Il Cafè viennese e l’educazione del gusto che non c’è

Nei giorni in cui si ricorda Franz Joseph non può mancare un ricordo di quell’istituzione che a parere nostro, e non solo nostro, forse più di ogni altra ha contribuito a qualificare idealmente nell’immaginario collettivo la civiltà mitteleuropea: il Café. No, non la bevanda naturalmente, ma il locale che – per estensione – da questa […]

Nei giorni in cui si ricorda Franz Joseph non può mancare un ricordo di quell’istituzione che a parere nostro, e non solo nostro, forse più di ogni altra ha contribuito a qualificare idealmente nell’immaginario collettivo la civiltà mitteleuropea: il Café. No, non la bevanda naturalmente, ma il locale che – per estensione – da questa prende il nome (in tedesco) per designare appunto quel particolare luogo dello spirito, della convivialità e della cultura del costume diventato poi una sorta di cartolina itinerante del “made in Vienna”, per così dire. Forse con la globalizzazione abbiamo finito anche noi per dimenticarlo ma il Cafè, in effetti, rappresenta un unicum al mondo. Non esiste e invano lo si cercherebbe in America, né al Nord, né al Sud, non esiste in Asia o in Africa, ma non esiste nemmeno in Russia o in Scandinavia: il suo habitat è invece geograficamente e storicamente nell’Europa centrale, appunto la nostra Mitteleuropa. I motivi per questa unicità sono tanti e differenti ma se dovessimo dirne uno più rilevante di altri diremmo senz’altro l’umanesimo classico perché la si metta come si vuole ma la patria dell’educazione letteraria e artistica in senso proprio è stata l’Europa. E’ questo che spiega, per esempio, come mai solo in Europa si sia potuto sviluppare questo strano locale (che non è una scuola, non è un museo ma nemmeno un semplice bar) in cui al prezzo di una tazza di caffè l’avventore di turno aveva diritto a un comodo posto su un curato divanetto di pelle con la collezione quotidiana dei giornali liberamente a disposizione, al caldo di un caminetto antico prima o di un più moderno riscaldamento poi, per tutto il tempo che avesse voluto, senza essere disturbato perché la musica di sottofondo – quando c’era, se c’era – era obbligatoriamente tratta dalla migliore tradizione operistica o comunque dell’album di spartito della musica classica viennese, piuttosto che tedesca. Avevamo quindi insieme, in un solo luogo, a una cifra modica, quanto mai ‘popolare’, dolciumi tipici e bevande della cucina casalinga, cultura dell’informazione tanto generalista quanto specializzata (si pensi all’importanza che assumevano in questo luogo le riviste eleganti di critica, tanto drammaturgica quanto di prosa contemporanea), senso del bello e valorizzazione del gusto insieme (l’arredamento degli spazi, la luce scelta, il volume della musica). Possiamo quindi dirlo senza timore di smentita: uno spazio simile non è mai esistito, da nessuna parte e, per favore, diffidate delle imitazioni. Il bar italiano, il pub inglese o la paninoteca americana, tanto per fare i primi esempi che vengono in mente, non si avvicinano nemmeno lontanamente, in nessun modo, al Cafè mitteleuropeo: e non si tratta di un giudizio di preferenza soggettiva, ovviamente, semplicemente non costituiscono dei luoghi di fine aggregazione culturale e sociale come lo è il primo ed è per questo che la parola ‘istituzione’, con le sue profonde e suggestive evocazioni simboliche e metaforiche, non ci appare affatto esagerata in questo caso. Ancora, si può forse osservare che il Cafè con i suoi abituali riti tipici civili di accoglienza, amicizia e lavoro trasmette un’idea del tempo complessiva da meditazione e riflessione calma, cosa che non si può dire – di nuovo – di tutti gli altri casi. E’ anche e soprattutto per questo motivo, dopotutto, che generazioni di artisti e di pensatori e in generale di studiosi sono cresciuti nei Cafè: non perché fosse uno status symbol, chiaramente, ma perché tutto o quasi in quel posto facilitava l’ingresso alla dimensione autentica della cultura non scolastica, a cominciare dall’educazione all’ascolto ragionato, che è la prima vera disciplina che un lettore consapevole impara ad apprendere. Così, la perdita del Cafè come istituzione culturale e sociale insieme dovrebbe rappresentare una preoccupazione per chiunque abbia a cuore memoria e identità, e qui non ci riferiamo solo al titolo dell’ultimo libro di Giovanni Paolo II, evidentemente. Si fa presto a dire che anche le società hanno le loro trasformazioni naturali e tutto cambia: non siamo così certi che scomparsa un’istituzione ne crescerà in breve un’altra al posto suo, proprio perché le istituzioni non s’inventano, ed è qui che volevamo arrivare alla fine. Un bar o una birreria, per rifarci all’esempio di prima, potrai sempre aprirli, ad ogni ora e in ogni luogo, ma ricreare un Cafè, la sua atmosfera e i suoi ambienti è tutt’altra cosa dal momento che le istituzioni non s’inventano dalla mattina alla sera. Qualcuno obietterà subito che sono le persone a fare gli ambienti e non viceversa, il che può essere vero, ma resta allora aperta la domanda sull’educazione morale delle persone che in quel contesto era assicurata da una vera e propria rete di formazione organizzata sulla cui garanzia chiunque intimamente scommetteva certo di trovarsi in buone mani. In ogni caso, nessuno, ma proprio nessuno, a nessun livello, poneva in questione cose di natura metafisica. Le opzioni che oggi passano per maggioritarie a livello religioso non sono mai state di massa: tutti citano Kant e Nietzsche come – in modo sensibilmente diverso – autori della svolta della modernità secolare ma persino loro – ed è tutto dire – non sarebbero del tutto comprensibili senza le loro contrastanti premesse religiose (il pietismo degli anni giovanili per il primo, il luteranesimo dei genitori per il secondo). Insomma, con tutti i problemi che ci sono in giro oggi non sarà di certo il primissimo da affrontare, ma non per questo la scomparsa del Cafè dal nostro orizzonte culturale può essere derubricata sic et simpliciter ad argomento da passatempo come l’ultima partita di calcio. A meno che in fondo non crediamo anche noi, con una delle tanti frasi fatte sciocche che vanno per la maggiore, che “tutto è cultura” e tra una gara di pallone e un trattato di storia spirituale la differenza sia solo di forma e non anche di sostanza. Fosse davvero così, ci sarebbe ben poco da aggiungere (a un certo punto anche il diritto di replica ha un limite, francamente), e ognuno potrebbe trarne le sue conclusioni.



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