«Ho vissuto undercover a Molenbeek. Probabilmente è troppo tardi»

Intervista a Hind Fraihi, la giornalista musulmana belga che rivelò dieci anni fa la verità sulla “capitale jihadista d’Europa”. E per questo fu accusata di islamofobia

È stata insultata, schernita, accusata di essere razzista e persino islamofoba. Lei, che è musulmana. L’hanno snobbata, dicendo che non capiva niente di immigrazione e delle dinamiche di integrazione. Lei, che è nata nelle Fiandre ma è di origine marocchina. Hanno sentenziato che il suo libro, Undercover in Little Morocco, era carta straccia e i suoi articoli pieni di falsità. Che cosa aveva scritto dunque Hind Fraihi? Che il quartiere della capitale del Belgio dove sono stati organizzati gli attentati di Parigi e Bruxelles, Molenbeek, che significa appunto “piccolo Marocco”, era pieno di fondamentalisti islamici, che i giovani venivano reclutati per il jihad e che si era trasformato in una società parallela.

Ormai queste cose le hanno riportate tutti i giornali del mondo con inchieste e dovizia di particolari. Ma lei lo ha fatto 11 anni fa, nel 2005. Ha messo in guardia il suo paese e nessuno l’ha ascoltata. Oggi il suo libro è stato tradotto in francese (En immersion à Molenbeek) e ristampato, tutti si scusano, la cercano, la intervistano. E questa giornalista freelance di 40 anni scuote la testa: «Probabilmente è troppo tardi».

Signora Fraihi, che cosa ha pensato il 22 marzo quando tre attentatori suicidi dello Stato islamico si sono fatti saltare in aria nell’aeroporto di Zaventem e nella stazione Maelbeek della metropolitana a Bruxelles?

Sono rimasta scioccata, sapevo che sarebbe successo un giorno, anche se non sapevo come né quando. È stato incredibile perché è avvenuto poco dopo l’arresto di Salah Abdeslam (tra gli autori degli attentati di Parigi che per mesi era rimasto nascosto a Molenbeek, ndr), quindi si è trattato di una vendetta. Me l’aspettavo, ma non credevo avrebbero agito così in fretta.

Salah si nascondeva a Molenbeek. Lei ci è andata a vivere per tre mesi nel 2005. Perché?

Dopo l’11 settembre, girava la voce a Bruxelles che a Molenbeek ci fossero personaggi che reclutavano i giovani per il jihad. Allora non venivano mandati in Siria ma in Afghanistan, in Iraq, in Cecenia. Io volevo capire se era vero oppure no. Ma siccome da quelle parti nessuno parla ai giornalisti, io mi sono presentata come studente di sociologia che doveva fare una ricerca. Ho vissuto a Molenbeek tre mesi.

E che cosa ha scoperto?

Che le voci erano vere, dalla prima all’ultima. I giovani venivano reclutati per la guerra santa per strada, in metropolitana, nelle associazioni islamiche, nelle moschee. Dappertutto. Oggi forse è ancora peggio, perché ci sono internet e i social network, ma tutto è cominciato più di dieci anni fa.

Può descriverci com’era la “capitale jihadista d’Europa”?

Un’enclave musulmana con una vasta popolazione di origine marocchina. Tra i giovani mancava il lavoro e in pochi avevano una buona educazione. Sono tutti nati in Belgio ma allo stesso tempo sono lontani dalla nostra società. Non conoscono il Belgio, sono staccati dal paese in cui vivono, non sanno niente della politica. Una volta ho nominato davanti a un gruppo di giovani Guy Verhofstadt. Tutti mi hanno risposto: «E chi è?». Era il nostro primo ministro.

Erano disconnessi dal Belgio e collegati a che cosa?

Al conflitto tra Israele e Palestina, ad esempio, all’invasione dell’Iraq, alle guerre in Medio Oriente. Sono queste le cose che li toccano, questi i luoghi che conoscono, non la società europea.

E che cosa pensano invece del paese in cui vivono?

Non è che lo considerano male, non lo considerano proprio. Vivono divisi. A Molenbeek si pensa che tutti i media occidentali siano venduti agli Stati Uniti o ai sionisti, non si fidano di nessuno. Non hanno neanche un amico belga e nelle scuole, dove sono tutti di origine marocchina, vivono tra di loro.

Nel suo libro parla soprattutto di un uomo: Bassam Ayachi, che oggi si trova in Siria per combattere contro Bashar al Assad insieme al “Fronte islamico”.

Allora lo chiamavano la “porta per l’Afghanistan”. C’erano tantissimi giovani che gli giravano intorno, era molto carismatico. Tutti sapevano chi era e quello che faceva. Molti giovani mi hanno raccontato che lui gli aveva detto di andare in Afghanistan e di non restare in Belgio. Come terrorista era già coinvolto negli attentati di New York. L’unica differenza rispetto a oggi è che lui reclutava con destinazione Kabul o Baghdad, non Raqqa. Ma Ayachi non era certo l’unico a fare quel tipo di propaganda.

Chi altri?

La propaganda era dappertutto. La letteratura a favore del jihad si trovava sugli scaffali delle librerie, gli imam facevano pressione sui giovani e durante la preghiera in moschea si inneggiava alla guerra santa. L’antisemitismo era enorme.

Quando ha pubblicato il suo libro, come ha reagito la società belga?

C’è stata un’enorme polemica. Io denunciavo estremismo e radicalizzazione, che erano visibili e tangibili. Le mie conclusioni erano politicamente scorrette e sono stata accusata di razzismo. Mi hanno ridicolizzato, mi hanno detto che facevo il gioco dei partiti di destra, che non mi stanno certo simpatici, per usare un eufemismo. Forse il Belgio non era pronto per conoscere la verità.

Perché?

Perché vige il politicamente corretto. Bisogna sempre e solo esprimersi in modo positivo riguardo all’immigrazione. Ci sono tanti cliché sulla convivenza che non è mai un problema, e lo stesso vale per il multiculturalismo. Abbiamo negato che causasse dei problemi oppure li abbiamo declassificati a folklore. Non si è voluto capire e non si è voluto comprendere che il multiculturalismo non è innocuo.

Perché però accusarla di essere islamofoba? Lei è musulmana, giusto?

Sì e non so come abbiano potuto farlo. Purtroppo non si può dire niente neanche sull’islam, l’argomento è tabù. Non c’è spazio per il dibattito o per una critica: o sei pro o sei contro. Se identifichi un problema, sei razzista e islamofobo. Anche se il problema è grande come un quartiere.

Chi ha creato questo clima?

Per me la responsabilità è della politica. Siccome non hanno una visione seria sull’immigrazione, non accettano critiche al principio della tolleranza. Qualunque aspetto negativo viene censurato ma così, purtroppo, non li si può neanche correggere.

Errori grossolani.

Sì, ma non sono casuali. Se certi politici hanno permesso tutto questo è per avere voti. Volevano accattivarsi la comunità musulmana per motivi elettorali.

Parlando con Tempi un senatore belga, Alain Destexhe, ha commentato: «Voglio essere sincero: negli ultimi venti anni abbiamo sbagliato quasi tutto e non penso che si possa ripartire adesso». È d’accordo?

È davvero difficile cambiare le cose adesso: bisognerebbe investire moltissimo sull’educazione di queste persone e cercare di offrire a tutti un lavoro. Ma anche questo non basta per contrastare l’ideologia jihadista. Ci vuole altro.

Che cosa?

L’Europa dovrebbe offrire a questi giovani un’alternativa. Il problema è che non ce l’ha. Non ha più un’ideologia dominante, non ha più un’identità precisa: c’è solo l’individualismo, ma questo separa le persone, non le unisce. L’Europa deve cambiare. Finché ci saranno solo materialismo, capitalismo e individualismo difficilmente la situazione migliorerà. Così, infatti, non si aiutano i giovani, li si divide, al massimo si creano tra di loro connessioni economiche, ma nessun rapporto umano.

di Leone Grotti

Fonte: http://www.tempi.it

 



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