I contraccettivi in cattedra

In alcune scuole pubbliche della città l’educazione sessuale sta prendendo una china inaccettabile. E’ bene che le famiglie lo sappiano e che gli insegnanti si facciano sentire.

Pubblichiamo una lettera di un’insegnante e le riflessioni del Direttore.

 

Mi sento chiamata a testimoniare ciò a cui ho assistito negli anni recenti durante alcuni incontri di “educazione sessuale” tenutisi in una scuola media di Trieste, nella quale ho insegnato.

Lo faccio con spirito di testimonianza alla verità, ma anche con amarezza e dolore perché è stata palesemente violata la sensibilità di molti dei miei ex alunni di terza media ed è stato gravemente leso il diritto dei genitori alla libertà di educazione, complici in ciò le istituzioni preposte all’educazione perché non hanno vagliato con attenzione chi e cosa veniva proposto ai ragazzi.

Entro nel merito scegliendo due casi.

Nella pianificazione annuale delle attività scolastiche sono stati imposti a tutte le classi terze due incontri di educazione sessuale di due ore ciascuno tenuti da uno psicologo. Non sono stati consultati né docenti né famiglie.

Nel primo incontro ho deciso di rimanere in classe durante l’intervento dello psicologo, dicendogli che volevo essere presente come responsabile dei miei alunni, anche per farne eventuale oggetto di discussione in un secondo tempo.

Lo psicologo ha proposto agli alunni una riflessione su un brano, alquanto scabroso, che ritraeva una “situazione di vita quotidiana” e che ho ritrovato quest’anno sui programmi obbligatori di educazione sessuale della Croazia recentemente dichiarati anticostituzionali. 

Al termine di questo primo incontro lo psicologo mi ha lasciato i questionari da far compilare ai ragazzi per l’incontro successivo.  Ne ho letto velocemente il testo e, poiché dava per scontato che certe esperienze sessuali fossero già patrimonio degli alunni, ho ritenuto giusto non consegnare direttamente ai ragazzi il questionario, ma l’ho pinzato e l’ho fatto consegnare alle loro famiglie, con una comunicazione sul libretto in cui spiegavo che quel materiale non era adatto alla loro età. 

Alcuni genitori hanno condiviso la mia preoccupazione, indignati per quanto era stato proposto ai loro figli, e non hanno acconsentito che partecipassero all’incontro successivo, al quale il dirigente mi ha impedito di partecipare, non consentendo uno scambio d’ora con un’altra collega.

Al cambio d’ora ho voluto ugualmente entrare nella mia classe per vedere cosa stava succedendo ed ho visto sparsi su un banco tutti i tipi di contraccettivi possibili, presentati come gioco, con i ragazzi attorno.   

L’anno successivo, in una riunione in cui si è discusso su come progettare il corso di educazione sessuale, il dirigente ha proposto  di far intervenire due ginecologhe specializzande per affrontare in un solo incontro di due ore la contraccezione e le malattie sessualmente trasmissibili.

Io ho alzato la mano per presentare ufficialmente la mia proposta. Si trattava di tre incontri di due ore ciascuno, in cui si partiva dall’affettività per arrivare alla sessualità. Questi incontri sarebbero stati presentati da una persona esperta, con competenze pedagogiche, psicologiche e scientifiche, che appartiene ad un gruppo di lavoro già  inserito nel POF di alcune scuole di Trieste.

Come mi aspettavo, la proposta alternativa è stata bocciata dal dirigente, perché giudicata “di parte” (io porto sempre il Crocefisso al collo). Ho ribadito che ciò che la scuola intendeva proporre non era educazione, ma tecnica.

Così ho voluto essere presente all’incontro delle due ginecologhe specializzande, che hanno ammesso di non aver mai avuto esperienza  di insegnamento nella scuola. Sono intervenuta sia preventivamente, per orientare il discorso più sulla bellezza della vita e della sessualità che sulle tematiche previste, sia nel corso dell’esposizione, per chiarire ciò che era dato per scontato.

Il dirigente è venuto a conoscenza dei miei interventi e mi ha convocato chiedendomi spiegazioni. Gli ho detto con forza di aver agito nell’interesse dei ragazzi.

Racconto tutto ciò per denunciare la china che hanno preso queste presunte lezioni di educazione sessuale, in alcune scuole della città. Rimango convinta del fatto che la sessualità e l’affettività andrebbero presentate ai ragazzi con un registro completamente diverso, che ne sottolinei la bellezza e il nesso coi sentimenti e con l’amore e non già come mere comunicazioni di informazioni su anatomia, contraccezione e rischi sessualmente trasmissibili.

Elisabetta Chiudina Piaceri

La sua lettera, di cui la ringrazio molto, scopre lacune molte gravi dell’educazione nella nostra scuola pubblica. Quando si dice l’emergenza educativa: anziché costosi convegni, campagne finanziate o progetti incentivati bisognerebbe tornare ai fondamentali, all’abc.

La prima lacuna da lei messa in evidenza è che l’educazione sessuale dei nostri ragazzi non spetta alla scuola ma alle famiglie. Lo Stato, con i suoi funzionari, non può sovrapporsi ai genitori ed educare i ragazzi a valori che siano in contrato con quelli delle famiglie. Viceversa lo Stato, anche se è democratico nella forma, diventa totalitario nella sostanza. La scuola deve eventualmente agire su mandato delle famiglie e sulla base di precisi contenuti chiariti con le famiglie. So anche io per esperienza che così non avviene quasi mai.

La seconda è che la scuola è luogo di educazione e non solo di istruzione. Ma avendo perso l’idea di cosa significhi essere persona umana la scuola fatica ad educare e si limita ad istruire. Nelle nostre scuole ci sono molte visioni di uomo in conflitto tra loro. Quando il buon senso degli insegnanti e la sapienza dei dirigenti prevalgono le cose non esplodono, viceversa, come in questo caso, esplodono. Purtroppo non esplodono anche per l’omertà di tanti docenti che non si interessano di queste cose per non mettersi nei guai.

La terza è che comunque la scuola educa sempre, anche quando si rifugia nell’istruzione tecnica. Fare l’esposizione in cattedra dei contraccettivi può dare l’idea di dare solo una informazione neutra ed invece fornisce una visione di uomo, quella visione che consiste nel pensare che se una cosa si può fare si deve anche fare. Illustrare solo il “si può” operativo e non anche il “si può” morale è un inganno dei nostri studenti, passato per neutralità.

Lei ha messo in evidenza tre inganni: verso le famiglie, verso gli studenti, verso l’educazione. Che sia la scuola ad ingannare mi sembra molto grave.  

Stefano Fontana  



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