Il ‘caso Kugler’ in Austria e i cattolici in politica

L’ultimo caso si è avuto alle recenti elezioni di Vienna e ha visto protagonista la prof.ssa Gudrun Kugler, fondatrice e presidente, fino a ieri, dell’Osservatorio sulle persecuzioni ai cristiani in Europa e oggi eletta nelle file dell’Österreichische Volkspartei (ÖVP). Ci riferiamo al fenomeno recentissimo ma ormai già diffuso su scala internazionale, e che merita approfondita […]

L’ultimo caso si è avuto alle recenti elezioni di Vienna e ha visto protagonista la prof.ssa Gudrun Kugler, fondatrice e presidente, fino a ieri, dell’Osservatorio sulle persecuzioni ai cristiani in Europa e oggi eletta nelle file dell’Österreichische Volkspartei (ÖVP). Ci riferiamo al fenomeno recentissimo ma ormai già diffuso su scala internazionale, e che merita approfondita riflessione, dei ‘testimonial’ cattolici in politica. Testimonial proprio nel senso che provengono da un’esperienza di fede viva e non nominale: esponenti di punta dei movimenti organizzati, laici impegnati nell’apostolato militante, giovani consacrati anima e corpo alla nuova evangelizzazione. Il caso della Kugler ha fatto discutere e aperto una discussione seria che sta arrivando anche in Italia (da ultimo si pensi al neo-partito PDF lanciato da Mario Adinolfi e Gianfranco Amato o alle voci che hanno visto coinvolta Costanza Miriano, data da alcuni per sicura candidata, prima che l’interessata smentisse ogni impegno partitico). Per capire che cosa sta accadendo, in Austria come in Italia, occorre però fare un passo indietro. Per decenni, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i voti dell’elettorato cattolico sono stati amministrati di fatto dai partiti democratico-cristiani (lasciamo stare qui i singoli giudizi di merito sull’operato) che garantivano una minima presenza e una qualche rappresentanza politica dei temi più cari alla Dottrina sociale. Questo processo è andato avanti in pratica fino all’inizio degli anni Novanta quando in Italia come altrove, anche se per ragioni diverse, la vecchia classe dirigente, e la logica del consenso che la sosteneva, è andata rapidamente in crisi e, con essa, l’esperienza partitica che aveva gestito. Parallelamente, in quasi tutta Europa, i venti della liberalizzazione – facendo leva sulla crescente debolezza degli esecutivi – hanno spinto per arrivare a un sistema sempre più forte di bipolarismo tendenzialmente bipartitico, con uno schieramento progressista erede delle scuole socialiste e marxiste e uno grossomodo liberalconservatore, a sua volta figlio delle scuole di pensiero più moderate e anticomuniste. Il primo bivio per i cattolici è stato qui: a fronte di ri-elaborare una presenza nuova nel nuovo sistema parlamentare, e nell’impossibilità di ricreare la Democrazia Cristiana a livello nazionale, bisognava scegliere tra l’uno e l’altro schieramento. Ma già qui c’è stata la prima grande diaspora: se per alcuni lo schieramento da scegliere era ovvio – pacifico che fosse il centrodestra – per altri non era affatto così ovvio e anzi a loro dire la stessa parabola dell’esperienza democratico-cristiana pareva legittimare una presenza solo a sinistra, per vari motivi (l’antifascismo, il pacifismo, una certa lettura della Modernità e molto altro ancora). Poi, e tra i due, c’era pure chi tentava un nuovo blocco di centro, sotto nuove sigle e inedite modalità, convinto che proprio nell’equidistanza tra gli estremi opposti consistesse invece la ratio stessa dell’essere cattolico in politica. Insomma, un bel caos, non c’è che dire.

Nel merito, comunque, per un po’ l’agenda cattolica ha tenuto. Tenuto non nel senso che siano state fatte chissà quali cose – anzi,  in molti casi non è stato fatto proprio niente – ma incredibilmente, esattamente qui, vista oggi, sta il merito (e non stiamo scherzando) di quell’esperienza. Non facendo niente, infatti, è vero che non si è fatto niente di positivo ma non si è nemmeno fatto niente di negativo, soprattutto niente contro quelli che sono passati alla storia come ‘princìpi non negoziabili’. Il peggio è venuto dopo, quando – anche qui per vari motivi – il blocco liberalconservatore ha ceduto al relativismo di massa e i candidati cattolici pure presenti in quegli schieramenti si sono accodati al nuovo spartito. Si è capito allora che non si poteva più dare deleghe in bianco e che nella nuova stagione servivano, per dirla con uno slogan del nostro Direttore, non dei ‘politici cattolici’ ma dei ‘cattolici politici’: cioè, non dei professionisti della tattica democratica magari con il bollino filo-ecclesiale, ma dei cattolici praticanti che personalmente in ragione della loro fede fossero disposti a portare avanti con responsabilità un impegno leale alla luce del Magistero e della Dottrina sociale convinti loro per primi del fatto che senza la luce della Rivelazione non si possa fare nessun discorso serio sul bene comune e sulla giustizia sociale. La cosa insomma è ben diversa, come si vede. Anche la candidatura della professoressa Kugler in Austria nasce da questa necessità, e quindi, il fenomeno, come si diceva, sta diventando un’azione realmente diffusa, a testimonianza di una crisi seria di rappresentanza elettorale che a livello continentale non ha probabilmente precedenti.

Fatta salva finalmente la garanzia della credibilità della persona anche così i problemi, tuttavia, non mancano. E non di poco conto. Il primo è di ordine ancora partitico. C’è chi sostiene infatti che la candidatura per contare vada spesa solo in partiti che abbiano una reale rappresentanza popolare e all’interno dei quali poter poi incidere concretamente nei processi decisionali. E c’è chi invece sostiene che occorra ripartire da zero rifondando le ragioni dei cattolici in politica proprio perché ormai tutti i partiti praticamente sono ipotecati dal compromesso e dal relativismo. Dalle nostre parti, per esempio, è questa la posizione del PDF cui si accennava prima. Chi ha ragione? In realtà c’è del vero in entrambe le posizioni: per poter contare in politica bisogna andarci in Parlamento (o in Consiglio, a livello locale), se non ci si riesce nemmeno ad entrare non ha senso fare promesse altisonanti. Però è pure vero che se poi ci si va solo per vendere al migliore offerente i voti della base, allora è meglio non andarci. D’altra parte non va dimenticato che anche il lavoro informativo e culturale, pre-politico, fatto dalla Kugler in Austria (per restare all’Austria) in questi anni è stato importantissimo e una volta andata via lei resta tutto da vedere che quello spazio conquistato faticosamente verrà mantenuto e alimentato con la stessa capacità e lo stesso carisma. Quando si abbandonano delle posizioni a livello mediatico è poi sempre difficile recuperarle. E se poi l’entrata in politica non dà risultati, anzi la emarginerà del tutto? A quel punto si perderebbe non solo la battaglia culturale ma anche l’agibilità partitica di questo o quel tema legato ai princìpi naturali, fanno notare alcuni. Non sarebbe allora meglio continuare a svolgere il lavoro pre-politico e lasciare la scena partitica ad altri professionisti con più esperienza nel settore allargando magari le alleanze? Comunque la si metta, la discussione è aperta. Da parte nostra vorremmo aggiungere solo un’osservazione che nell’attuale dibattito non sempre viene fuori col risultato di sbagliare poi il giudizio complessivo anche politico-partitico. A monte di tutti i pro e i contro delle varie scelte di merito e di metodo secondo noi bisognerebbe sempre tenere presente che la cultura di riferimento dei nostri elettorati nazionali è sempre meno cristiana, e ancor meno cattolica, perché come diceva già Benedetto XVI oggi il vero grande sconosciuto per gli adulti del nostro tempo, prima ancora che per i ragazzi, spesso è Gesù Cristo. Se la media domenicale alla Messa varia mediamente tra il 12, il 15 e il 20% (in Italia) quando va proprio bene significa che – bene che vada – circa l’80% degli italiani non santifica il precetto o, per dirla in un modo più semplice e meno catechistico, non ha un particolare interesse verso Dio, e tutto sommato vive bene anche senza. Che poi esistano anche i ‘cristiani culturali’, come li chiamano i sociologi, quelli cioè che pur non andando a Messa si dicono però ugualmente cristiani e simpatizzano con i temi identitari del Cristianesimo in pubblico, è senz’altro vero, ma che questo aumenti la cifra della media alla Messa di molto non ci giureremmo. In altri termini, fare riferimento solo alla Dottrina sociale o al Decalogo – almeno nel breve periodo – potrebbe non bastare affatto perché si parla una lingua che l’ascoltatore nell’elettorato non comprende più, ammesso che gli interessi. Si tratta allora, forse, di ripartire dalla constatazione che, come all’inizio del Medioevo, è l’intera civiltà che va riguadagnata al Vangelo e nulla può più darsi per scontato. Sarà un processo lungo, molto lungo, lunghissimo, difficile anche da quantificare, perché l’ospedale da campo, per dirla qui con Francesco, è materialmente immenso. Non basterà quindi una legislatura intera e nemmeno due o tre visto che il lavoro da fare è sulle nuove classi dirigenti più che sulle riforme singole, sulle mentalità controculturali da far crescere e consolidare, e sulle generazioni che verranno, cose per cui di solito si va per decenni. Esserne consapevoli, però, significa già essere a buon punto.



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