“Ho costatato”. Quando San Bonaventura si tolse alcuni sassolini dalle scarpe

Nel suo primo atto ufficiale – un’epistola – dallo stile mite ma fermissimo, il nuovo ministro non ha alcun timore a dire le cose come stanno. Da notare la fine ironia del martellante rimprovero, che dice pane al pane e vino al vino. Da notare anche l’attualità delle osservazioni.

Appena eletto ministro generale dell’Ordine francescano, San Bonaventura da Bagnoregio scrive una lettera a tutti i ministri provinciali e ai custodi. È il 1257. Bonaventura non è per nulla contento della nomina, da parte del Papa. Deve ora rinunciare all’insegnamento e vede mortificata un’intera vita dedicata agli studi e alla ricerca teologica. L’Ordine poi, dimenticata la freschezza del primo annuncio francescano, è già divenuto una fucina di contestatori. Non sarà una passeggiata rimediare al caos.

Chi contesta la troppa rigidità della Regola, chi ne contesta il lassismo, chi si oppone ai frati teologi, chi non sopporta più la povertà, chi si lamenta dei superiori. La colpa non è tanto dei frati: non tutti possono avere la determinazione e la santità di San Francesco d’Assisi. Il problema sta nell’autorità: chi comanda deve imporre una disciplina, ma sono poche le persone veramente all’altezza.

San Bonaventura fu all’altezza del proprio ministero? Ecco, di seguito, un estratto del suo primo atto ufficiale – un’epistola – dallo stile mite ma fermissimo. Il nuovo ministro non ha alcun timore a dire le cose come stanno. Non si perde nei convenevoli e stila una lista severa di cose che ha “costatato”. Da notare la fine ironia del martellante rimprovero, che dice pane al pane e vino al vino. Da notare anche l’attualità delle osservazioni.

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San Bonaventura da Bagnoregio, dall’Epistola ad omnes Ministros provinciales et custodes ordinis Fratrum minorum, 23 aprile 1257, tr. dal latino Mario Sgarbossa:

«Essendomi domandato perché lo splendore del nostro Ordine sia in un certo modo offuscato […] ho costatato che si trattano troppi affari per cui il denaro, principale nemico della povertà del nostro Ordine, è avidamente cercato, incautamente ricevuto, più incautamente conservato.

Ho costatato che molti frati stanno in ozio, ricettacolo di tutti i vizi, e stando a mezza strada tra la vita contemplativa e la vita attiva, bevono non dico materialmente ma crudelmente il sangue delle anime.

Ho costatato che molti amano girovagare e, cercando il proprio comodo, sono di peso a chi li ospita e lasciano dietro di sé non esempi da imitare ma scandali.

Ho costatato che si è importuni nel chiedere l’elemosina, a tal punto che i passanti hanno paura di imbattersi nei frati, come se si imbattessero nei ladroni.

Ho costatato che si costruiscono grandi edifici molto appariscenti, per cui è turbata la coscienza dei frati, aggravati i contributi degli amici e si è esposti a maligni giudizi.

Ho costatato che si indulge ad amicizie vietate dalla Regola, che danno origine a sospetti, mormorazioni e scandali.

Ho costatato che non si usa prudenza nell’assegnare gli incarichi; vengono affidati a frati immaturi, non fortificati nello spirito della penitenza, uffici che non sono in grado di portare a buon termine.

Ho costatato che si va avidamente a caccia di testamenti e di funerali, e ciò ci aliena l’animo del clero parrocchiale. […]».



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