Germania: se i fedeli vanno via

Fuga di fedeli dalla Chiesa tedesca. Evidentemente l’avventurismo teologico-pastorale non paga.

Hanno fatto un po’ di rumore le cifre pubblicate negli scorsi giorni relative al numero dei fedeli che nel solo anno 2014 hanno abbandonato la Chiesa tedesca: ben 214.000 secondo le ultime rilevazioni.

Ma come fanno a sapere con esattezza una cosa del genere?, vi chiederete voi, pensosi. Il fatto è che in Germania, coerenti con la loro mania del far tornare sempre e dovunque i conti, c’è una tassa apposita che all’atto della presentazione della dichiarazione fiscale viene riscossa dalle varie confessioni, la cosiddetta “Kirchensteuer”. Il meccanismo è piuttosto semplice: il contribuente, oltre ai dati consueti su immobili, proprietà, redditi da lavoro e via dicendo, deve dichiarare anche l’appartenenza religiosa, se ce l’ha. E, se ce l’ha, paga di conseguenza. Non è uno scherzo e nessuno può esimersi nel senso che se sei credente non puoi non pagare il tuo contributo tassativo. Appunto perché non si tratta di un obolo libero ma di una tariffa vera e propria, regolamentata legislativamente a livello federale e che la confessione di riferimento incassa.

Va da sé – come sempre quando si tratta di soldi e tasse, tutto il mondo è Paese… – che le polemiche si sprecano, da tutte le parti, ma siccome i tedeschi sono e restano comunque tedeschi va pure detto che ormai il meccanismo è talmente consolidato e oliato che passato lo sfogo di rito nessuno se ne stupisce alla fine più di tanto e aspetta rassegnato l’anno venturo per il nuovo versamento. Anzi, culturalmente il discorso è passato talmente tanto che quelle dichiarazioni (diversamente da quanto accade per esempio da noi) da tempo fanno stato anche della contabilità della cura delle anime nel senso che le comunità religiose in primis si affidano proprio a queste rilevazioni quando devono certificare pubblicamente il numero dei fedeli, in entrata o in uscita. D’altra parte vale anche il contrario nel senso che notoriamente un contribuente che non paga la quota si auto-esclude consapevolmente dalla comunità ecclesiale, come se avesse rinnegato qualcosa della fede, per quanto bizzarro questo possa suonare.

Chiarita la premessa, come si suol dire, veniamo al dunque. Perché 200.000 abbandoni sono veramente tanti, tantissimi: come qualcuno tra i più attenti ha fatto notare la cifra supera persino quella registrata qualche anno or sono nel mezzo degli scandali sulla pedofilia che mediaticamente avevano travolto l’immagine della Chiesa nazionale. La spiegazione va quindi ricercata altrove.

E i più avvertiti hanno puntato l’indice sul dibattito interno, dottrinale e pastorale, che negli ultimi mesi ha visto esponenti di primo piano mettere ripetutamente in discussione proprio verità morali acclarate, mettendo persino in minoranza chi le difendeva in pubblico. Francamente non è stato un bello spettacolo perché sono volate parole grosse e, soprattutto, l’impressione degli spettatori è stata quella di trovarsi su una nave senza timone che subisce anzi le correnti del mondo così come vengono senza sapere esattamente dove andare.

A un livello ancora più profondo, poi, la vicenda ha rivelato anche che – al di là dei sondaggi ad hoc ‘confezionati’, o ‘pre-confezionati’ – all’interno della comunità credente c’è un disagio sempre più forte, che a volte diventa malessere vero e proprio tanto – pare di capire – da spingere qualcuno, anzi ben più di qualcuno, a lasciare addirittura la Chiesa sbattendo la porta. Il paradosso, naturalmente, è che di queste cose sui giornali che vanno per la maggiore non si parla mai. I dubbi e i problemi di una piccola minoranza ideologica ed agguerrita diventano improvvisamente il tema del giorno per la Chiesa universale e quasi ne dettano l’agenda mentre quelli altrettanto seri – se non di più – del resto delle persone vengono silenziati come se non esistessero. Certo, non si tratta di giustificare per questo un atto che evidentemente non può mai essere giustificato. Però anche questo è un campanello d’allarme serissimo: se il mondo ha le sue istanze, cangianti e umorali, anche coloro che vogliono rimanere fedeli a quanto ricevuto, per dirla con San Paolo, hanno le loro.

Riferendosi proprio alle divisioni interne della Chiesa, Benedetto XVI una volta disse una frase sconvolgente che suonava più o meno così: se non ce ne occupiamo più noi, che ne sarà infine di queste anime? Mutatis mutandis, ci pare che anche Francesco quando parla dei famosi ‘pastori con addosso l’odore delle pecore’ dica la stessa cosa. Ai sacerdoti, alla Chiesa, deve interessare anzitutto la salvezza dell’anima perché quella è eterna e in fondo l’eternità è l’unica misura dell’operato di un pastore a misura del cuore di Cristo: le mode passano, l’eternità resta. Ecco, noi non siamo nessuno, per carità, e anche le persone più sbagliate per dare consigli non richiesti agli altri, però troviamo che quella domanda per come stanno andando le cose ultimamente in Germania, davanti allo specchio, onestamente e con evangelica e spassionata franchezza, dovrebbero farsela veramente in molti: se le lasciamo andare via, che ne sarà infine di queste anime?



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