I martiri di Praga

Il pontificato di Francesco è appena agli inizi eppure intorno ai suoi gesti e ai suoi discorsi già si rileva una sorta di conformismo interpretativo di massa: così fan tutti, per dirla giocando con una celebre opera di Mozart. Eppure, in controtendenza rispetto a certe letture dominanti se non egemoni, alcuni atti e messaggi continuano […]

Il pontificato di Francesco è appena agli inizi eppure intorno ai suoi gesti e ai suoi discorsi già si rileva una sorta di conformismo interpretativo di massa: così fan tutti, per dirla giocando con una celebre opera di Mozart. Eppure, in controtendenza rispetto a certe letture dominanti se non egemoni, alcuni atti e messaggi continuano a restare del tutto inascoltati, se non ignorati. Ad esempio quelli sulla memoria dell’Europa e dei suoi martiri. Quasi nessuno lo ha notato ma è stato proprio il Papa argentino ad autorizzare la beatificazione di alcuni sacerdoti uccisi durante lo stalinismo in Romania, come è stato sempre Francesco a ricordare l’anniversario dell’Holodomor, il terrificante genocidio dei sette milioni di cattolici ucraini perpetrato ancora da Stalin negli anni Trenta. Prima ancora Francesco, sempre a proposito di genocidi, aveva ricordato quello ancora contestatissimo (dalla Turchia) dei cristiani d’Armenia e il loro Metz Yeghèrn avvenuto durante la prima Guerra Mondiale. Sono questi, ci pare, tutti gesti importanti e nient’affatto scontati, né ‘dovuti’ con i tempi che corrono. Ricordando questi fatti e queste terre lontane – e così lontane, soprattutto dalla sua Argentina – il Pontefice richiama decisamente la Chiesa alla sua vocazione universale e universalistica, persino contro quelle letture a senso unico della sua persona che tendono a schiacciarne il profilo biografico nell’humus latino-americano di provenienza. Romania, Ucraina e Armenia sono luoghi particolarmente significativi per la storia recente della Cristianità, anche se a molti – a Roma o a Buenos Aires – nomi come il Mausoleo di Erevan o il Museo della memoria di Pitesti non diranno granché. L’ultimo messaggio da sottolineare in ordine di tempo riguarda la Cecoslovacchia, oggi divisa in due Nazioni, dopo i ben noti fatti dell’89. In occasione del tradizionale raduno ecumenico di Capodanno promosso dalla Comunità di Taizè, svoltosi nei giorni scorsi a Praga, Francesco ha infatti trasmesso ai partecipanti (in grandissima parte giovanissimi) un messaggio in cui ha fatto memoria di due cose.

Anzitutto, i venticinque anni dal precedente raduno, tenutosi sempre in terra ceca, giusto all’indomani della caduta del Muro di Berlino, che celebrava l’appena ritrovata libertà dei popoli danubiani. Quindi, in secondo luogo, i diversi, eroici martiri per la fede del lungo quarantennio rosso che “hanno permesso, attraverso il dono gratuito di se stessi, talvolta a prezzo di grandi sofferenze, che il loro Paese ritrovasse un cammino di libertà”. Da parte nostra, ricordando anche i Pastori locali che avevano più sofferto per i loro popoli – come l’indomito cardinale František Tomàšek (1899-1992), arcivescovo di Praga dal 1977 al 1991 – ultimamente avevamo rievocato qualcuna di queste storie incredibili recensendo una delle ultime opere in merito pubblicate in italiano, su Dagmar Simkova (http://www.vitanuovatrieste.it/dagmar-simkova-prigioniera-della-memoria/) che contribuiva una volta di più a fare luce su un capitolo drammatico della storia continentale e al contempo tra i più rimossi dalla storiografia contemporanea. Ora possiamo aggiungervi serenamente anche l’ultimo messaggio del Papa. E dire che sì, la strada da fare è ancora molta: soprattutto per le giovani generazioni e tutti quelli, a Est e a Ovest del Danubio, nati dopo il 1989. Tanto è cambiato il mondo. Oggi che la parola ‘libertà’ è una delle più abusate pubblicamente e stentiamo a credere che la nostra libertà di viaggiare possa essere ostacolata o addirittura impedita da autorità esterne appare quantomai opportuno fare memoria di quello che è stato vissuto a pochi chilometri da noi non tremila anni fa ma appena trenta o quarant’anni fa. Dopotutto, è anche questo un modo di difendere in concreto le nostre radici cristiane e rafforzare un’identità collettiva spesso confusa che nelle società liquide di oggi rischia definitivamente di sgretolarsi. E, ancora di più, per comprendere che nulla nelle società di questo mondo è mai dato per sempre, una volta per tutte, e ogni cosa, lo diceva e lo ripeteva già Benedetto XVI in passato – dalla trasmissione della fede alla libertà di esprimerla – va riscattata sempre da capo a ogni cambio di generazione. Per chi vuole bene davvero all’Europa di oggi – e anche a quella che già si profila all’orizzonte di domani –  c’è da sperare che il nuovo anno appena iniziato, anche da questo punto di vista, porti una decisa boccata d’aria fresca: di questi tempi ce n’è proprio bisogno.



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