Il Cielo dimenticato

Il cielo trapunto di stelle, il firmamento con le sue luminarie esaltate dalla profonda notte: non esistono popoli, epoche storiche e civiltà che non abbiano subito il fascino della volta celeste. Nel corso di una conferenza organizzata dal Circolo della Stampa sul tema “Il cielo degli antichi e dei moderni”, il fisico Lucio Crivellari ha […]

Il cielo trapunto di stelle, il firmamento con le sue luminarie esaltate dalla profonda notte: non esistono popoli, epoche storiche e civiltà che non abbiano subito il fascino della volta celeste. Nel corso di una conferenza organizzata dal Circolo della Stampa sul tema “Il cielo degli antichi e dei moderni”, il fisico Lucio Crivellari ha ripercorso le tappe fondamentali del rapporto tra l’uomo, creatura nata dalla terra, e il cielo, luogo dell’infinito, dell’eterno e del divino per molte credenze religiose. Mito, logos e legge fisica sono stati i cardini del suo intervento, dal quale traiamo spunto per alcune chiose ai margini.

Nell’evoluzione dall’antichità alla modernità, la relazione con gli spazi celesti si articola subito su due binari: da una parte lo studio materiale dello spazio sovrastante la terra, dall’altra la speculazione filosofica, mistica e spirituale delle profondità celesti assunte come simbolo di tutto ciò che spinge l’uomo ad elevarsi e ad affrancarsi dalla stessa gravità terrena.

Concepita presso le civiltà più antiche, come quella mesopotamica ed egizia, in guisa di una cupola sovrastante la terra (a sua volta immaginata ancora come una piatta distesa), la volta celeste, con i suoi astri brillanti e remoti, è stata via via spiegata nella sua stessa materialità e natura come un agglomerato purissimo di materiali preziosi quali il diaspro, lo zaffiro e il quarzo, trapunti di luci dorate. Queste luci a loro volta sono descritte ora come delle incisioni sulla cupola del cielo, ora come lampade pendenti in una grande sala. Pur nel variare delle antiche spiegazioni materiali, ancora tanto lontane dalle acquisizioni della scienza moderna, in tutte le civiltà e culture dell’antichità il cielo è stato identificato con la residenza degli dei. Pensiamo agli assiri, ai babilonesi, ai greci, pur avanzati nella loro osservazione degli astri e dei fenomeni celesti, e allo stesso tempo affascinati dal pensiero che in quelle siderali lontananze vivessero divinità dalle facoltà preternaturali.

Solo con lo sviluppo della scienza occidentale moderna, a partire del XV e XVI secolo, soprattutto con l’ausilio di apparecchiature tecniche più evolute, l’osservazione e lo studio del cielo si sono poco a poco affinate in precisione ed efficacia, fino alle scoperte più recenti che hanno aperto portali di approfondimento davvero straordinari. Tuttavia, questa estensione della conoscenza del cielo, che ha dimostrato quanto vaste e abissali siano la sapienza e l’immensità delle leggi che regolano il cosmo, anziché dilatare la meraviglia e il senso del sacro nell’uomo, nella maggior parte dei casi ha portato ad un’esaltazione della ragione — arbitra esclusiva del sapere, del volere e dell’agire —, a una visione materialistica della vita e a una cancellazione progressiva della trascendenza. Eppure, per evocare nello spazio di un attimo il senso e la forza del miracolo scritto nella vita, basterebbe guardare le immagini strappate da sonde, satelliti e telescopi alle profondità del cielo o all’abisso riavvolto dentro un atomo: distese di colori e di onde fiammeggianti, arabeschi danzanti e iridescenti di luci e di dardi di fiamma che ruotano tra circonferenze fluorescenti.

Nonostante i rilievi ammalianti e straordinari che la scienza riesce a “spigolare” nell’infinito espandersi dello spazio celeste, la visione dominante è quella classica del positivismo: materia cieca e indifferente, distribuita e organizzata sul filo del caso. Un caso davvero intelligente, viene da dire. Lo stesso aggettivo “organizzato” riferito a questa materia cieca e quindi priva di un principio interno di coesione e di orchestrazione, è un’assurdità: niente si organizza da sé, per una sorta di caotica e inspiegabile fatalità. Anche il fato poi ha una sua logica determinante.

Questa deriva ha spogliato il cielo di ogni legame con il divino e ha chiuso le porte tra la terra e l’etere. L’avventura, che può ancora appassionare i delusi, gli esausti e i senza patria, è vestire i panni dei cercatori di tesori che prendono il largo per ritrovare i preziosi e sacri chiavistelli che riaprano questi portali.

Se la Bellezza salverà il mondo, al suo fianco ci sarà anche il Cielo. La scienza, oggi come non mai, ha la possibilità di fare proprio e di attestare, anche con prove visibili e certe, l’assunto caro ai Padri che recita “dalle creature si riconosce il Creatore”. Un assunto che si afferma e si conferma da sempre sul piano teologico, mistico e spirituale, essendo il cielo fin dall’antichità, come abbiamo premesso, il simbolo della divinità e della sua gloria. Sarebbe interessante recensire tutti i passi delle Scritture in cui compare la parola “cielo” coniugata con il “divino”: il cielo dimora di Dio e luogo della manifestazione della sua potenza, tema che attraversa in una forma altamente lirica la preghiera dei Salmi; il cielo fatto di tante dimore ove Cristo ci promette di prepararne una per noi; il cielo ove Gesù stesso, Risorto, ascende sotto gli occhi dei discepoli. Metafora di qualcosa di trascendente o realtà invisibile collocata in una dimensione impenetrabile ai nostri sensi e alla nostra stessa intelligenza, il cielo è comunque un centro incandescente di assonanze e di echi che chiamano in causa il sacro. Pensiamo al valore simbolico che hanno le montagne nelle più diverse religioni: la montagna, per la sua elevatezza, sembra toccare il cielo e per questo viene assunta come luogo ideale dell’incontro con il divino e il trascendente. Essa collega la terra, dominio degli uomini sottoposto ad ogni genere di gravità, al cielo, regno di Dio che lo percorre nei giorni di tempesta, come cantano i nostri Salmi, con un cocchio infuocato guidato dai cherubini, manifestando nella sua corsa impetuosa e regale tutta la sua potenza, gloria e sovranità sull’universo intero. Sul Sinai Mosè parla con Dio, sull’Oreb Elia incontra Dio nella brezza o, per rimanere più fedeli all’originale ebraico, nella “voce di un silenzio sottile”, stupendo ossimoro che esprime l’assoluta magnifica pienezza d’essere dell’Altissimo.

Le stesse chiese edificate nel corso dei millenni sono figure di congiunzione tra terra e cielo, luogo ove si celebra l’incontro dell’uomo con Dio. Lo slancio vertiginoso delle cattedrali gotiche realizzano perfettamente la quintessenza dell’edificio sacro: risvegliare e intensificare l’ebbrezza dell’ascesi e del volo celeste. Come uccelli in un vascello alato, gli uomini raccolti nel tempio si levano verso l’alto e cantano lode in excelsis Deo.

Oggi la terra ha preso sopravvento sul cielo, in tutti gli ambiti sopra accennati. Le montagne sono diventate rocce nude e taglienti da sfidare per dimostrare il proprio personale valore. La chiesa rischia di scadere a luogo di aggregazione sociale che elargisce servizi e organizza momenti conviviali, come un qualsiasi club di volontari o un’associazione per il tempo libero. Chi ci parlerà più delle cose ultime e del vero senso del nostro essere, vivere e morire? In poche parole, chi ci parlerà più del Cielo?

Senza il cielo l’uomo non è più uomo. Senza il cielo, parafrasando Dostoevskij, “tutto è permesso”. Un monito serio, tragico e profetico su cui soffermarsi. Tra i tanti esercizi con cui ogni giorno cerchiamo di mantenere ben svegli e pronti il nostro corpo e la nostra anima, manca forse l’esercizio fondamentale, il crocevia di tutte le nostre domande e necessità: l’esercizio spirituale, che ha il suo culmine nel farci levare gli occhi verso l’alto. Da questo osservatorio, la terra non è più uno specchio opaco e offuscato, di giorno in giorno più impenetrabile alle trasparenze celesti e ai raggi del sole. Essa può diventare una cristallina distesa in cui il cielo si riflette e la luce sfolgora, rivelandoci anche nell’angolo più nero, traviato e dimenticato delle nostre disfatte, la vera ragione per cui siamo stati chiamati ad esistere. Il nostro stesso modo fisico di esistere è già una premessa al nostro essere transitorio e al suo fine: con i piedi ben piantati a terra, a dire che siamo fragile e mortale argilla, ma la fronte rivolta verso il firmamento, simbolo di eternità e di infinito, luogo degli astri che rischiarano la notte, ma anche, secondo l’etimologia più antica della parola, luogo della stabilità, della fermezza e della pace in cui niente vacilla.



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