Gasparina e Rainer Maria

Che cosa lega uno dei più ispirati poeti del Novecento quale è stato Rainer Maria Rilke (1875-1926) e una delle poetesse più rilevanti del Rinascimento italiano quale Gaspara Stampa (1523-1926)? A prima vista l’associazione può suonare piuttosto peregrina, ma una volta presa in mano la silloge di Rilke “Elegie duinesi” e letta la prima delle […]

Che cosa lega uno dei più ispirati poeti del Novecento quale è stato Rainer Maria Rilke (1875-1926) e una delle poetesse più rilevanti del Rinascimento italiano quale Gaspara Stampa (1523-1926)? A prima vista l’associazione può suonare piuttosto peregrina, ma una volta presa in mano la silloge di Rilke “Elegie duinesi” e letta la prima delle sue 10 composizioni, la consonanza risulta più che giustificata e quanto mai propizia. L’idea di porre l’uno accanto all’altro questi due cantori della vita e dell’amore considerato in una luce trasfigurata si è concretizzata in un’iniziativa svoltasi lunedì 4 giugno presso la “Sala Bobi Bazlen” di Palazzo Gopcevich, dal titolo “Concerto per Gasparina e Rainer Maria”. L’evento, organizzato dall’“Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione” di Trieste, è nato da un’idea di Marina Silvestri, con musiche originali e arrangiamenti di Silvio Donati eseguite al pianoforte e letture di
Marisandra Calacione e Adriano Giraldi che hanno rispettivamente dato voce a Gaspara Stampa
e a Rainer Maria Rilke. Tra brani musicali e declamazione di versi, è emersa l’intima consonanza di questi due spiriti nobili e chiaroveggenti nel cantare il mistero dell’esistenza e il dramma della passione amorosa. Il trait d’union tra i due poeti è la prima elegia dove Rilke, dopo una lunga interrogazione con se stesso guidata dalla tragica ricerca di un punto fermo nella propria vita interiore di “esule” e “senza patria”, dedica alcuni versi alla poetessa rinascimentale. Rilke sublima nella figura di Gaspara Stampa abbandonata dall’amante Collatino di Collalto il destino di chi non accetta la fine dell’amore e si vota anima e corpo a preservarlo in una forma perfetta sganciata dal tempo e libera da ogni condizionamento della mortificante realtà. A ciò è volta la poesia, sacrario di cose periture ma degne di restare.
Ma per comprendere a fondo il senso di questa liaison intessuta di assoluto è necessario percorrere con orecchio sensibile e attento l’intera trama della prima elegia. Per penetrare i misteri e le rivelazioni di questo incipit ci farà da guida il saggio che Romano Guardini ha dedicato alle “Elegie duinesi”.
La composizione delle poesie di questa ineguagliabile raccolta iniziò quando Rilke era ospite della principessa Maria di Torre e Tasso presso il castello di Duino. Nel gennaio del 1912 gli accadde un fatto straordinario che travolse la sua immaginazione e la sua creatività. Fu la stessa principessa, nelle sue “Memorie”, a raccontare con queste arcane e suggestive parole l’evento prodigioso che sconvolse il poeta: «Rilke andava su e giù del tutto sprofondato nei suoi pensieri, perché la risposta alla lettera lo assorbiva assai. D’un tratto, nel mezzo dei suoi rompicapi, si arrestò, improvvisamente, poiché gli era parso che nel fragore di una tempesta una voce gli avesse gridato: “Chi, se io gridassi, mi udirebbe dagli ordini degli angeli?”. Stette fermo in ascolto. “Che cos’è questo? Egli sussurrò a mezza voce “che cos’è che viene?”. Prese il suo notes che portava con sé e vi scrisse quelle parole e qualche altro verso, i quali si configurarono come da se stessi». Già in queste parole prende forma un motivo ispiratore che ritornerà anche in altri passi della silloge e in altri scritti: il tema dell’angelo a cui ben presto si assocerà l’ossessione per i morti in giovane età, strappati anzi tempo dalla loro vita in fiore e misteriosamente assorti in una dimensione umbratile e malinconica in attesa di quel compimento mancato in vita. A questo proposito Rilke, durante il suo soggiorno presso il castello di Duino, confidò più volte alla principessa di percepire tra le sale della dimora la presenza spettrale di due giovani della famiglia morti tempo addietro. C’è un ragione precisa che spiega la fascinazione di Rilke per gli angeli e lo struggimento profondo per i defunti che una sorte crudele “funere mersit acerbo” (“in una morte acerba travolse”), parole con le quali Virgilio narra nel VI canto dell’Eneide l’incontro dell’eroe negli Inferi con le anime dei bambini strappati precocemente alla vita e e poi riprese dal Carducci nel titolo di una sua poesia sulla morte del figlioletto. Nella contemplazione dell’esistenza e nella sua percezione spinta fino alle radici nascoste, Rilke si addentra nella terra oscura e velata della tenebra e del silenzio, sovrastata dagli angeli — creature del tutto differenti per Rilke dalle radiose ed eteree figure dorate e ridenti di certa maniera — e abitata dalle ombre. La prima elegia è infatti il tratto iniziale di strada percorsa dal poeta nella sua ricerca di un senso riposto nelle cose e negli eventi, nel destino e nel sentire umano, nelle relazioni e nei sentimenti che legano gli uomini tra di loro. In sostanza il poeta ha su questa terra una casa e un patria dove abitare e una speranza di consolazione nei suoi rapporti di amore e di amicizia?
L’impulso primario che lo sospinge è la ricerca di un luogo dove riposare e di una presenza amica che lo sostenga nel difficile cammino della sua vita tormentata e solitaria. L’esperienza folgorante delle “Elegie duinesi” inizia dunque con quella frase echeggiante nel vento e discesa da altezze inarrivabili: «Chi se io gridassi mi udirebbe poi dagli / ordini degli angeli?». Il poeta sa bene che non avrà risposta dall’Alto e anche se venisse accolto in quell’ordine superiore di realtà «io sparirei a causa della sua troppo / forte esistenza». Il contatto con questa sfera intangibile che sovrasta il mondo potrebbe distruggerlo e non perché gli angeli siano guidati da una volontà negativa nei confronti dell’uomo, ma perché la loro stessa natura ed essenza sono tali da annientarlo. Troppo grande e incommensurabile è la loro potenza: nel verso 7 della seconda elegia si dice: «Ogni angelo è terribile». Ma non solo: egli è anche bello, ma nel senso rilkiano secondo il quale «il bello non è / che l’inizio del terribile». Per questo l’angelo potrebbe annientare l’uomo, poiché egli è ultrapossente e inaccessibile per natura e la sua esistenza è pura dirompente potenza in atto, al punto che egli è sdegnoso perfino di distruggerci tale è la sua indifferenza generata dalla sua troppa altezza. Il senso di questa visione si completa nella triste certezza di non poter trovare asilo e consolazione nelle cose alte e trascendenti che sono per il poeta troppo potenti e soverchianti.
Ma se gli angeli sono così fatti per natura, può esistere una comunione con gli altri esseri, si chiede il poeta? Nè gli angeli, né gli altri uomini, né gli animali possono colmare il suo abisso di solitudine e fugare il suo destino di esule e straniero. Resta qualche fugace apparizione del mondo visibile, ma così labile e breve da negare una volta di più al poeta un focolare, una patria, un centro stabile. La notte, regno del sogno e del mistero, delude ogni aspettativa del solitario, ma non è più clemente con gli amanti che pur sono uniti nel loro abbraccio segreto. In tanta tenebra, una sola scia di luce fende l’oscurità: il volo degli uccelli che dilata l’aria e versa il mondo esteriore nell’intimo del poeta che trova solo in questo il suo compito: esprimere la voce interiore delle cose, unica casa veramente stabile del poeta. Questa sacra vocazione a nominare liricamente le cose, se da una parte è il solo focolare del poeta veggente, dall’altra suggella la sua solitudine: tale è la sua concentrazione nella chiamata alla parola disvelante che null’altro può essergli concesso. Nessun altro conforto, poiché accettare di cantare l’ordine segreto delle cose significa rinunciare a vivere e soprattutto ad amare. Qui si staglia la concezione rilkiana dell’amore come rinuncia, come conservazione della sua potenza e del suo fuoco nell’abbandono dell’amato e dunque nella sua sottrazione allo scorrere distruttivo del tempo e alla mediocrità del reale. E qui entra in scena la figura di Gaspara Stampa: «Hai tu di Gaspara Stampa / pensato abbastanza?». La poetessa rinascimentale è agli occhi di Rilke il simbolo dell’amore ideale e sottratto all’usura dei giorni e delle abitudini. Anche lei ha trovato nel canto la via per eternare la sua passione e non consumarla mai, facendone così una potenza raccolta e vibrante come un dardo che quanto più viene teso tanto più rapidamente ed energicamente raggiunge il bersaglio. L’amore deve diventare libertà, chiamata verso l’aperto, assoluto disinteresse che cancella la sfera del “mio” e del “tuo”. Nel silenzio dell’amante abbandonato si levano tante voci che il cuore è chiamato ad ascoltare: esse richiedono di essere trasfigurate e svelate. Il poeta è un novello Orfeo che sosta lungo la linea di confine tra la vita e la morte, in perenne ascolto dell’Oltre al fine di percepirne e scioglierne in versi l’incanto della trasfigurazione. Il poeta assomiglia ai santi, agli eroi che devono correre troppo presto alla morte, agli amanti costretti a separarsi per non precipitare il proprio amore nel nulla, ai morti giovani che sembrano implorare il poeta dalla terra delle ombre perché compia il loro destino spezzato con la potenza della parola poetica. In realtà è il poeta ad avere bisogno di loro, al fine di partecipare all’infinita corrente di vita che scorre in tutte le direzioni nella vita universale.
La conclusione della prima elegia è sigillo all’intera composizione: la figura del mitico Lino, strappato alla vita nel rigoglio della forza e degli anni e nella perfetta integrità della sua bellezza e giovinezza, simboleggia il vuoto risonante lasciato da ogni morte prematura che porta via con sé i “frutti santi” della vita nel suo massimo splendore: «Il vuoto entrò / in quella vibrazione, che ancora ci rapisce, conforta ed aiuta». Finalmente parole che consolano ed aiutano, dopo il lungo cercare di un luogo ove posare e ristorarsi. Rilke è appena all’inizio del suo viaggio, ma ha già delimitato la terra sacra della sua ispirazione, la stessa condivisa con Gaspara Stampa, con gli amanti, gli eroi, i santi e i morti precoci. Tutti appartengono ad una dimensione ulteriore che è carica di essere e di potenza, di voci inespresse da distillare nel silenzio e sul ciglio dell’abisso. Il poeta parla del poeta e canta il poeta, la sua solitudine sacra e sublime che sacrifica all’altare dell’essere e della bellezza ultima ogni gioia e interesse personale, come Orfeo quando decise di abbandonare il mondo della luce per seguire l’amata sposa nel Regno dell’Ade. Il suo canto, propiziatore delle irate divinità della Notte, addolcì perfino le mostruose fiere guardiane. Ma il suo amore troppo impacciato da legami terreni lo tradì allorché si girò a cercare Euridice dietro di lui, incapace di attendere la fine della prova. Ma proprio questa sconfitta sulla soglia tra morte e vita lo consacrò re della poesia e del canto: privato di tutto, gli rimasero solo la lira, i versi e il suono, suprema consolazione dell’abbandonato a cui è stato assegnato in sorte il compito di intessere e illuminare i misteri del mondo, di narrarne le meraviglie nascoste. Il poeta orfico — quale si sente Rilke — sa bene che così si espone al sommo pericolo del contatto con l’innominabile e il tremendo, principio di un incontro con il divino. Il poeta non può che andare incontro, secondo Rilke, a questa fatalità tragica ma grandiosa, consapevole di sacrificare se stesso alla missione della parola rivelatrice, bella e insieme terribile. Come recita un verso dei “Sonetti ad Orfeo”: «Una volta per tutte / è Orfeo quando si canta».



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