I medici obiettori? C’è chi li vuole tutti in galera

Per dire  bugie e raccontare panzane senza arrossire occorre avere tutto il glamour e lo stile mascarato della grande stampa di informazione. Che poi, a guardare bene, di informazione non ne fa mai troppa perché più spesso preferisce truccare le carte e usare mazzi farlocchi. Anche quando il tema in esame richiederebbe un surplus di […]

Per dire  bugie e raccontare panzane senza arrossire occorre avere tutto il glamour e lo stile mascarato della grande stampa di informazione. Che poi, a guardare bene, di informazione non ne fa mai troppa perché più spesso preferisce truccare le carte e usare mazzi farlocchi. Anche quando il tema in esame richiederebbe un surplus di onestà e rispetto per i lettori. E la salute è argomento sul quale è preferibile non scherzare, tantomeno propalare balle a scopi politici. Come hanno fatto, invece, i due big dell’informazione, Corriere della Sera e Repubblica nelle loro inserti settimanali. Il primo con un pezzo sulle nuove medicine anti cancro, l’altro rilanciando un suo vecchio, ma sempre buono, ronzino di battaglia: l’aborto e i crudeli medici obiettori che costringono le donne alla clandestinità.

Il titolo del Corriere è da brividi e suono alquanto sinistro per chi abbia purtroppo a che fare non con le solite influenze di stagione ma con più seri e gravi malanni.  “Quanto valgono tre mesi di vita? Costi altissimi dei farmaci oncologici”. Con un titolo così c’è solo da aspettarsi il peggio, e cioè: perché spendere cifre da capogiro per uno che non arriverà a mangiare il panettone? No, la questione è seria e, a dispetto della titolazione attira gonzi e spaventapasseri, l’articolo è una ben documentata inchiesta sui nuovi farmaci oncologici e in che termini vale la pena che la società si faccia carico dei loro altissimi costi. Domanda imposta dalle cifre: fino ai primi anni 2000 negli Usa un anno di trattamento con un farmaco oncologico costava, in media, meno di 10mila dollari per paziente; dal 2005 al 2011 la cifra è salita a 30-50mila dollari. Nel 2012, dei 13 nuovi farmaci approvati dalla Fda (Food and Drug Administration) 12 costavano più di 100mila dollari per anno. In Europa la tendenza è stata più o meno la stessa. Il paragone è con il Sofobuvir, il nuovo farmaco per il trattamento contro l’epatite C che ha un’altissima efficacia ma ha costi che nessun paziente potrebbe permettersi. «Volendo però riflettere in puri (e duri) termini farmaco-economici», scrive il Corriere, «un medicinale come questo, a fronte di una spesa “secca”, per quanto ingente, guarisce un malato di epatite C e solleva il Servizio Sanitario Nazionale dai costi, diretti o indiretti, che deve sostenere per lui». Da qui il dubbio che, seguendo lo stesso criterio, la spesa per i farmaci oncologici “renda” altrettanto. La risposta è no, e a dirlo sono esperti come Silvio Garattini. In Italia, infatti, non esistono ancora norme e criteri per stabilire l’effettiva superiorità di un nuovo farmaco rispetto agli esistenti (vige solo il criterio di “non inferiorità”) né l’efficacia sulla sopravvivenza del malato e sulla sua qualità di vita, considerando anche la sua tossicità.  Bene, messa così la questione è condivisibile e, brutto titolo a parte, qui non si nascondono viscidi tentativi di far passare l’eutanasia come rimedio ai bilanci in profondo rosso della Sanità.

A fare il gioco sporco, invece, è Repubblica che apre la sezione Salute con una foto di gruppo di medici e infermieri, e sotto ci piazza un titolo che merita l’Oscar del doppio senso. “Ginecologi senza obiezioni”, e subito pensi ai pompieri eroi delle Twin Tower che senza fare calcoli e rischiando la vita si sono subito messi a scavare tra le maceria alla ricerca dei superstiti. Ovvio che nella messinscena repubblichina, la parte di Bin Laden e dei terroristi dirottatori tocchi agli altri ginecologi, quelli che invece l’obiezione ce l’hanno nella coscienza e la dichiarano pubblicamente. Repubblica li accusa di essere gli indiretti responsabili degli aborti clandestini, oggi in preoccupante aumento. Mentre gli eroi non obiettori, scarseggiano, le cifre dei ginecologi che si rifiutano di praticare gli aborti sono, scrive Repubblica, «iperboliche… e domenica hanno avuto anche l’appoggio di Papa Francesco». Pure Sua Santità, anche se amico di Scalfari, è complice e responsabile degli aborti clandestini che sarebbero stati tra 10 e 15.000, secondo io dati del ministero della Sanità».

Lo scenario che il quotidiano ci rifila è apocalittico: ospedali con organici striminziti, turn over bloccati, spazi per gli interventi di Ivg angusti e tempi lunghi di attesa per le donne costrette a cambiare regione o a rifugiarsi addirittura nella clandestinità. Tutto questo inferno per colpa dei medici obiettori, per i quali quasi quasi ci vorrebbe il carcere.  Repubblica lo fa dire a Massimo Srebot, direttore di Ostetricia e Ginecologia e responsabile area materno-infantile della Usl 5 di Pisa. Il dottore dichiara senza mezzi termini che «allungare le liste d’attesa è un’azione ai limiti del reato perché si favorisce l’aborto clandestino». Da qui alcune proposte che il quotidiano rilancia senza riserve: «Snidare l’obiezione di comodo per cominciare. Con incentivi economici, come quelli riconosciuti alle cliniche convenzionate per l’Ivg. Ma anche con progressi di carriera, come la direzione di una struttura semplice a un non obiettore». Insomma, si vorrebbe fare dell’aborto non solo un diritto, ma anche un trampolino professionale.

La caccia ai medici obiettori si allunga per due intere pagine, con la “testimonianza” di tal Carla Ciccone che lavora da 35 anni nella divisione di Ostetricia e ginecologia dell’Azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino. «Un’isola felice», la descrive con entusiasmo il cronista, in una regione al top della classifica dell’obiezione. Del resto la Ciccone, che di questo paradiso degli aborti si è assunto il ruolo della portinaia, si dice «orgogliosa, perché nel nostro centro si prenota e si abortisce nel giro di una sola settimana». Dunque, niente code né tempi lunghi: la donna entra, firma il consenso informato, si libera del bimbo e torna a casa appena possibile. E soprattutto, senza la seccatura degli obiettori che, dichiara la Ciccone «dovrebbero essere aboliti per legge».  E poi dicono che sono i cattolici a voler cancellare la 194. Ma tant’è, alla Repubblica bastano e avanzano tipine come la dottoressa di Avellino che non ha nessuna remora a confessare che lei avvia all’aborto terapeutico donne fino alla 24esima settimana. La magistratura dovrebbe aprire un’indagine.

Il trucco è il solito, quello collaudato a lungo dai radicali e che Repubblica, quotidiano della rive rosèe in cerca di nuovi lettori tra i pascoli dei “nuovi diritti”, ripropone a ogni cambio si stagione.  Dipingere l’obiezione di coscienza come il killer del diritto all’aborto, moderna mammana che costringe le donne ai ferri da calza o agli infusidi prezzemolo per liberarsi del bambino in pancia. In questo gioco delle tre carte, l’obiezione garantita dalla legge 194 ne impedisce invece l’applicazione, svelando così, al di là di ogni chiacchiera sulla difesa della maternità, che il vero e unico scopo di quella legge è il diritto all’aborto. Impedito dai suoi “nemici”, cioè gli obiettori di coscienza. Che andrebbero, secondo Repubblica, registrati in appositi albi da appendere agli ingressi degli ospedali (in nodo che tutti sappiano), impiegati per sopperire alle carenze dei medici non obiettori, esclusi da incentivi economici e scatti di carriera (da riservare invece a quelli che l’aborto lo praticano senza eccepire). In attesa che il Parlamento si decida a varare una nuova legge in sostituzione della 194 che prevede il carcere o la messa al bando dei medici obiettori, come si augura il medico pisano e la guardiana dell’isola felice ammazzabimbi di Avellino.

di Luigi Santambrogio

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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