Germania: l’Islam a scuola?

Finora era una materia facoltativa, disponibile a richiesta solo in alcune scuole secondarie del Paese, in nemmeno la metà delle regioni, ma presto secondo esponenti governativi la cosa potrebbe cambiare, così l’Islam – questa una delle notizie più discusse dell’estate tedesca – si appresterebbe a diventare materia di studio e di esame, a tutti gli […]

Finora era una materia facoltativa, disponibile a richiesta solo in alcune scuole secondarie del Paese, in nemmeno la metà delle regioni, ma presto secondo esponenti governativi la cosa potrebbe cambiare, così l’Islam – questa una delle notizie più discusse dell’estate tedesca – si appresterebbe a diventare materia di studio e di esame, a tutti gli effetti, nelle scuole dell’obbligo della Repubblica di Germania. Com’era facile intuire il tema è destinato a sollevare dibattiti e confronti accesi da più parti, anche per le notizie di cronaca quotidiana legate al terrorismo internazionale che hanno effetti sempre più dirompenti sulla cultura e  i modelli di riferimento delle popolazioni mediorientali che migrano in Europa. La cosa, parafrasando un celebre adagio al contrario, è grave e pure seria al tempo stesso per una serie di motivi non proprio marginali. Anzitutto, se si può comprendere l’idea di genuino dialogo propositivo che c’è alla base della proposta (della serie: se ‘normalizziamo’ il fenomeno, dichiarando l’Islam soggetto istituzionale e morale della nostra realtà sociale, circoscriveremo più facilmente i radicalismi e quindi gli animi più esaltati) non  per questo la si può sposare disinvoltamente come nulla fosse. Oltre gli ovvi e più immediati dubbi sulla serietà della cosa (che cosa si insegnerebbe in concreto e su quali libri scelti da chi?e chi avrebbe la necessaria legittimità per farlo correttamente davanti alle famiglie tedesche come davanti a quelle immigrate?) i promotori di un’idea del genere paiono non conoscere le differenze enormi che sussistono tuttora tra il nostro mondo, secolarizzato finché si vuole, ma frutto di una civiltà ben precisa e determinata, e la galassia islamica, che non solo è completamente diversa rispetto al credo religioso professato, ma che agisce secondo logiche di sistema socio-politico che negano totalmente – per cominciare – l’idea e la pratica di laicità che, per chi l’avesse dimenticato, è di matrice evangelica. Questa è la differenza più grande e da cui, a cascata – si potrebbe dire – derivano tutte le altre (dallo status accordato alla donna a quello dei figli e dei minori in genere alla qualità della tolleranza del diverso come valore). Al cospetto il Cristianesimo è – veramente – la religione della libertà e della ragionevolezza perché fatto salvo il Decalogo – che alla fine è di diritto naturale – e i cosiddetti princìpi non negoziabili a livello pubblico, tutto il resto è lasciato appunto alla libera iniziativa dei singoli come delle famiglie come delle comunità: detto in altri termini, nessuno è obbligato a fare (o a non fare) niente che non sia nei minimi fondamentali del comune vivere civile. Il che, tuttavia, è proprio quello che la logica ultra-sistematica della galassia islamica nega, almeno nelle correnti fondamentaliste che sono in crescita esponenziale un po’ ovunque. Da qui l’esasperazione dei conflitti culturali su aspetti per noi sempre più incomprensibili (l’osservanza sociale del digiuno stretto, l’abbigliamento, persino la concezione del tempo libero). Ora su questi temi la laicità da noi, come pure in Germania, è avanzata molto, come noto, in alcuni casi persino troppo ma ciò non toglie che l’alimentazione, il vestiario e il tempo libero anche per i cristiani rientrino nei campi privati e non pubblici. Se in Quaresima qualcuno non osserva il magro di venerdì certamente ci dispiace ma non per questo ne facciamo un tema politico chiedendo cibi speciali o reparti-mensa a parte. Né tantomeno, se uno non lo osserva, tendiamo ad emarginarlo dalla comunità civile (forse può accadere il contrario, semmai). Lo stesso vale per i campi del vestiario e del tempo libero, fatta sempre salva – inutile ricordarlo – la decenza suggerita dal buon senso e dal buon costume. Il motivo è ancora e sempre quello, e cioè che il valore della persona socialmente non è dato dal vestito che indossa o dalla musica che ascolta. Da parte islamista, invece, anche questi settori ricadono nell’organizzazione religiosa, proprio perché la Umma non conosce distinzione tra sacro e profano ma è un blocco unico, talmente unico che a volte se uno attacca pubblicamente un’idea politica o culturale può essere redarguito dalle guide religiose e visto male dalla comunità dei fedeli. Alla base del discorso, per noi, c’è una grande conquista cristiana, guarda un po’, che ha fondato la morale occidentale e poi plasmato le leggi più importanti della storia del progresso: l’idea della dignità assoluta della persona umana, derivata dalla Regola d’oro e dal cuore della Rivelazione stessa. Alla fine la stessa laicità, rettamente intesa, si basa su quella. Una persona non è mai un oggetto, né un animale, ma – anche quando pecca – il vertice più alto della Creazione, per cui Dio stesso ha versato il sangue del suo Figlio unigenito. Così, per tornare all’idea della condizione della donna o ai bambini, ecco spiegato come mai solo con – e dopo – il Cristianesimo essi acquisiscano uno status sociale soggettivo e pubblico di tutto rispetto, che infatti nessuno prima di allora gli aveva mai concesso, nemmeno i romani. Questo non lo diciamo – ovviamente – solo perché oggi sono proprio loro, spessissimo, a pagare con la vita le accuse di apostasia nel mondo islamico dove in certi contesti persino difendere la possibilità del dissenso può portare alla morte ma proprio perché è in questi casi che a parere nostro si vede maggiormente la differenza che c’è tra i due mondi, che però – ripetiamo – è dovuta proprio alle rispettive fonti delle tradizioni sacre per cui da una parte la conversione è un processo anzitutto personale e spirituale e dall’altra è più collettivo e politico-sociale. Certamente si può e si deve dialogare, sempre e comunque con tutti, ma per farlo occorre incontrarsi – lo diceva già Benedetto XVI, proprio ai suoi tedeschi, a Regensburg – su una lingua comune dove parliamo delle regole comuni a cui i vari attori si conformano: per noi, anzitutto l’idea che la natura umana sia una e universale e che la ragione sia patrimonio disponibile di tutti e ciascuno. Se non ci si incontra su questo, secondo noi difficilmente ci si potrà incontrare sul resto, però se qualcuno per caso ci smentisse saremmo i primi ad esserne contenti.



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