Il 2015 mitteleuropeo

Come al solito, a fine anno si fanno i bilanci e la domanda è quindi d’obbligo: che anno è stato questo 2015 per la Mitteleuropa? che cosa resterà? sono state più le sorprese o le delusioni? Detto fra noi, in tendenziale controtendenza rispetto all’Occidente latino, ci sentiremmo di rispondere che l’anno che ci lasciamo alle […]

Come al solito, a fine anno si fanno i bilanci e la domanda è quindi d’obbligo: che anno è stato questo 2015 per la Mitteleuropa? che cosa resterà? sono state più le sorprese o le delusioni? Detto fra noi, in tendenziale controtendenza rispetto all’Occidente latino, ci sentiremmo di rispondere che l’anno che ci lasciamo alle spalle per la vecchia Mitteleuropa cristiana è stato uno dei migliori degli ultimi anni. Una breve panoramica su Paesi come Croazia, Ungheria e Polonia mostra abbondantemente come le radici cristiane in più di un caso siano ancora vive e piuttosto resistenti, altro che roba da museo. Relativamente alla Croazia l’anno passato ha visto il ridimensionamento di quel partito socialista del premier Zoran Milanovic che aveva cercato di imprimere un accelerazione secolarista sui principali temi etici e la vittoria alle presidenziali della candidata cattolica del partito conservatore Kolinda Grabar-Kitarovic, prima donna nella storia del Paese, mentre in Ungheria il governo di Viktor Orbàn continua a governare con una maggioranza assoluta che lucra non pochi dei suoi consensi proprio in ragione della ri-scoperta della tradizione magiara radicata nel Cristianesimo e della centralità della famiglia come soggetto politico e non solo meramente culturale. Se alcune posizioni si sono irrigidite in politica interna e sulla sicurezza, tuttavia a sorprendere ancora di più è stata la tenuta economica del Paese che con una inedità modalità ‘semi-dirigista’ e la nazionalizzazione di diversi settori ha portato – contro ogni previsione – a ridurre in breve tempo sensibilmente sia il tasso di disoccupazione che il debito pubblico. E che dire della Polonia? Dalla scorsa estate ha un nuovo presidente, Andrzej Duda, esponente di quel partito Diritto e Giustizia (PIS) che verso fine anno si è aggiudicato le elezioni politiche scegliendo anche qui una donna, Beata Szydlo, per il ruolo di primo ministro: oltre che provenire dallo stesso partito, i due, neanche a dirlo, sono anche rappresentanti di quel laicato cattolico vivacemente attivo in politica che nella Nazione di San Giovanni Paolo II vanta ancora una forza di mobilitazione come pochi altri. Ma buone notizie sono arrivate anche dalla Slovacchia dove la seconda marcia nazionale per la vita, svoltasi in settembre a Bratislava, ha superato inaspettatamente le 85.000 presenze (più del doppio di quelle italiane in quattro anni, per avere un metro di paragone significativo) con una foltissima partecipazione giovanile, il che lascia sperare anche per il futuro. Insomma, a guardare il mondo da Zagabria, Varsavia, Budapest e Bratislava le cose appaiono molto più incoraggianti e in generale positive rispetto alle tendenze in atto nel nostro Occidente ricco ma “sazio e disperato” per usare le parole del cardinale Giacomo Biffi di qualche anno fa. E ci sarebbe ancora da citare la Russia che anche se non fa parte della Mitteleuropa estende comunque la sua area d’influenza ancora su molti degli ex Paesi-satelliti tuttora confinanti con Mosca (si vedano gli accordi di cooperazione commerciale bilaterale siglati nei mesi scorsi nel settore energetico non a caso proprio da Orban con Putin).

Non stiamo dicendo per questo naturalmente che oltre il Danubio è tutto ‘rose e fiori’ ma comunque il dato incoraggiante sulla vitalità della società civile che poi esprime anche le classi dirigenti politiche dei rispettivi Paesi pare al momento piuttosto esteso a livello trasversale, con solo poche eccezioni, spiegabili anche con evidenti motivi storici (la Repubblica Ceca, ad esempio, che è forse lo Stato in cui l’ateismo organizzato ha raggiunto i livelli più ferrei fino al 1989 è tuttora un Paese dove la non-credenza segna la cultura dominante e la Chiesa è una presenza a malapena tollerata e già marginalizzata senza quasi più nessuna presa sul corpo sociale). Però, eccezioni a parte, per una volta ci sentiamo di dire che a Est – parafrasando al contrario la celebre opera di Erich Maria Remarque – dopo il lungo gelo delle dittature novecentesche c’è veramente qualcosa di nuovo e di meritevole di studio e attenzione. Speriamo solo che duri e possibilmente, oltre alle riforme sociali ed economiche, porti frutti veri e duraturi di autentico rinnovamento morale e spirituale, per il bene dei loro popoli, e anche per quello dell’Europa intera.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *