Granados: Comunione ai divorziati risposati? Resta il “no” in ogni caso, il Papa non ha cambiato

«La peculiarità della Amoris Laetitia va cercata nello slancio pastorale e misericordioso di papa Francesco, nella premura per tutte le famiglie, da accompagnare nella Chiesa, nell’educazione dei figli. Ma per quanto riguarda l’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia non ci sono novità rispetto al passato». È il giudizio sintetico del professore José Granados, Vicepreside del Pontificio […]

«La peculiarità della Amoris Laetitia va cercata nello slancio pastorale e misericordioso di papa Francesco, nella premura per tutte le famiglie, da accompagnare nella Chiesa, nell’educazione dei figli. Ma per quanto riguarda l’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia non ci sono novità rispetto al passato». È il giudizio sintetico del professore José Granados, Vicepreside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università Lateranense, dove è anche e professore ordinario di Teologia del matrimonio e della famiglia. Il professor Granados è stato anche nominato dal Papa quale consultore della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi del 2015.

Professor Granados, dopo le tante discussioni in questi due anni e mezzo, era fatale che nell’esortazione, che pure è lunghissima e tratta molti temi, tutti andassero a cercare gli eventuali cambiamenti riguardo la comunione ai divorziati risposati. Malgrado i titoli di molti giornali facciano pensare il contrario, nel testo però questo cambiamento non sembra esserci. Mai si parla di ammissione all’Eucaristia.

La lettura del capitolo ottavo, dove si parla di questo tema, porta alla conclusione che non c’è stato cambiamento riguardo a Familiaris Consortio 84 e Sacramentum Caritatis 29. Infatti, se il Papa volesse introdurre un cambiamento in una disciplina così importante, con radici dottrinali nel Vangelo stesso, sarebbe necessaria una sua affermazione chiara. Ma in nessuna parte del documento troviamo scritto che i divorziati in nuova unione civile possono, almeno in qualche caso, essere ammessi all’Eucaristia senza osservare la possibilità aperta da FC 84 di vivere in continenza. Con il suo slancio pastorale e misericordioso il Papa ha voluto dunque insistere sul fatto che non dobbiamo giudicare questi fratelli e sorelle, perché non conosciamo i condizionamenti, il grado di conoscenza e responsabilità delle persone; dobbiamo invece metterci in cammino con loro per integrarli pienamente nella Chiesa. D’altra parte il testo cita (al n. 302), approvandolo, un documento del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi dove si spiega molto bene la questione. La Chiesa non ammette queste persone, non per la loro colpevolezza soggettiva, ma perché il loro stato oggettivo di vita è in contraddizione con il sacramento del matrimonio e dell’Eucaristia. Il problema non è la colpevolezza soggettiva delle persone coinvolte, ma il bene comune della Chiesa, la confessione ecclesiale di fede in Gesù davanti al mondo (che avviene proprio nella pratica sacramentale), e il mantenere chiara la meta ultima a cui conduce il cammino pastorale di misericordia: vivere la vita piena del Vangelo. La norma rimane dunque per ogni caso, ed è una grande luce pastorale per la Chiesa, perché indica la meta verso cui camminare e accompagnare queste persone per condurli alla vita piena di Gesù.

Possiamo dire allora che la «linea Kasper» esce fortemente ridimensionata?

La proposta del cardinale Kasper, possiamo dire, è stata recepita nella sua visione positiva e bella del Vangelo della famiglia. Ma non nel punto concreto che si riferiva alla possibile ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia. Su questo punto non c’è nessuna affermazione chiara del Papa che indichi un cambiamento della disciplina, che quindi rimane in vigore come una luce per guidare la pastorale misericordiosa della Chiesa con queste persone. D’altronde, questa era stata anche la via indicata dal Sinodo: aprire un cammino paziente per integrare le persone pian piano, con sguardo misericordioso, alla pienezza della vita ecclesiale e del Vangelo di Gesù.

Quali sono allora le novità di questa esortazione apostolica, che lei giudica positive?

C’è soprattutto il grande slancio pastorale e misericordioso di Papa Francesco, che ci invita ad uscire e proclamare il vangelo della famiglia a coloro che sono più lontani. In questo contesto ci offre una bella esposizione di 1Cor 13, l’inno alla carità di San Paolo, per poter sviluppare un’antropologia fondata sulla verità dell’amore, rivelato pienamente in Gesù. C’è inoltre un’insistenza grande sull’accompagnamento delle famiglie, piccole chiese domestiche, nella grande famiglia che è la Chiesa. Indicherei, per ultimo, l’aver guardato direttamente il grande tema dell’educazione dei figli, ampliando così i temi trattati al Sinodo, e aprendo la riflessione su un argomento di grande rilevanza per il futuro, come aveva ormai notato Benedetto XVI nei suoi discorsi sull’educazione.

Le discussioni però e la “guerra delle interpretazioni”, inevitabilmente, si stanno già concentrando sul capitolo 8, dove si prendono in considerazione i casi irregolari. Quali sono, a suo avviso, le parti più problematiche o poco chiare che possono dare adito a interpretazioni contrastanti?

Se si separa il testo dal contesto della discussione sinodale oppure dalla sua continuità con il magistero precedente, certamente ci possono essere interpretazioni sbagliate. Io direi che per interpretare questo capitolo bisogna tenere conto, in primo luogo, della Relatio Finalis dei due Sinodi, citati continuamente nel documento. Il Papa, che tanto insiste sulla sinodalità, ha voluto raccogliere il messaggio del Sinodo, e non andare oltre. In secondo luogo, è importante sottolineare la continuità con il magistero precedente, specialmente di San Giovanni Paolo II, che Papa Francesco ha chiamato “il Papa della famiglia”.

Bisogna in tutte le affermazioni ricordare che il Papa non vuole giustificare il peccato né le situazioni di peccato, ma aiutare la persona perché possa tornare alla vita piena di Gesù. Si tratta di comprendere le persone, di saper guardare i loro problemi, di accettare la difficoltà culturale che c’è per vivere la verità dell’amore… per ricondurli a Gesù e al suo Vangelo. Il Papa insiste che lo sguardo ultimo a cui la Chiesa vuole condurre le persone è la vita piena del Vangelo, il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, senza riduzioni della sua grandezza. Penso che con questi criteri si possono evitare molti malintesi.

C’è il rischio di poterci leggere un allentamento dell’oggettività della norma morale, in contrasto con la Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II?

Il Papa ha detto ripetute volte che non voleva cambiare la dottrina. L’Enciclica Veritatis Splendor è un documento dottrinale di alto livello sulla teologia morale, che il Papa dunque non ha voluto negare, né una esortazione apostolica con un intento pastorale sarebbe il luogo per farlo. Questo vuol dire che il testo deve interpretarsi sempre alla luce di Veritatis Splendor. Così, quando il testo afferma che non ci sono norme assolute, non si riferisce certamente alle norme che vietano atti intrinsecamente cattivi, perché affermare che ci siano queste norme è il principale intento di Veritatis Splendor. Inoltre, il documento stesso raccoglie queste norme, quando dice, ad esempio, con forza, al n. 245: “Mai, mai, mai, prendere il figlio come ostaggio”. Il Papa stesso ha dunque individuato norme assolute come del resto ha già fatto con il divieto di tortura, di appartenenza ad associazioni mafiose, la pedofilia…

In realtà, se vediamo il contesto, la chiave per capire di quali norme si tratti, è data dal n. 299, dove si parla delle norme disciplinari sui sacramenti che la Chiesa ha autorità per cambiare, come ad esempio il fatto che un divorziato in nuova unione possa essere padrino o madrina di battesimo. A questo, si dice, non si può dare una norma canonica generale, ma s’invita ad un discernimento, che tenga conto se la persona sta facendo un cammino verso la conversione.

C’è chi ha notato l’ambiguità di alcune note, a proposito di disciplina dei sacramenti e di coscienza. Lei cosa ne dice?

Una delle note (351) del documento apre una domanda generale a cui non si offre poi una risposta specifica. Si dice che in certi casi la Chiesa può dare l’aiuto dei sacramenti a chi vive in una situazione di peccato obiettivo, se non è soggettivamente colpevole. È un’affermazione che non si applica dunque direttamente al caso dei divorziati in nuova unione civile. Questo caso è specifico e differente da altre situazioni obiettive di peccato, infatti, perché in esso si vive in contraddizione con un sacramento, come ha insegnato Benedetto XVI in Sacramentum Caritatis 29. Il Papa Francesco, dunque, non specificando di più, non ha neanche cambiato la disciplina stabilita. Sarebbe stato strano, infatti, che egli avesse proposto questo cambiamento così importante in una nota a piede di pagina.

Lei che ha partecipato al Sinodo, trova che l’esortazione rispecchi fedelmente quanto emerso nel dibattito sinodale o la sensibilità del Papa rispecchia maggiormente la sintonia con una tendenza particolare?

All’inizio del documento (n. 3) il Papa critica, per così dire, due atteggiamenti opposti che possono essere stati presenti al Sinodo: coloro che vogliono cambiamenti a qualsiasi costo senza riflessione, e coloro che vogliono solo applicare normative. Penso che Francesco indichi dunque la chiave di una riflessione ragionata alla luce del Vangelo di Gesù e in fedeltà alla Chiesa (n. 3). In questo senso, più che vedere una sintonia con una tendenza o un’altra, penso che il Papa abbia voluto indicare i criteri, mostrandosi sempre in sintonia con il documento finale del Sinodo, che tante volte egli si accontenta di citare lungamente. Un criterio chiave per leggere il testo è dato appunto dai due documenti sinodali, che il Papa ha voluto accogliere ed esplicitare, in tutto il suo impegno pastorale, senza andare oltre le linee indicate dal Sinodo.

Mettendo a confronto la Familiaris Consortio e la Amoris Laetitia, quali sono – brevemente – le principali differenze?

Direi che in Amoris Laetitia si vede la preoccupazione molto grande per avvicinarsi ai lontani, per fare tutto il possibile per attirarli verso la vita del Vangelo. Questo era presente anche in Familiaris Consortio, molte volte citata dal documento, ma non con così tanto sviluppo. Ci sono anche sfide nuove a cui Amoris Laetitia risponde, perché si è aggravata la difficoltà culturale riguardo alla famiglia (penso, ad esempio, all’ideologia di gender). Le linee generali di Familiaris Consortio sono confermate, sviluppate e illuminate: la visione della persona alla luce dell’amore, l’importanza di una cultura della famiglia, il desiderio di partire dal Vangelo per illuminare la situazione odierna…

Il concetto di “bene possibile” e la valorizzazione del bene anche in situazioni oggettivamente sbagliate – che nell’esortazione sono richiamati – sono solo una preoccupazione pedagogica o rischiano di essere gravemente fraintese?

Penso che per rispondere a questa domanda sia importante ricordare il rifiuto esplicito del documento (n. 295) per una gradualità della legge, affermando con Familiaris Consortio 34 la “legge della gradualità”. FC 34 rifiuta che ci siano “vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse”. Secondo la “gradualità della legge”, Dio richiederebbe solo gradualmente l’esigenza della legge alle persone con difficoltà per compierla; la legge non obbligherebbe quindi tutti allo stesso modo. La legge della gradualità, invece, assume pedagogicamente il concetto di legge, senza contraddire le sue esigenze normative minimali. Queste esigenze, infatti, identificano ciò che distrugge i beni essenziali della persona, e hanno così proprio il compito di permettere questa pedagogia. Le affermazioni di questo documento devono capirsi secondo le idee di FC 34, che Amoris Laetitia ha voluto esplicitamente confermare.

Riguardo alla valorizzazione del bene in situazioni sbagliate il testo certamente farebbe problema se si interpretasse accettando il bene della situazione in se stessa. Queste situazioni (come la convivenza, l’adulterio, ecc) hanno una logica contraria al matrimonio, e quindi sono un ostacolo al cammino verso l’amore. Ma i testi possono interpretarsi anche come valorizzazione del bene che è nel cuore della persona che vive in quella situazione. La situazione è un ostacolo per l’amore, ma il desiderio di amore pieno che è nel cuore dell’uomo è seminato da Dio ed è buono. Gesù con la samaritana ha usato appunto questo metodo: parlare al desiderio di amore pieno del cuore della donna, per poi fare vedere che la decisione presa da lei (non è il tuo marito) e la situazione in cui si trovava erano un ostacolo per l’amore.

di Riccardo Cascioli

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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