FVG: le istituzioni governino e non facciano propaganda

la Regione ha annunciato che ricorrerà davanti alla Corte costituzionale contro il Governo per la legge sulle Dat. Speriamo che la Corte dei Conti intervenga subito per bloccare l’ennesima iniziativa propagandistica.

di Roberto Pensa, direttore de “La vita cattolica” di Udine

 

Le istituzioni locali non possono essere piegate a finalità politiche contingenti da chi, pro tempore per un mandato elettorale, è chiamato dai cittadini a rappresentarle. Esse vanno amministrate quindi secondo la legge, e non per creare situazioni propagandistiche a favore di questo o quel provvedimento che un sindaco o il presidente di turno dell’ente auspica venga preso a livello nazionale. È questo il senso chiaro e molto rilevante di due pronunciamenti che si sono susseguiti nei giorni scorsi, interessando entrambi il nostro Friuli, in particolare Udine e Palazzo D’Aronco.

Il primo pronunciamento, in ordine di tempo, lo ha fatto il governo Renzi, decidendo di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge regionale del Friuli-Venezia Giulia approvata il 3 marzo scorso con cui veniva istituito il registro regionale delle Dichiarazioni anticipate di trattamento, il cosiddetto biotestamento con le istruzioni ai medici nel caso un soggetto si venisse a trovare in stato di incoscienza. «La legge in oggetto – recita il comunicato diffuso da palazzo Chigi – invade la competenza esclusiva dello Stato sia in materia di ordinamento civile (articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione, sia in materia di tutela della salute, i cui principi fondamentali sono riservati alla legislazione statale, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione».

A stretto giro di posta è arrivata una seconda, sonora bocciatura ad opera del Tribunale amministrativo regionale cui si era rivolto il Comune di Udine (insieme alle due donne interessate).

Questo dopo che la Prefettura (su ordine del ministro degli Interni, Angelino Alfano) aveva cancellato la trascrizione nei registri dell’anagrafe di un matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato in uno Stato estero (il Sudafrica, nella fattispecie) dove ciò è consentito.

Entrambi questi casi hanno origine a Udine, in particolare dalle scelte del sindaco Honsell. La prima decisione – emulata poi da altri sindaci di centrosinistra in Friuli e nella Venezia Giulia – fu quella di istituire il registro comunale delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Sulla scia del caso di Eluana Englaro, Honsell e la sua maggioranza pensarono di forzare la mano al legislatore nazionale (in forte e imperdonabile ritardo nel trattare la questione, in questo ha ragione il sindaco) con il metodo del «fai da te». Un metodo illusorio, si badi bene, perché anche se il cittadino può rilasciare una dichiarazione sui trattamenti terapeutici a cui vuol essere sottoposto nel caso in cui cada in uno stato vegetativo, il quadro legislativo nazionale non garantisce affatto che quelle volontà saranno rispettate, anzi potrebbero creare confusione e conflittualità con i medici curanti, che per legge devono seguire la deontologia professionale. La Regione in seguito accolse questa impostazione ideologica di Honsell e di altri sindaci, istituendo un registro regionale e facendo addirittura di peggio: se a Udine si decise di coinvolgere l’Ordine dei notai per verificare almeno che le Dat dei cittadini non fossero contrarie alla legge (ad esempio prescrivendo al medico comportamenti eutanasici), la Regione aveva deciso a marzo di mettere «la fantasia al potere», lasciando ai cittadini la facoltà di dichiarare (e registrare sulla tessera sanitaria regionale) ogni tipo di dichiarazione. Doverosa direi la bocciatura della legge da parte del Governo, per evitare la nascita di un registro non solo illusorio ma anche pericoloso.

Stesso schema sulle nozze gay. Sulla base di una sentenza «creativa» del Tribunale di Grosseto e con interpretazioni giuridiche capziose, il Comune di Udine ha trascritto in anagrafe le nozze sudafricane tra due donne. Che un Comune non possa calpestare nientemeno che la Costituzione (l’articolo 29 recita che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale – cioè basata sull’unione tra un uomo e una donna – fondata sul matrimonio») lo comprendono facilmente tutti. Ma il sindaco Honsell voleva fare una provocazione che inducesse il Parlamento italiano a legiferare in materia. Il Tar però ha severamente censurato il comportamento del sindaco. Non inganni l’esultanza con cui le organizzazioni rappresentative delle persone omosessuali hanno salutato il fatto che non possa essere il Prefetto ma solo la Procura a cancellare le nozze indebitamente trascritte. È solo una cortina fumogena per nascondere l’altra parte della sentenza, che indica chiaramente come sia illegittima la scelta del Comune e come il municipio non abbia nessun titolo per costituirsi in giudizio insieme alle due donne. Insomma la «battaglia» di Honsell, pur legittima dal punto di vista personale e politico, è completamente estranea agli interessi degli udinesi. E da qui discende la segnalazione alla Corte dei conti per le spese sostenute per andare in giudizio, pagate da tutti i cittadini. Più chiaro di così…

Eppure la Regione ha annunciato che ricorrerà davanti alla Corte costituzionale contro il Governo per la legge sulle Dat. Speriamo che la Corte dei Conti intervenga subito per bloccare l’ennesima iniziativa propagandistica.



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