Germania: se Dio diventa un tabù

Nei giorni scorsi in Germania si è conclusa la novantanovesima edizione delle Settimane Sociali (Katholikentag), la principale manifestazione pubblica organizzata periodicamente dal laicato cattolico tedesco sui temi dell’impegno nella società civile, il dialogo e il confronto con la cultura contemporanea, la politica e la scuola. Istituite nel lontano 1848, in terra teutonica le Settimane Sociali […]

Nei giorni scorsi in Germania si è conclusa la novantanovesima edizione delle Settimane Sociali (Katholikentag), la principale manifestazione pubblica organizzata periodicamente dal laicato cattolico tedesco sui temi dell’impegno nella società civile, il dialogo e il confronto con la cultura contemporanea, la politica e la scuola. Istituite nel lontano 1848, in terra teutonica le Settimane Sociali hanno una lunga tradizione, precedente addirittura alla nascita del moderno Stato unitario. Nell’edizione di quest’anno, tenutasi a Regensburg, oltre ai principali rappresentanti dell’Episcopato, sono intervenuti anche il Presidente della Repubblica, Joachim Gauck, e il Cancelliere in persona. Sì, proprio lei, Angela Merkel. A dire che cosa? Vi chiederete voi. In breve, hanno riconosciuto l’importanza della religione nel dibattito pubblico, hanno sottolineato il passato cristiano del Paese e del Vecchio Continente e hanno invitato i cattolici che li ascoltavano a prendere parte al dibattito pubblico e anche politico con più convinzione. Tutto sommato, c’è da rallegrarsi, quindi. Ed è sicuramente degno di nota che siano le massime cariche dello Stato a prendere simili posizioni, pubblicamente. Tuttavia, siccome non siamo nati proprio ieri, dobbiamo anche aggiungere – per amore di verità – che attualmente la stessa Germania è uno dei Paesi più secolarizzati della Mitteleuropa. Non a livelli disperati (c’è sempre di peggio, chiedere dalle parti di Praga, per esempio), ma che rientra abbondantemente nel trend di crisi profonda dell’Europa occidentale. In una situazione normale, certe cose non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirle. Dire a casa di Lutero, che resta sempre e comunque il fondatore della lingua nazionale, che la religione ha avuto un ruolo nel corso della propria storia passata è come dire a casa degli eschimesi che il ghiaccio non è del tutto estraneo alla loro visione della vita. Vi sembra paradossale? Beh, se vi ‘sembra’ paradossale è proprio perché lo è. Ma non è solo questione di note a piè di pagina filologiche. Forse è questo che non si riesce a capire, in Germania e non solo.

Se così fosse, Lutero dovrebbe interessare solo ai linguisti. Ma chiarissimamente non è così: su di lui hanno scritto Karl Marx, Max Weber, Thomas Mann, Friedrich Nietzsche e un’altra vagonata di personcine che un qualche ruolo nella civiltà europea l’hanno giocato, per tenersi bassi. Se poi volessimo proprio esagerare dovremmo aggiungere che – ma guarda un po’ – anche Gauck e Angela Merkel non sono proprio dei passanti. In effetti, prima di intraprendere la carriera politica Gauck faceva proprio il pastore protestante. Giusto come il padre della Merkel. Eh, vai a vedere le coincidenze. Francamente, non ce n’eravamo mai accorti, ma pazienza, non si può avere sempre tutto dai. Aldilà delle biografie personali, però, quello che qui interessa è proprio il rapporto di un intero popolo con la questione perenne della Trascendenza e con il Creatore. Una volta Benedetto XVI disse che non dovrebbe essere mai accettato che un cristiano venga costretto a spogliarsi di Dio per poter incontrare l’altro. Chissà se lo disse proprio pensando alla sua Germania o meno.

In ogni caso, questo è sempre più un fatto diffuso e gli ultimi dati sociologici che arrivano dai comportamenti delle nuove generazioni non sono proprio incoraggianti. Non è solo questione di segni o simboli pubblici ma anche di comportamenti, linguaggi e mentalità. Qualcuno allora comincia ad accorgersi che anche la ‘modernità leggera’ fa le sue vittime, prima o poi, e che – di nuovo – senza Dio i conti alla fine non tornano. Per questo, se vogliamo dirla tutta, oggi vanno così forte in pubblico i convertiti adulti. Sono rimasti quasi gli unici a dire che crescita o non crescita, euro o non euro, una vita senza Gesù non è tanto una vita contro la Chiesa o il Papa, sebbene alla fine evidentemente lo sia. Ma è soprattutto una vita senza verità, cioè triste, disperatamente triste. E probabilmente non a caso di questi tempi assistiamo al boom esponenziale degli psicofarmaci. Insomma, per farla breve, che la cultura tedesca sia stata per secoli religiosamente connotata (prima e dopo lo scisma) è certamente vero. Che lo sia stata anche la lingua nazionale, derivata dalla prima traduzione della Bibbia in volgare, pure. Ma allora bisognerebbe arrivare a dire che sono state la cultura e la lingua ad essere frutto della meditazione ragionata, intellettuale o meno che sia, della Rivelazione divina. Non il contrario. E che la domanda di eternità ha preceduto tutto il resto. Anzi, è stata proprio l’eternità a dare senso a tutto il resto. Altrimenti chi mai s’impegnerebbe mai in opere così faticose se non pensasse in qualche modo di poter sopravvivere a se stesso? A quel punto (forse) apparirebbe chiaramente che la stranezza oggi non è di chi si pone la domanda ma semmai di chi con inaudita sicumera la rimuove davanti a tutti senza pensarci due volte. Che poi a farlo sia la prima, la seconda o la terza carica dello Stato non dovrebbe cambiare alcunché. A rigor di logica, s’intende.



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