Franco Battiato a Trieste

L’esibizione a Trieste del cantante e musicista Franco Battiato è stata molto più di un semplice concerto. Nella sala del Rossetti gremita di gente di tutte le età, mercoledì 27 novembre, l’artista siciliano ha intrecciato, con il supporto di un’orchestra perfettamente armonizzata con la tensione spirituale dell’intera kermesse, un vero e proprio dialogo con il […]

L’esibizione a Trieste del cantante e musicista Franco Battiato è stata molto più di un semplice concerto. Nella sala del Rossetti gremita di gente di tutte le età, mercoledì 27 novembre, l’artista siciliano ha intrecciato, con il supporto di un’orchestra perfettamente armonizzata con la tensione spirituale dell’intera kermesse, un vero e proprio dialogo con il pubblico. Già il titolo scelto per il concerto, “Diwan, l’essenza del reale”, svela un progetto tra lo sperimentale e il classico il cui fine è riportare alla luce le radici arabo-siciliane dell’artista e, attraverso queste, intrecciare una meditazione suggestiva intorno ai temi esistenziali, filosofici, religiosi e spirituali da sempre cari a Battiato. Decisivo in questa rievocazione-riflessione è stato il ruolo dei cantanti e musicisti che hanno accompagnato l’artista: Etta Scollo, Nabil Salameh, Carlo Guaitoli, Gianluca Ruggeri, Ramzi Aburedewan, Sakina Al Azami, Jamal Quazzini e Alfred Hajjar. Ma che cosa significa l’“essenza del reale” che compare nel titolo? La quintessenza delle cose, il versante invisibile di esse, il loro fine ultimo? Lungo tutta la sua carriera Battiato ha cercato questa “essenza” e dopo decenni di cammino può ben permettersi di fermarsi a cantare e celebrare la sua visione, frutto di un’avventura intellettuale e spirituale che ha spaziato quasi ovunque. Il punto di approdo è paradossalmente un ritorno alle origini, alle radici di questo viaggio che ha abbracciato l’Occidente e l’Oriente nelle loro diverse manifestazioni culturali, artistiche e spirituali: le radici arabo-siciliane, che affondano in un’epoca molto lontana che vide lo splendore di una filosofia e di una poesia di inarrivabile bellezza e profondità, fiorite tra l’XI e il XIII secolo. La canzone che ha aperto il concerto è una poesia di Ibn Hamdis, poeta vissuto in Sicilia nell’XI secolo ed esule in Spagna dopo l’invasione normanna dell’isola. La nostalgia dei suoi versi è lacerante: in essa palpita come in uno specchio velato la nostalgia di ogni uomo per una patria perduta, un luogo meraviglioso da cui in un tempo indefinito l’anima, privata della sua perfezione e felicità, è stata esiliata. La nostalgia di Hamdis è riflesso della nostalgia del cantante, sempre esule in un mondo decaduto e via via più spoglio di spiritualità. È la stessa nostra nostalgia, che si risveglia, fino alla struggimento e alla commozione, al tocco delle parole e dei suoni di questa musica remota del cuore. Questa musica di fondo, che è un’aura, un’atmosfera, una tonalità soffusa più che uno spartito musicale vero e proprio, ha animato tutta la produzione dell’artista siciliano. Per citare solo alcune delle sue numerosissime opere, ricordiamo quelle più note tra le tante che hanno segnato le diverse esplorazioni musicali di Battiato — romantica, sperimentale, etnica, rock, elettronica, leggera e lirica —: “Sulle corde di Aries” (1973), “L’era del cinghiale bianco” (1979), “La voce del padrone” (1981), “Orizzonti perduti” (1983), “L’imboscata” (1996), “Gommalacca” (1998), “Dieci stratagemmi” (2004), “Apriti Sesamo” (2012) e la trilogia di “Fleurs” (1999) interamente composta di cover.

Con l’eclettismo e la leggerezza che lo distinguono, Battiato durante il concerto ha raccontato la “sua” storia, il suo cammino di uomo e di musicista, e nello stesso tempo ha raccontato “la” storia: storia di ogni uomo, diviso tra luce ed ombra, oscillante sul crinale che separa la vita del corpo e la vita dello spirito, l’attaccamento terreno e la vocazione trascendente.

L’itinerario percorso dall’artista lungo l’arco di quasi 40 anni di ricerca e di studio non solo musicali è il riflesso, esteticamente approfondito e decantato, della strada che ogni uomo è chiamato a percorrere su questa terra: una strada spesso in salita, irta di ostacoli e di continue domande di senso, qua e là punteggiata da vallate e pianure di luce in cui il corpo, il cuore e la mente trovano, sia pure brevemente, un perfetto accordo nella pace dello spirito. Come nel passato i poeti usavano comporre “ghirlande” di sonetti, così l’artista siciliano ha composto e “recitato” la sua ghirlanda, coronandola di gemme stupende quali “Haiku”, “Ombre della luce”, “Lode all’inviolato”, “Le Sacre sinfonie del tempo”. Concludendo il suo viaggio con quell’inno di amore divino che è “La cura”, vertice della sua ricerca e approdo ultimo di ogni esistenza, quando l’uomo sente risuonare nell’anima “la” voce, la sola che lo consola e salva, chinandosi su di lui e proteggendolo da ogni male perché, sussurra nell’ora buia, “tu sei un essere speciale e io avrò cura di te”.

 

 



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