“Gli imperdonabili”

Molti anni fa, al mio secondo esame di Estetica all’università, mi venne rivolta dal docente una domanda che ricordo ancora molto bene e che ogni tanto mi ritorna in mente. L’esame era su Proust e sulla sua monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto”. Mi venne chiesto se ricordavo il passo dell’opera in cui Proust, […]

Molti anni fa, al mio secondo esame di Estetica all’università, mi venne rivolta dal docente una domanda che ricordo ancora molto bene e che ogni tanto mi ritorna in mente. L’esame era su Proust e sulla sua monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto”. Mi venne chiesto se ricordavo il passo dell’opera in cui Proust, con un cenno rapidissimo e casuale, nomina per la prima e ultima volta Trieste. Se pensiamo alla foresta di pagine, eventi, monologhi interiori e intrecci temporali continui che dilatano la narrazione di Proust verso uno spazio pressoché infinito, la richiesta di ricordare quel solo piccolo dettaglio poteva sembrare una piccola cattiveria. E invece la mia risposta fu pronta e sicura: Trieste è citata a proposito di un viaggio di Albertine, la giovinetta amata dal protagonista, con un riferimento preciso alla stazione dove la fanciulla in fiore aspetta un treno.

Ricordavo bene quel dettaglio perché mi aveva colpito a fondo durante la lettura, al punto che è quello il particolare che ricordo ancora con assoluta nitidezza. La ragione di questa memoria tenace e capillare? Il semplice elementare fatto che si parlava di Trieste, la mia città. L’idea che l’eroico e sublime Proust, dalla sua cattedrale magnifica di parole visitata, percorsa e ripercorsa da appassionati fedeli di tutto il mondo, nominasse la mia città mi fece sentire ingenuamente orgogliosa. La stessa impressione l’ho provata scoprendo successivamente che molti altri grandi letterati e scrittori hanno avuto in qualche modo a che fare con Trieste e che l’hanno citata nella loro opera, ad esempio Stendhal e Turgenev. Questo campanilismo a cui nessuno sfugge, neppure i sommi sapienti e intellettuali che si fregiano con soddisfazione del titolo di apolidi, si è ravvivato in me scoprendo — come ho scritto in un articolo del giornale cartaceo sul numero del venerdì 1 luglio — che uno scrittore, giornalista e saggista di fama mondiale come lo statunitense William T. Vollmann ha dedicato un racconto del suo ultimo libro “Ultime storie e altre storie” alla nostra città con protagonista la fascinosa e ammaliante artista Leonor Fini, figlia di una triestina e legata a Trieste da lunghi soggiorni e amicizie con alcune delle personalità più brillanti della nostra intellighenzia tra le due guerre. Il titolo del racconto è “La dea gatta” ed è ambientato in una Trieste notturna ammantata di segreti e misteri.

Riflettendo sul lato notturno e magico della Fini — incarnazione del lato oscuro della femminilità già rappresentato nel mondo ebraico e mesopotamico antico con la figura di Lilith, un demone della tempesta e del deserto —, è inevitabile seguire l’altro grande fiume dell’archetipo femminile posto sotto il segno della luce e dell’angelica grazia. I due fiumi, quello oscuro e limaccioso della donna oscura e temibile — la maga Circe — e quello limpido, profondo e quieto della donna angelo che guida l’uomo alla sapienza delle cose divine — la Beatrice dantesca — scorrono a fianco. Può accadere che in certi tratti i loro alvei si incontrino così che le acque torbide dell’uno si mescolino alle acque pure dell’altro e viceversa, circostanza che allude a un tipo femminile ambiguo, diviso tra luce ed ombra, solitamente legato alle forze opposte della natura dominata da un principio creativo luminoso e da un principio distruttivo notturno e sotterraneo. Ma dopo questi brevi tratti in cui si incontrano, i due fiumi ritornano ciascuno al proprio letto e, via via che scorrono, l’uno ritorna torbido e limaccioso e l’altro chiaro e trasparente come un cristallo.

Per queste ragioni il nome della Fini mi ha ricordato il nome di un’altra grande artista, letterata, saggista e poetessa, che ha incarnato nella sua vita, a differenza della dea gatta, il principio femminile luminoso e angelico. Il suo nome è Cristina Campo, musicale ed evocativo pseudonimo di Vittoria Guerrini, angelica e radiosa figura di donna aristocratica, raffinata e gentile nello spirito e nella vocazione all’assoluto e all’incomparabile. Niente in lei, nella sua persona, nel suo modo di vivere, nei suoi scritti in versi e in prosa, nelle sue traduzioni e nelle sue lettere incrina mai questa innata nobiltà squisitamente muliebre, espressa nell’eleganza del tratto e dei modi e in special modo nella angelica serafica purezza della sua intelligenza speculativa e lirica. Tutta la vita della Campo è un esteso e delicatissimo inno alla bellezza della Verità, ai colori cangianti della vita letta sempre in chiave iniziatica di prova verso supremi lidi di cielo. La grazia di Beatrice ben si modella in questa donna esile e aggraziata, dai lineamenti finissimi, dagli occhi neri velati da una segreta sofferenza ma rischiarati da una calda e quieta luce interiore. La Campo, per chi abbia letto anche solo qualche riga dei suoi scritti, si svela subito come incarnazione perfetta del femminile nella sua capacità di ascolto, di intuizione profonda, di maternità spiritualità e intellettuale, di accoglienza assoluta, di sensibilità più che umana nella sua lungimiranza e nella sua facoltà di dipanare i grovigli della vita e del cuore umano stendendoli in fili di seta lucente. Tutto diviene bello nelle sue mani di tessitrice arcana, tutto diventa dolce e inebriante nel miele delle sue parole distillato dai fiori più belli del creato.

Ma chi fu Cristina Campo? Dire che fu una saggista, poetessa e traduttrice di squisita sonorità sarebbe poco. È oltre che bisogna guadare, nei penetrali di un’anima bella ed eletta che visse con sacralità e venerazione religiosa la sua intera esistenza e la sua scrittura. Una figura solitaria, riservatissima, dalla vita appartata e tranquilla, molto avvertita nel conoscere e nello scrivere, dotata in modo eccelso della facoltà di leggere nella matrice delle cose il calco originario della loro struttura aurorale e del loro senso. In una frase, l’emblema dell’intelligenza femminile, così lontana dall’ineleganza e insipienza, spesso volutamente perseguite, di tante donne non proprio fedeli alla parte migliore della loro natura.  Le immagini di lei ritratta da nostalgiche e soffuse fotografie in bianco e nero hanno la stessa ieratica e preziosa maestà delle principesse e imperatrici dei mosaici bizantini. L’arte e la liturgia bizantina furono una sua grande passione, al punto che dopo la riforma conciliare della liturgia la Campo fondò il primo gruppo di Cattolici tradizionalisti difensori del culto secondo l’antico rituale, con una venerazione espressa anche nei versi per la fastosa, magnifica e solenne liturgia bizantina, la più vicina secondo lei allo spirito del cristianesimo.

La spogliazione della liturgia dai suoi paramenti regali, dai suoi canti arditi e purissimi, dei suoi rituali simbolici avvolti un un’aura di mistero ove il fascinans e il tremendum del divino si incontrano, la semplificazione prosaica della messa in genere la colpirono profondamente. Per attingere ancora a questa sorgente sacra che rischiava di essere interrata e dimenticata, frequentò a lungo nei suoi anni romani l’Abbazia benedettina di Sant’Anselmo sull’Aventino dove si cantava il gregoriano e poi il Collegium Russicum. Lei stessa volle camminare sul suolo santo componendo delle poesie sacre ispirate alla liturgia bizantina.

Nata il 29 aprile del 1923 a Bologna da una famiglia agiata — il padre era compositore e musicista — a causa di una malformazione cardiaca congenita la sua salute fu sempre molto cagionevole. La malattia poi le impedì di crescere come tutti gli altri bambini: venne istruita a casa, protetta amorevolmente e sempre custodita dalla propria famiglia. La sua infanzia fu solitaria e riflessiva. Le città in cui visse a seguito dei trasferimenti del padre furono decisive per la sua formazione umanistica, spirituale e poetica: prima Firenze, dove andò a vivere nel 1928 e poi Roma, dove si trasferì nel 1955 e dove morì all’età di 52 anni il 10 gennaio del 1977.

Le sue amicizie, tenute vive e feconde grazie anche a una fitta corrispondenza, le regalarono un vasto e ricco patrimonio conoscitivo che si affinò e si ampliò con gli anni. Nel periodo fiorentino frequentò il germanista e traduttore Leone Traverso, Mario Luzi, Gianfranco Draghi e maturò una passione intellettuale sempre rinnovata per Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil. Nel periodo romano strinse amicizia con il triestino Bobi Bazlen, con Maria Zambrano, Elèmire Zolla e il filosofo, valorizzato solo di recente ad opera di Massimo Cacciari, Andrea Emo, uno dei grandi trascurati e misconosciuti della cultura e della letteratura italiana finché furono in vita. Questi spiriti eletti negletti dai circuiti ufficiali della cultura e dell’editoria permeabili quasi esclusivamente ai dettami del mercato, furono denominati da Cristina Campo, in un suo sfolgorante saggio, con il termine di “imperdonabili”. Imperdonabili perché non confusi con la massa di umani indifferenti alla bellezza e alla gratuità dello stupore. Imperdonabili perché sovranamente stranieri in un mondo stupido e sordo, avvinti, come splendido rampicante fiorito e amico delle brezze, ai pilastri della saggezza maestra di essenzialità e armonia. Imperdonabili perché spregiatori del calcolo, della convenienza, del profitto, dell’utile e dell’accomodamento vigliacco alla status quo e all’ideologia del momento. L’imperdonabile non scende nelle fervide piazze dei commerci per barattare tutto il giorno le proprie merci, siano esse di natura materiale o spirituale. Non cerca la gloria, né la ricchezza o il plauso. È come un animale che si stacca dal branco divoratore di prede per fuggire lontano, verso le montagne, vicino al cielo, nutrendosi di fiori e di acqua di sorgente. E via via che si allontana e percorre le immense solitudini, gli accade perfino, per un tocco angelico, di mettere le ali e slanciarsi verso l’alto fino ad arrivare al sole. Il branco non lo perdona e giunge perfino ad odiarlo perché ha tradito le leggi primitive della foresta selvaggia ove tutte le creature esistono per divorare o essere divorate. L’imperdonabile è colui che coltiva la bellezza e il culto della perfezione, colui che si appassiona a cose gratuite ma belle come l’arte dei tappeti o gli emblemi dell’araldica imparando i loro simboli e decifrando lo spartito spirituale che li sottende. Imperdonabile è il poeta, il pensatore, il solitario, chiunque si chiuda nell’ermetica torre dell’intelligenza e chieda al Signore il solo dono della sapienza, come il glorioso Salomone. La sua grande e inespiabile colpa agli occhi del mondo è l’assenza di quella logica del possedere per possedere sempre di più, il sacro rifiuto della menzogna e del calcolo.

Essere imperdonabili è non stare mai dalla parte che conviene e che vince senza onestà, né lasciarsi infatuare dai fuochi della festa che oggi fa ridere e gioire e domani piangere e rammaricarsi. L’imperdonabile sta sempre dalla parte che non vince, che non guadagna, che non conquista, perché lieve è il suo passo, puro e perfetto il suo pensare, sentire e parlare, intatto e libero il suo creare, infrangibile il suo patto con la purezza, la perfezione e la bellezza. I suoi attributi non sono di questa terra, d’etere celeste è l’inchiostro con cui lo stilo d’oro fregia le sue pagine vissute e scritte: «grazia, leggerezza, ironia, sensi fini, occhio fermo e difficile», scrive la Campo con rigorosa grazia.

Il suo aspetto, da cui spirano impalpabili «chiarezza, sottigliezza, agilità, impassibilità», è modellato sulla Sapienza che ogni mattina saluta il suo risveglio e lo accompagna durante il giorno, sussurrandogli all’orecchio i segreti delle cose vedute e incontrate, vegliando di notte sul suo sonno profondo e infondendo nel suo cuore sul far dell’alba la musica delle sfere, a viatico di un altro giorno da vivere e gustare all’ombra delle sue ali. Da autentica “imperdonabile” senza macchia o esitazione, Cristina Campo è stata esclusa dai circuiti della cultura dominante del suo tempo, un’esclusione sia perseguita consapevolmente in conformità ai nobili fini estetici e spirituali della sua arte, sia imposta dai baroni dell’editoria di quegli anni che nella Campo vedevano un pericolo per la loro egemonia ideologica ed economica. Di sé avrebbe voluto che, dopo la sua morte, si dicesse: «Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno».

A parte le numerose traduzioni da lei curate in modo impeccabile — tra i numerosi altri, Katherine Mansfield, Virginia Woolf, John Donne, William Carlos Williams, San Giovanni della Croce, i Padri del deserto, Simon Weil, Hugo von Hofmannsthal, Jorge Luis Borges, Anton Čechov, Friedrich Hölderlin, William Shakespeare —, pubblicò finché era in vita una raccolta giovanile di poesie, “Passo d’addio”, pubblicata nel 1956 da Vanni Scheiwiller, l’inarrivabile meditazione sul valore iniziatico della favola e del mito “Fiabe e mistero” edita da Vallecchi nel 1962 e poi ripubblicata e ampliata nella raccolta di saggi “Il flauto e il tappeto” edito da Rusconi nel 1971. Ma gran parte dei suoi scritti uscirono postumi, come postume furono l’attenzione e l’entusiasmo della critica nei confronti del suo talento magnifico. Fu la casa editrice Adelphi a pubblicare le opere postume e alcune anche inedite della Campo: oltre ai numerosi carteggi, nel 1991 uscì “La tigre assenza”, un’antologia raffinatissima di poesie della Campo e di alcune delle sue traduzioni, e nel 1998 “Sotto falso nome”, un mosaico di scritti spigolati tra le carte della Campo, compresi ritagli di giornale, note ai margini dei suoi libri, stralci di trasmissioni radiofoniche. Come le fantasmagorie delle lampade magiche proiettano ombre deliziose e fantastiche sullo sfondo bianco della parete, così i frammenti scritti e firmati sempre con uno pseudonimo diverso dalla Campo riflettono nella nostra mente e nel nostro cuore le ineffabili parvenze dei fiori del bene che crescono nel giardino della vita: l’arte, la filosofia, il pensiero puro, la bellezza gratuita dei tappeti persiani, dei giardini e delle ville fiorentine, i chiavistelli della fiaba con le sue prove e i suoi enigmi, i suoi incanti e i suoi tesori, il cosmico santuario dei simboli che narrano l’avventura dell’uomo dalla terra all’empireo, alla ricerca del codice per capire la lingua degli uccelli e afferrare nei silenzi astrali il fruscio delle ali di Gabriele.

Mettersi alla cerca dei frammenti di smeraldo del Sacro Graal — simbolo cosmico di Verità e Sapienza — disseminati nel creato, volgendo le spalle al mondo e alle sue logiche di buonsenso accomodante e di utile ad ogni costo, oggi è più che mai imperdonabile. Del resto la cultura ufficiale fa mostra di perdonare i suoi imperdonabili solo quando sono morti e non possono più nuocere con la loro scomoda silenziosa accusa nei confronti di un sistema divoratore dei suoi figli migliori come il crudele e accidioso Saturno. In realtà dietro a questa improvvisa riscoperta e a questo plauso festoso verso gli imperdonabili perdonati post mortem cova il rimorso del tradimento ed è la cultura dominante con il suo mercato implacabile ad avere bisogno di perdono. Scoraggiante è il fatto che gli stessi responsabili della negligenza verso queste anime belle sono poi quelli che vestono in pubblico la maschera dei puri e con parole contrite condannano l’errore di valutazione compiuto sempre da altri. Salvo poi ripetere lo stesso iter di noncuranza e finta degnazione con gli imperdonabili che verranno e ai quali, finché vivono, non verrà mai rimessa la colpa. Così il cerchio si chiude, gira e rigira su stesso, come il vento di Qohèlet, che ritorna sempre sulle proprie volute fatte di niente nel fondale riarso e triste del mondo dove non vi è mai nulla di nuovo sotto il sole. Un cimitero di incompresi e inascoltati giace negli archivi, sepolti sotto le vecchie e dimenticate carte chiuse nelle soffitte dei nuovi centri di irradiazione del pensiero e del sapere. È amaro riconoscere che è sempre troppo tardi e che da noi non esistono i finti spettacolari miracoli del minatore o dell’operaio, o perfino del clochard o del più semplice depresso cronico senza lavoro — i grandi piccoli vinti della storia — che da sempre coltivano con tenacia feroce nel segreto di un monolocale o di un sottoscala buio, umido e sporco la passione delle belle lettere e della scrittura e che per strane casualità vengono scoperti all’improvviso dalla editoria e scagliati nel firmamento della gloria come meteore.

Da noi la famosa grande occasione non esiste e non è poi un male. Il guaio è che non esistono nella nostra cultura il retto riconoscimento, l’intelligente attenzione, il discernimento, la volontà di ascolto, l’onestà verso ciò che vale veramente e meriterebbe di potersi esprimere, il nobile coraggio di investire su una cosa perché è veramente e intrinsecamente buona e bella e non perché andrà a solleticare gli istinti più bassi del pubblico e porterà per questo un ottimo bottino. Mancano i valori profondi e l’amore per l’uomo e per la sua elevazione spirituale. Dilaga una voluta e consapevole ricerca del difetto, del brutto, del volgare e dell’ignobile. La bruttezza, la brutalità, lo stridore di fondo, lo sfregio e l’insulto vendono bene e preparano futuri fruitori sempre più dipendenti dalle offerte all’ingrosso di questa fiera dell’insipienza.

Nascoste, solitarie e silenziose le miriadi di imperdonabili disperse ovunque nel mondo continuano grazie al cielo ad ascoltare la voce della Sapienza nei loro cuori. La Sapienza vestita da regina che, una volta sedutasi sul trono della nostra intelligenza, ripaga davvero di ogni esilio e amarezza dettando i suoi inni e le sue litanie di luce, come in questa lirica celestiale di Cristina Campo dal titolo “Nobilissimi ierei”, che trascrivo in guisa di caldo saluto a tutti gli imperdonabili di ieri, di oggi e di domani: «Nobilissimi ierei, / grazie per il silenzio, / l’astensione, la santa / gnosi della distanza, / il digiuno degli occhi, il veto dei veli, / la nera cordicella che annoda ai cieli / con centocinquanta volte sette nodi di seta / ogni tremito del polso, / l’augusto cànone dell’amore incommosso, / la danza divina del riserbo: / incendio imperiale che accende / come in Teofano il Greco e in Andrea Diacono, / di mille Tabor l’oro delle vostre cupole, / apre occhi del cuore negli azzurrissimi spalti, / riveste i torrioni di Sangue… / Che prossimità spegne / come pioggia di cenere».

 

 



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