Genio e follia

Molti uomini di genio hanno dovuto combattere per un periodo più o meno lungo, o addirittura per l’intero arco della loro esistenza, con quella che il linguaggio specialistico di oggi definisce depressione. In un nostro precedente intervento abbiamo parlato del Disturbo Bipolare, dei suoi sintomi, delle molteplici cause scatenanti, dei suoi possibili rimedi, elencando ai […]

Molti uomini di genio hanno dovuto combattere per un periodo più o meno lungo, o addirittura per l’intero arco della loro esistenza, con quella che il linguaggio specialistico di oggi definisce depressione. In un nostro precedente intervento abbiamo parlato del Disturbo Bipolare, dei suoi sintomi, delle molteplici cause scatenanti, dei suoi possibili rimedi, elencando ai margini del discorso, un po’ di sfuggita, alcuni nomi di importanti personalità che hanno sofferto di questo disturbo. Recentemente al Museo Revoltella sono state rappresentate due pièce teatrali dedicate rispettivamente al pittore triestino Vito Timmel (1886-1949) e all’artista di origini triestine Leonor Fini (1907-1996): due figure accomunate dal talento e dall’originalità, ma anche da una certa eccentricità, più tragica e con esiti funesti nel primo, più sorniona, un po’ giocata sul filo di un raffinato narcisismo e risolta in una compiaciuta stravaganza nella seconda. Ma al di là di queste differenze, entrambi gli artisti sono stati travagliati da un’inquietudine assillante, da una pronunciata difformità rispetto alle convenzioni e ai criteri della normalità, da un’impossibilità quasi congenita all’adattamento al principio di realtà e da una visionaria inclinazione al sogno e all’ignoto. Molte di queste caratteristiche spesso sono associate a quello che un tempo veniva descritto come temperamento malinconico, forgiato dall’influenza greve e tenebrosa dell’infelice Saturno, maledizione e privilegio di tanti artisti sin dall’antichità.
Oggi si parla di depressione, di Disturbo Bipolare, di sindrome maniaco-depressiva, aggiungendo ogni anno un tassello con un nome nuovo all’edificio pressoché interminabile delle cosiddette malattie mentali. Ciò che qui ci interessa analizzare è il motivo del legame tra creatività, genio e ispirazione da una parte e malinconia, depressione, stravaganza e perfino follia dall’altra. In fondo è un luogo comune associare il genio alla follia, binomio ingiustamente attribuito al romanticismo ottocentesco, ma in realtà risalente a epoche molto più antiche, se pensiamo che nel mondo greco la follia era addirittura ammantata di sacralità e si definiva furore sacro e divino il convulso, scomposto profetare delle sibille e dei veggenti. Questo ci dimostra che tra ispirazione, creatività, singolarità di vita e di attitudini, follia e sacralità esiste un circuito attraversato da energie potenti e significati primordiali che ancora oggi ci interrogano. Logicamente non sempre il talento si associa a personalità disturbate, poiché molte figure notevoli dell’arte, della letteratura e dei più diversi ambiti della cultura e della società sono riuscite a trarre dalla loro “singolarità” un superiore equilibrio e un’ampiezza limpida e pacificata di visione. Allo stesso modo non è vero che ogni depresso sia anche necessariamente un creativo e un artista. Oltre a ciò è doveroso premettere che se da una parte la creatività espone a turbamenti interiori, dall’altra questi turbamenti interiori a loro volta cercano e trovano un canale di sfogo e un lenimento nella creazione artistica, come dimostra chiaramente l’arte-terapia. In questo senso la causa diventa un effetto e l’effetto una causa, in un gioco complesso tra due fattori da non considerare mai separatamente ma in una continua tensione dialettica. Poste queste doverose distinzioni, ciò che qui cercheremo di sciogliere, sia pure parzialmente, è il nodo che in molti casi lega tanto strettamente genio e “follia” — intendendo con “follia” tutta la vasta gamma di disturbi che si discostano da una presunta normalità e sanità di vita, di pensiero, di comportamento e di abitudini.
Abbiamo innumerevoli esempi di artisti straordinari che sono stati travolti dalla depressione e dal male di vivere fino a perdere la ragione. Pensiamo al poeta tedesco Friedrich Hölderlin (1770-1843), al filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900), al pittore Vincent van Gogh (1853-1890), al musicista Robert Schumann (1810-1856) e al nostro Vito Timmel morto nel manicomio di Trieste nel 1949. Senza escludere le cause fisiche e genetiche della follia, è un dato di fatto che quanto più una persona guarda in profondità nelle cose tanto più viene scossa interiormente da ciò che vede, nel bene e nel male. Accanto alle predisposizioni famigliari, alle malattie organiche, alla costituzione fisica, e caratteriale, giocano un ruolo decisivo l’intelligenza, la sensibilità, l’intuizione e l’acutezza della vista esteriore e interiore. Chi è incline per tutto questo insieme di fattori a porsi grandi interrogativi, chi si sente trascinato dal pensiero e dal cuore sopra il mondo e i suoi movimenti e sconvolgimenti incessanti, chi sprofonda nelle vastità dell’alto e negli abissi del basso, all’inesausta ricerca di quell’anello che non tiene e che, riagganciato al posto giusto, stringerebbe in un insieme chiaro e ordinato tutte le cose, necessariamente viene sbalzato fuori dai circuiti normali e quotidiani dell’esistenza. Per questo tende ad isolarsi e più lamenta di sentirsi solo più vuole restare solo. L’angoscia gli stringe lo stomaco, comunicandogli un senso indefinito di pericolo. Inizia a non dormire, a mangiare troppo o troppo poco, a contrarre consuetudini sregolate, ad abusare di alcolici e di sostanze psicotrope che alterino o attutiscano la sua sofferenza fisica e mentale. A questo punto la persona ha due possibilità: o risale la china e approda a una superiore consapevolezza oppure, se non ci riesce per tutta una serie di motivi estremamente complessi sui quali si potrebbe discettare all’infinito, si lascia divorare da questa irruzione di potenza vitale, di intuizioni, di riflessioni e di pensieri, di sollecitazioni e visioni che lo travolgono.
Secondo Romano Guardini questa percezione attraversa tutta la grande opera lirica di Hölderlin che visse gli ultimi 36 anni della sua esistenza immerso nella notte della follia. Molti critici hanno interpretato la sua visione misteriosa, arcana e all’apparenza indecifrabile della vita, dell’uomo e della storia, il linguaggio oracolare, oscuro e incantatorio dei suoi versi come una manifestazione del suo squilibrio mentale, spiegazione che Guardini respinge nettamente riportando l’intera cattedrale di visioni e profezie del canto di Hölderlin ad una intuizione superiore e contigua alla sfera del sacro. Questo ci illumina ulteriormente sulla relazione tra genio e follia, tra ispirazione e sofferenza interiore, tra intuizione profonda delle potenze e delle leggi che regolano la vita da una parte e angoscia esistenziale dall’altra. La differenza di visione tra l’uomo che vive immerso nel flusso della vita senza porsi grandi perché e l’uomo che ne viene tratto fuori, è la stessa che corre tra un uomo che cammina tranquillo e immemore in mezzo alla folla e l’uomo che invece guarda le stesse cose dall’alto di una vetta, attraverso i suoi occhi resi sensibilissimi e perspicaci dalla lunga consuetudine all’osservazione e alla riflessione: da lassù, con la sua sonda interiore raffinatissima che vibra ad ogni minimo alito di vento, egli vede con chiarezza e ampiezza ogni più piccolo movimento, ogni attrito, ogni contraddizione, ogni incrinatura, ogni ombra, ogni insidia, ogni assurdità, ogni violenza, ogni dramma, in sintesi ogni male, commisto a tutto ciò che vi è di buono, di bello e di luminoso nel creato e nella volta del cielo che si allarga tutt’intorno a lui. E se la parte oscura scrutata con occhi troppo penetranti mina la sua forza vitale — nel linguaggio psichiatrico il momento delle depressione —, la parte illuminata ed aperta si trasforma in una corrente di incontenibile entusiasmo che a volte sconfina in una folle euforia e in un’esaltazione distruttiva — sempre in termini medici la fase della mania. Ci troviamo di fronte ai classici sintomi del Disturbo Bipolare, solo inquadrati in un’ottica più umana, psicologica, esistenziale e spirituale. Questa è un’esperienza che possono vivere tutti, non solo gli artisti. Questi ultimi hanno solo un’esposizione più pronunciata all’enigma spesso inquietante e sfuggente dell’essere, provocata dalla natura stessa della loro attività che è quella di svelare le cose, di ascoltarne le voci e catturarne i significati, per poi tradurne la quintessenza in una creazione il più possibile fedele all’esperienza vissuta.
Ma un raggio di speranza attraversa questa cortina ora così spessa, buia e pesante da schiantare anche i temperamenti più resistenti e saldi, ora di tale insostenibile leggerezza ed estatica, sfrenata dilatazione delle emozioni da consumare e disgregare le menti più robuste. Questo raggio viene da quell’ordine superiore di realtà che sovrasta ogni cosa. Ritornando a Guardini e al suo saggio su Hölderlin, il teologo alla fine della sua trattazione si concentra su un mutamento molto importante avvenuto nella visione del poeta negli anni della maturità: dopo l’affresco degli dei antichi, ecco l’ingresso in scena nella sua poesia della figura di Cristo, ancora avvolto dall’olimpica ed eroica luce ellenica cara al poeta, ma poco a poco separato da quel fondale e isolato nella unicità della sua solennità salvifica e sacrificale. Purtroppo, conclude il teologo, non possiamo sapere quale altra superiore e radiosa visione sarebbe sgorgata dal canto maturo del grande vate tedesco se non fosse sprofondato nella notte della follia. Ma già questa apparizione, sia pure ammantata di mistero, apre una prospettiva nuova. Esiste un ordine che supera in modo incommensurabile per altezza e verità il punto più alto di visione che l’uomo può raggiungere nel suo interrogarsi sulle cose. E se spesso questo punto nudamente umano, per quanto elevato, svela la bellezza delle forme viventi e insieme la fragile realtà dell’esistere, le sue crudeltà, i suoi scandali e le sue incognite, senza mai riuscire a conciliare la polarità della realtà vivente in un orizzonte risolutivo, pacificante e illuminato, in quest’altro ordine che è fuori dal mondo ma abbraccia e risolve tutte le contraddizioni del mondo, in questo ordine superiore che è la persona stessa del Cristo, tutto è chiarezza, unità, concordia, armonia e verità. Solo tendendo a quel punto profondissimo e altissimo fuori dallo spazio, dal tempo e dalle contingenze del mondo, cessa la spasmodica tensione implicita nella polarità di sofferenza ed ebbrezza in cui l’uomo interrogante e problematico si dibatte, con una qualità più pronunciata nei temperamenti creativi. I loro sensi infatti sono così vigili, ma anche così tesi ed esasperati nelle loro percezioni, da avvertire in un soffio di vento il fragore di una tempesta.
Quel Punto — l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo — non ci libera completamente dalla sofferenza finché siamo in vita, ma ci consola sin d’ora, ci garantisce che possiamo essere liberi e ci insegna a guardare ogni cosa alla luce vivente e chiarissima della sua verità e divinità. Purtroppo pochi medici, psicologi e guide spirituali hanno il buon senso, nella loro cura di anime travagliate e in sofferenza (la lunga schiera dei depressi), di mettere da parte il loro punto di vista per lasciare spazio a quel Punto che ci risolve sul serio.



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