Guerra all’Isis, perché solo la Russia fa sul serio

Avviate timidamente dagli Stati Uniti fin dal settembre 2014, le operazioni militari tese a colpire le fonti di reddito dello Stato Islamico sono state condotte in modo blando fino alla fine del 2015 da una coalizione internazionale a guida statunitense che raramente è riuscita a mettere a segno più di due dozzine di sortite aeree […]

Avviate timidamente dagli Stati Uniti fin dal settembre 2014, le operazioni militari tese a colpire le fonti di reddito dello Stato Islamico sono state condotte in modo blando fino alla fine del 2015 da una coalizione internazionale a guida statunitense che raramente è riuscita a mettere a segno più di due dozzine di sortite aeree da attacco al giorno. Di queste, pochissime sono state concentrate su obiettivi quali i pozzi petroliferi occupati in Iraq e Siria dalle forze islamiste e in ogni caso i danni subiti dalle infrastrutture venivano rapidamente riparati grazie all’assenza di una reale sistematicità dei raid aerei.

Se in Siria i jet della coalizione distruggevano le installazioni con il chiaro obiettivo di lasciare solo macerie al regime di Bashar Assad, in Iraq i bombardamenti erano chirurgici con l’obiettivo di non danneggiare le infrastrutture petrolifere. Per un anno e mezzo i jet alleati non hanno quasi mai colpito i lunghi convogli di autobotti che ogni giorno trasportavano in Turchia il greggio estratto nei pozzi in mano all’Isis, rivenduto poi a prezzo scontato rispetto alle quotazioni del mercato, consentendo così al Califfato di incassare i dollari necessari a sostenere le spese militari, le paghe per l’esercito e l’apparato pubblico e quanto necessario a sostenere il welfare dello Stato islamico.

L’intervento russo ha cambiato radicalmente la situazione militare costringendo anche gli occidentali a fare qualcosa in più in quella che resta una pallida campagna militare combattuta vergognosamente col fioretto, invece che con la clava, contro un nemico con il quale appare colluso più di un membro della coalizione che lo avrebbe dovuto annientare. Dall’inizio dell’operazione militare in Siria, alla fine di settembre dell’anno scorso, le forze aeree russe hanno colpito quasi 30mila obiettivi effettuando più di 9.500 sortite con non più di 40/50 aerei ed elicotteri mediamente disponibili sulla base di Hmaymim, nei pressi di Latakya.

Anche se riesce difficile credere al comunicato dello Stato maggiore russo in cui si sottolinea che «non un singolo bombardamento ha distrutto strutture civili o causato vittime fra i civili» (fonti vicine all’opposizione riportano invece di molte vittime e ampie distruzioni provocate dai russi su obiettivi civili), è evidente che l’aggressività delle forze di Mosca ha messo in ombra il ruolo dei Paesi occidentali contro l’Isis, azzerando al tempo stesso quello rivestito dalle monarchie sunnite del Golfo, ben presenti per armare le milizie ostili a Damasco, ma evanescenti quando si tratta di attaccare le truppe del Califfato.

Al di là degli obiettivi militari distrutti dai russi, lo sforzo di Mosca si è concentrato sulle fonti di sostentamento dell’Isis puntando soprattutto a colpire le cisterne che ogni giorno facevano la spola con la Turchia, apertamente accusata dal Cremlino di finanziare il Califfato con traffici petroliferi clandestini. Da quanto reso noto a Mosca, gli aerei militari russi in Siria hanno distrutto 200 installazioni petrolifere in mano ai terroristi e più di 2.000 mezzi per il trasporto del greggio. Lo ha reso noto il capo dello Stato Maggiore russo, generale Sergei Rudskoy. «Più di 200 strutture per l’estrazione, la raffinazione e il pompaggio di carburante in luoghi controllati da gruppi terroristici in Siria sono stati distrutti, così come più di 2.000 mezzi per la consegna dei prodotti petroliferi», ha detto il generale.

L’attacco ai convogli di autocisterne, affidato quasi sempre ai velivoli da attacco Sukhoi Su-25, ha avuto ampia visibilità mediatica costringendo gli statunitensi a partecipare con rinnovato impegno alla “caccia all’autobotte” che ha scoraggiato anche molti camionisti turchi dal cimentarsi nel remunerativo ma pericoloso business oltre confine. Washington ha concentrato gli sforzi dell’intelligence nell’individuare e distruggere i depositi di denaro dell’Isis che per pagare spese pubbliche e dipendenti in un’economia di guerra che utilizza soprattutto contanti.

Il generale Peter Gersten vice comandante del reparto Operazioni e Intelligence della coalizione anti-Isis, sostiene che i velivoli statunitensi hanno colpito a più riprese magazzini in cui erano rinchiusi parte dei fondi del gruppo jihadista mandando letteralmente in fumo almeno 800 milioni di dollari. Un colpo alle casse del Califfato che secondo gli analisti americani avrebbe comportato serie ristrettezze, incluso il dimezzamento della paga ai combattenti (dal gennaio scorso) e l’inasprimento delle tasse locali che avrebbero contribuito a far scemare i consensi nei confronti dell’Isis tra la popolazione sunnita di Siria e Iraq.

Nel 2014 il ministero Usa del Tesoro aveva giudicato lo Stato Islamico il «gruppo terroristico con il miglior sistema di finanziamento» della storia, ma adesso i bilanci dell’Isis sarebbero in rosso. Gersten riferisce di almeno 20 raid aerei effettuati contro i depositi di denaro spesso occultati in edifici privati. In un attacco a un’abitazione di Mosul sarebbero stati inceneriti circa 150 milioni di dollari. Precise secondo il generale le informazioni fornite dall’intelligence che avrebbe acquisito i dettagli degli obiettivi da colpire con l’impiego di droni e probabilmente di spie sul terreno. Circostanza che non chiarisce come sia stato possibile valutare l’ammontare totale del denaro distrutto. In realtà, neppure l’impatto di queste operazioni per distruggere il denaro è chiaro poiché non è noto l’ammontare di denaro a disposizione del Califfato.

Secondo alcune stime, il bilancio dello Stato Islamico ammonterebbe a due miliardi di dollari annui, con un surplus di 250 milioni nello scorso anno. Negli ultimi mesi il movimento fondamentalista islamico sunnita ha subito perdite territoriali e sarebbe in calo anche il numero di nuove reclute straniere che raggiungono le fila dell’Isis, sceso dai 1.500/2mila volontari al mese di un anno or sono ai 200 di oggi. Fonti della Casa Bianca aggiungono che a febbraio il numero dei miliziani stranieri era di circa 25mila, in calo rispetto ai 31.500 dello scorso anno.

Tutti dati positivi per la lotta allo Stato Islamico la cui attendibilità non può però venire data per scontata soprattutto osservando che sui fronti iracheni l’Isis resiste e combatte tenaci battaglie difensive mentre in Siria, dopo aver perso Palmira, le forze del Califfato stanno attaccando con successo lungo il confine turco a spese delle milizie “moderate” che si oppongono a Bashar Assad.

di Gianandrea Gaiani

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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