I vescovi italiani contro la legge sul fine vita: “È radicalmente individualistica”

I dubbi del cardinale Bagnasco sul provvedimento all’esame del Parlamento: “Si trasforma il medico in un notaio”. Critiche alla pratica dell’utero in affitto e alla diffusione delle teorie gender, una “colonizzazione ideologica”

“La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato”. A dirlo, nella prolusione del Consiglio episcopale permanente della Cei in corso a Roma fino a dopodomani, è stato il cardinale Angelo Bagnasco, confermato alla guida dei vescovi italiani fino alla prossima assemblea elettiva di maggio. “In realtà – ha detto l’arcivescovo di Genova – la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre a essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali”.

Per quanto attiene all’accanimento terapeutico, “di cui non si parla nel testo”, “è acquisito che è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di ‘terapie proporzionate o sproporzionate’ si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali”.

Dubbi anche sul ruolo che rivestirebbe il medico: “Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari”, ha concluso Bagnasco.

Parole dure anche riguardo la pratica della maternità surrogata, “comunemente chiamata ‘utero in affitto’. In questo caso– ha detto il presidente della Cei – avviene una duplice ingiustizia: innanzitutto è violata la Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959), che recita: ‘Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre’. Inoltre, sono negati i diritti delle madri surrogate, che diventano madri nascoste, anzi inesistenti, dopo essersi sottoposte – spinte per lo più dalla povertà – ad una nuova forma di colonialismo capitalistico: si commissiona un bambino, potendosi servire anche di elenchi – si fa fatica perfino a dirlo – di ‘cataloghi’ che indicano paesi, categorie di donne, opzioni e garanzie di riuscita del ‘prodotto’ che – se non corrisponde – viene scartato. E’ questa la civiltà, è questo il progresso che si desidera raggiungere?”.

Nel testo della Prolusione uno spazio rilevante è stato dedicato alla diffusione delle teorie gender: “Non di rado accade, in alcuni paesi europei, che, con motivazioni condivisibili, si trasmettano visioni e categorie che riguardano la cultura del gender, e si banalizza la sessualità umana ridotta a un vestito da cambiare a piacimento”. Bagnasco ha citato il Papa, che “denuncia quello che chiama ‘indottrinamento della teoria del gender’, per cui – dice – che ‘fare l’insegnamento nelle scuole su questa linea per cambiare la mentalità’ è una inaccettabile ‘colonizzazione ideologica’”.

di  Matteo Matzuzzi

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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