Haiku a Trieste

È una protesta molto diffusa e risentita quella che attacca quotidianamente, nei media, nell’arte e anche nelle comuni conversazioni quotidiane, il mondo moderno con i suoi ritmi vorticosi, la sua fretta e le sue nevrosi. Tutti siamo più o meno coinvolti da questo scontro e tutti, quando la stanchezza e la confusione toccano il limite, […]

È una protesta molto diffusa e risentita quella che attacca quotidianamente, nei media, nell’arte e anche nelle comuni conversazioni quotidiane, il mondo moderno con i suoi ritmi vorticosi, la sua fretta e le sue nevrosi. Tutti siamo più o meno coinvolti da questo scontro e tutti, quando la stanchezza e la confusione toccano il limite, ci abbandoniamo a sogni di pace e di evasione aureolati delle tinte sfumate e delle morbide figure dell’“Imbarco per Citera” di Antoine Watteau (1684-1721), o teneramente profusi nell’idillio di “Et in Arcadia ego” di Nicolas Poussin (1594-1665).

La nostra nostalgia per un’età dell’oro fatta di silenzi e quiete, di bellezza e contemplazione, fortunatamente non deve sempre limitarsi alle chimere: l’arte, sia pure non in forma dominante, offre in qualche occasione l’opportunità di assaggiare personalmente questo idillio interiore che si esprime per immagini ed emozioni rarefatte e gentili.

In questi giorni, possiamo ricordare come esempi di un’arte così concepita sia la mostra di Gastone Bianchi “Forma e sostanza”, composta di una ventina di cere molli esposte alla Galleria Rettori Tribbio, sia la manifestazione “Haiku circolari” con gli acquerelli di Jonika Zakojšek e i video e gli haiku di Vlado Škafar. Quest’ultima mostra è visitabile presso la “Double Room” di via Canova 9 fino al 28 ottobre e si presenta come una raffinatissima meditazione visiva in forma di haiku — componimento giapponese in tre versi rispettivamente di 5/7/5 sillabe — che rinverdisce e celebra una concezione dell’arte intesa come momento contemplativo di cui sono destinatari, allo stesso modo, gli autori e insieme i fruitori.

In entrambi i casi, sebbene con modalità diverse, l’arte si confronta con il nostro desiderio di vivere un’esistenza in comunione con la natura, immersi nel paesaggio e nei suoi incanti, baciati dal prezioso e sempre più raro silenzio fonte prima di meditazione e contemplazione. Attingendo alla spiritualità e all’estetica del mondo giapponese, Gastone Bianchi trascrive con la tecnica della cera molle i tracciati luminosi ed eterici delle cose e della loro sostanza, fermando in argentea trasparenza l’attimo in cui la traccia del visibile è anche traccia dell’invisibile. A questo fine dedica anche un omaggio alla calligrafia giapponese, ovvero la bella scrittura intesa non come vistosa e artefatta prova di abilità manuale e di valore personale, ma come canto sommesso e lievissimo del passaggio in mezzo alle cose di una presenza intangibile e pura. “Gratuità” è l’aggettivo che corona alla perfezione le espressioni artistiche del mondo orientale, dagli ideogrammi usciti dalla punta di pennelli rapidi e leggeri come un alito d’aria, agli haiku, folgoranti composizioni in versi che catturano gli aspetti più semplici della vita rendendoli divini e straordinari.

La mostra “Haiku circolari” è interamente dedicata al mondo dell’haiku: acquerelli dedicati alle situazioni tipo che alimentano la creatività poetica tradizionale del Giappone, 8 miniature in forma di delicate e trasparenti pellicole concentrate su scorci immoti e silenziosi del paesaggio — un fiume le cui acque scorrono luccicando sotto un sole gentile e tiepido, un canneto in dissolvenza, alberi, distese autunnali e invernali punteggiate d’oro e di argento, tutti scorci sorpresi dall’occhio poetico di Vlado in un viaggio trasfigurato tra Italia e Slovenia. I corrispondenti haiku, fissati su cartoncini appesi al basso soffitto con una ondeggiante struttura circolare forse simbolo della fuggevolezza imprendibile di tutte le nostre impressioni, condensano in un’immagine lampeggiante le emozioni estetiche e i sussulti speculativi dell’anima rapita oltre se stessa. L’arte tradizionale giapponese, a differenza di quella occidentale, non nasce da una soggettiva esaltazione dell’Io creatore ma da un atto speculativo e altamente spirituale che invita sia l’artista sia il suo interlocutore a meditare su ciò che viene rappresentato, facendone l’occasione per degli “esercizi spirituali” che, pur partendo da immagini tangibili come un fiume, una montagna, un paesaggio innevato o la migrazione delle oche selvatiche, hanno il loro fine nel trascendimento delle forme visibili e nell’elevazione dello spirito a ineffabili mondi spirituali, sia esteriori che interiori.

Ci vogliono sensi spirituali addestrati e attenti per avvertire pienamente il linguaggio di queste espressioni artistiche così particolari, che non temono il confronto con le ben più rumorose e narcisiste proposte dell’Occidente. L’arte dell’haiku e della calligrafia, cara al Giappone tradizionale e così apparentemente facile e spontanea, dischiude in realtà un universo così sottile che può impressionare solo una “pellicola” sensibilissima, nella penombra di cuori pacificati e concentrati, ambiente ideale per ogni decantazione della realtà.

Rispetto all’epica, all’urlo, all’enfasi e al chiasso di fondo — nuova vibrazione “cosmica” scatenata dall’accelerazione convulsa e folle dell’ultima e più oscura era del mondo chiamata dagli induisti con l’onomatopeico termine “Kali Yuga” (un’era che sempre più si sovrappone con i suoi tristi fragori alla mitica musica delle sfere) —, rispetto a questa configurazione della modernità, il palpito e il sussurro di un’arte del frammento e del cesello, dell’illuminazione e della lampeggiante presenza dell’essere, forse all’inizio ci coglie impreparati. Ma se cerchiamo di stabilire una sintonia con questi ideogrammi della bellezza pura e della cosmica armonia, qualcosa in noi poco a poco si risveglia, insegnandoci il valore di ciò che è piccolo, periferico all’apparenza, discreto e bisbigliato appena. Attraversando questa esperienza che ci insegna il linguaggio degli alberi, degli uccelli, dei campi innevati, della luna in una notte serena, ora con gli acquarelli delicatissimi, ora con le immagini di piccoli film miniati come antichi codici fiabeschi, ora con un brevissimo giro di tre versi oracolari nella loro immediatezza e profondità, sia l’arte sia l’uomo che la produce o che la fruisce possono varcare i portali di uno spazio di rigenerazione e di riposo.

L’oratoria, e non si cesserà mai di ripeterlo al facondo e pirotecnico artefice dell’Occidente, impressiona nell’attimo ma presto si consuma e deve diventare sempre più roboante e stupefacente per tenere alto il livello di attenzione dei suoi destinatari inquieti e avidi di emozioni sempre più forti e sorprendenti. Il silenzio e la semplicità di un’arte raccolta e quasi segreta, come l’arte dell’haiku, dell’acquerello e della calligrafia per ideogrammi, sul momento si offrono muti e impenetrabili, ma più li ascoltiamo e li penetriamo più ci sorprendono e non cessano di sembrarci nuovi in ogni istante, come tesori nelle viscere della terra. Infiniti, misteriosi, appaganti, come è proprio delle grandi e indelebili esperienze dello spirito. Lo spirito di ciò che è piccolo, rifinito nel dettaglio minimo, ma prezioso, della miniatura che in uno specchio d’acqua riflette lo splendore di tutte le acque inferiori e superiori.

 



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