I 100 anni del Caffé San Marco

Un luogo d’altri tempi e di nessun tempo, il Caffè San Marco. Sospeso nella sua aura dorata che irradia ancora, a distanza di un secolo, i riflessi del mito asburgico e insieme gli echi delle passioni irredentiste, lo storico locale ha visto intrecciarsi i destini della nostra città, dell’Italia intera e dell’Europa lungo tutto il […]

Un luogo d’altri tempi e di nessun tempo, il Caffè San Marco. Sospeso nella sua aura dorata che irradia ancora, a distanza di un secolo, i riflessi del mito asburgico e insieme gli echi delle passioni irredentiste, lo storico locale ha visto intrecciarsi i destini della nostra città, dell’Italia intera e dell’Europa lungo tutto il corso dei suoi cento anni. Destini storici, politici, economici e soprattutto culturali. Aperto il 3 gennaio del 1914 da Marco Lavrinovich, il Caffè ha vissuto momenti radiosi e momenti bui, attraversando gli snodi principe del cosiddetto secolo breve e sopravvivendo con una forza misteriosa ai tanti periodi di crisi e di offuscamento. Questa resistenza ha il volto segreto di tutte le cose avvolte dal fascino arcano dello spirito: l’eco delle passioni spente, di quelle ancora vive anche se affievolite, il riverbero delle battaglie intellettuali e politiche palpitano ancora nell’aria e sembrano favorire sino ai nostri giorni così diversi il dibattito, il confronto intellettuale, la scrittura, l’ispirazione artistica e la convivialità sincera tra culture e mondi anche lontanissimi. I “Microcosmi” di Claudio Magris sono la perfetta metafora di questo universo che riflette su piccola scala universi più vasti e remoti: una figura, una voce, i passi sommessi o scricchiolanti sull’impiantito oscurato dal tempo, gli stucchi dorati, la superficie dei tavolini, il bisbigliare delle voci che nei momenti di incontro e di discussione culturale diviene un vociare concorde, come un vasto coro ravvivato via via dall’accendersi degli interessi e delle passioni. Qui si sono incontrati i poeti, gli scrittori e gli uomini di cultura più diversi; qui sono nate poesie, romanzi, ritratti; qui gli studenti hanno trovato un’atmosfera adatta alla studio e alla concentrazione; qui i conversatori brillanti hanno trascorso ore indimenticabili di oratoria libera e versatile; e sempre qui i contemplativi hanno coltivato la loro sete di silenzio, sorseggiando un caffè centellinato lungo interi pomeriggi volati via come la sabbia nella clessidra. Ma l’incanto, che ancora promana da questo luogo così connotato e insieme così sospeso fuori dal tempo e dallo spazio, è un incanto tramato in gran parte di nostalgia e di malinconico rimpianto. Esistono ancora poeti, scrittori e uomini di cultura appassionati in grado di far volare il tempo con una di quelle interminabili e accese discussioni a cui “hanno posto mano cielo e terra”? Nell’epoca dei messaggi brevi, delle comunicazioni lapidarie sul freddo schermo di un telefonino o di un computer, c’è ancora spazio, tempo e soprattutto pazienza e amore per la ricerca intellettuale e la dialettica che la sottende e la guida? Rispetto ai bar dove oggi si affolla una clientela soprattutto giovane che, davanti a una birra o un aperitivo, sfoga le proprie frustrazioni quotidiane, le proprie lamentele e le proprie insufficienze se non la propria insipienza, c’è ancora una domanda di senso, di verità e di ragione, un anelito alla conoscenza e allo scambio di idee?

Nato nel delicato periodo di transito dal mito dell’Austria Felix al dramma dell’inutile strage, questo nostro storico Caffè ha ancora tante cose da narrarci e tante memorie preziose da consegnarci. E se ancora vive, dopo tante traversie, è certo un buon segno, una gradita prova che la cultura e il desiderio di conoscenza sono ancora desti. Sta a noi risvegliarli del tutto.



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