considerazioni in merito. Sembra che il Sindaco Cosolini non darà seguito a queste richieste perché l’istituzione del registro delle Dat non rientra negli “obbiettivi di mandato”, non era presente nel suo programma e non è previsto da alcuna legge nazionale. Evidentemente Il Sindaco è consapevole che a Trieste vi siano altre urgenze. Solo propaganda da parte di chi le ha presentate per dimostrare l’attenzione degli eletti nei confronti degli elettori su determinati argomenti? Anche se fosse possiamo ben vedere come è orientata sui temi etici l’attuale maggioranza in Consiglio comunale.
Sembra che la mozione del Pd, forse più moderata, avrebbe avuto lo scopo di evitare la mozione del Sel, più “radicale”. In questo ha fallito perché anche questa mozione è stata approvata con tutto ciò che ne potrebbe conseguire. Non dimentichiamoci poi che le “premesse” hanno un’importanza limitata: basti vedere quelle della legge sull’aborto (194/78) che ha permesso l’uccisione di circa sei milioni di bambini in 34 anni nonostante si prefiggesse di tutelare la maternità.

Molti sono i cattolici presenti in Consiglio comunale. Alcuni di loro, con il loro voto o tramite l’astensione, hanno permesso l’approvazione di queste mozioni di cui alcuni sono stati pure promotori. Ricordo a tal proposito l’intervenuto dell’Arcivescovo mons. Crepaldi che, in un “Caminetto”, così rispondeva ad una domanda circa il ruolo dei cattolici impegnati in politica: «I cattolici sono tali se rispettano le indicazioni della Chiesa su questioni di fede e di morale. Ciò vale per ogni fedele laico, compreso il cattolico in politica altrimenti non si è cattolico. E non perché il vescovo ritiri la patente, ma perché se la brucia da solo».

Da ultimo dico che se un domani venissi “costretto” a scrivere la mia Dat chiederei, fra l’altro, se mi venissi a trovare in uno stato vegetativo persistente, di venir curato con la stessa umanità, la stessa passione, la stessa costanza e pazienza con cui Eluana Englaro è stata curata dalle Suore Misericordine di Lecco per 17 anni. Chi potrà garantire che questa mia richiesta venga esaudita e che io, non fosse altro che per un mero fatto economico, non venga indirizzato verso quei “volontari della morte” che Eluana hanno lasciato morire di fame e di sete in pochi giorni?
Marco Gabrielli

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LA RISPOSTA

Caro Gabrielli,

ci sono in politica visioni dell’uomo in competizione che richiedono di fare delle battaglie culturali e decidere con chiarezza da che parte si sta. Saranno anche finite le ideologie, ma non certo il bene e il male. Non sarà presentando una mozione un po’ più soft che si frena o si limita la possibilità che ne siano presentate altre molto più hard. Non è aiutando a sbagliare meno che si evitano errori disastrosi. Non è che socchiudendo la porta anziché spalancarla si eviti che passi l’aria. Non è affidandosi a generiche premesse che si impedisce che una mozione oggi o una legge domani apra la strada ad interventi contro la vita e la dignità umana. Le mosche cocchiere (tra cui, come lei dice, anche molti che si dicono cattolici) del registro Dat hanno permesso che risultasse chiaro che in Consiglio comunale c’è una maggioranza disponibile a battere questa strada. Hanno quindi attestato l’esistenza di un terreno su cui potranno essere seminate in futuro proposte molto più spinte. Hanno permesso al Consiglio comunale di assumere un volto e quindi di dare una indicazione alla popolazione. Anche se, come lei osserva, il Sindaco non recepirà la mozione ciò avverrà non perché la giunta si dica contraria (ed infatti non si dice contraria), ma solo perché il tema non c’era nel programma. Come dire: rimandiamo alla prossima volta. Il bene comune non è il minor male comune e la democrazia non è compromesso al ribasso. O la democrazia recupera l’uso della ragione in questi campi fondamentali che toccano la vita e la morte oppure si consegna all’ideologia del desiderio in tanti altri settori della vita sociale.

Quanto ai cattolici che hanno contribuito sia alla presentazione della (o delle) mozioni sia alla loro approvazione o con il voto o con l’astensione, dico semplicemente che se la loro presenza non emerge con chiarezza in questi casi non serve a nulla. È una presenza impolitica. Una presenza che non produce frutti politici, ma che si limita a stendere un tappeto rosso perché avanzi la politica altrui. Una presenza cattolica di questo genere è inutile e dannosa: che almeno le leggi sbagliate se le facciano da soli e che il tappeto rosso se lo stendano con le loro mani. Inoltre, per il cattolico, anche quando il suo ragionamento politico dovesse un po’ traballare o essere preda di incertezza, dovrebbe avere l’ultima parola l’insegnamento della Chiesa, che su questi temi ha sempre parlato chiaro. Anche nella forma del divieto, la fede insegnata dalla Chiesa aiuta la ragione politica a guardare meglio in se stessa. Invece accade il contrario: davanti ad un’evidente contraddizione tra ragione politica e fede si sceglie la prima, attestando così una ininfluenza della fede nella storia.

Stefano Fontana



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