I 150 anni del Liceo Dante

Tra le manifestazioni per i 150 anni del Liceo classico Dante Alighieri, in questi giorni si è distinta una lettura, nell’Aula Magna della scuola, della versione in dialetto della prima Cantica dell’Inferno, “tradotta” in vernacolo dai due ex studenti dantini Adriano Giraldi e Antonio Azzano. Quando frequentavo il Liceo classico Francesco Petrarca, sentivo spesso dire […]

Tra le manifestazioni per i 150 anni del Liceo classico Dante Alighieri, in questi giorni si è distinta una lettura, nell’Aula Magna della scuola, della versione in dialetto della prima Cantica dell’Inferno, “tradotta” in vernacolo dai due ex studenti dantini Adriano Giraldi e Antonio Azzano.

Quando frequentavo il Liceo classico Francesco Petrarca, sentivo spesso dire che i “petrarchini” avevano una marcia in più rispetto agli studenti del Dante. Non ne ho mai capito le ragioni e tuttora credo che si trattasse di un gioco di assonanze e di impressioni suscitate dalle due diverse personalità di Petrarca e Dante e dall’ispirazione profondamente diversa delle loro opere. Niente di sostanziale dunque, solo un volo di fantasia che ricamava con tocco leggero due storie diverse: più elegante, cortese e intima, nel caso del Petrarca; più cupa, severa e greve nel caso di Dante.

A parte queste memorie, vorrei soffermarmi sull’interesse che la straordinaria opera dell’Alighieri continua a destare nei giovani. Anch’io nei miei verdi anni ne ho subito il fascino e ricordo che il solo tenere tra le mani il ponderoso volume preziosamente fregiato di lettere d’oro mi faceva pensare a un’avventura misteriosa ed ammaliante.

Purtroppo pochi sono i professori capaci di suscitare in noi passione e coinvolgimento. Le lezioni spesso sono solo lezioni, con dati, date, nozioni aride e spigolature erudite che non lasciano in noi neanche una debole traccia. Di Dante si studiava a memoria la vita e si leggeva il suo divino poema vagando qua e là per balzi peregrini da un capitolo all’altro, puntando quasi tutto su una perifrasi nozionistica e freddamente storica. Nessuna riflessione filosofica, spirituale, teologica, né veramente letteraria e poetica. Alla fine si sapevano il numero delle cantiche, dei canti di ciascuna cantica e dei versi complessivi; si ricordavano alcuni dei nomi dei dannati, alcune pene da loro patite e qualche battuta un po’ salace o sboccata che faceva sorridere sotto il banco molti di noi. Che idea ci eravamo fatti alla fine di questa incomparabile opera? Un viaggio allegorico nell’Ade, attraverso i tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, dagli infimi abissi del male alla rosa mistica dell’Empireo dove vanno tutte le persone buone e meritevoli. Mi sembra poco, sia rispetto alla vastità infinita dell’opera sia rispetto alle esigenze e alle aspettative di studenti adolescenti che si interessano prevalentemente a ciò che è misterioso, meraviglioso ed eccezionale, oltre che in qualche modo connesso alle loro inquietudini esistenziali, prima tra tutte la sete di assoluto e di senso. Credo che un viaggio nella “Divina Commedia” compiuto su un “veliero” carico di tesori e di oro – fantasia, immaginazione, ispirazione, piacere della scoperta e dello svelamento di ciò che è oscuro – sia proprio ciò che uno spirito giovane cerchi nella lettura di quest’opera. E poi, l’interesse che ancora si condensa attorno a questo capolavoro immortale è segno che in esso sono contenute delle verità eterne e grandiose, molto più di alcune nozioni di storia e di teologia in pillole – una spoglia e legalistica riduzione per ragazzi. Ma questi ragazzi vogliono molto di più e l’amore per la cultura e la lettura dovrebbe essere alimentato e tenuto vivo proprio a scuola, da insegnanti colti, ma anche appassionati, vivaci, filosofi nel ragionamento, poeti nel linguaggio e guide sapienti nella ricerca di un fondamento stabile e chiaro.

E da dove partire per trovare questo fondamento se non da un’opera come quella di Dante che scruta e svela proprio il segreto ultimo della vita? Che mette ogni cosa al suo posto e ne trae il vero significato? Che misura le cose caotiche e sconnesse di quaggiù sull’ordine assoluto di ciò che è al di là? Cose, persone ed eventi – sempre confusi e nebulosi se guardati dall’interno – vengono riordinati e illuminati nello specchio rivelatore dei tre regni dove si compie il vero destino dell’uomo e della storia. Questo cercano i giovani e il loro interesse per questo poema – anche se riscritto in dialetto, cosa comunque buona perché più familiare — è una vera dichiarazione d’amore a questo poeta. Sarebbe bello che venissero organizzate anche altre manifestazioni, con letture, approfondimenti e anche mise en scène fantasiose e appassionanti dell’opera, capaci di togliere questo capitolo unico della nostra letteratura dallo scaffale polveroso della trattazione scolastica tradizionale.

La “Divina Commedia” è in gran parte una miniera inesplorata, un forziere non ancora aperto. Non bastano le letture storico-filologiche, ci vuole qualcosa di più, all’altezza di una poesia a cui «hanno posto mano cielo e terra». Vi è qui qualcosa che ci supera, che ci trascina vero l’alto, che ci chiama a capire, a meditare e contemplare il tutto attraverso le gocce brillanti di rugiada posate sui petali della rosa arcana, visione ultima del prodigioso viaggio. 



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