Femminicidio e volenza di genere sono costruzioni ideologiche, parla Daniela Bandelli

Questa, detta del “genere”, non può diventare l’unica interpretazione, perché è semplicistica e non ci aiuta a comprendere le motivazioni e le dinamiche, anche relazionali, che intervengono nelle azioni violente compiute dall’uomo sulla donna, e viceversa, dalla donna sull’uomo.

Daniela Bandelli, triestina, insegna sociologia al Dipartimento di Scienze Umane dell’Università LUMSA di Roma ed è giornalista pubblicista. Studia in particolare il discorso pubblico sulla violenza tra i sessi e la genitorialità. Con questo suo impegno vuole dare un contributo alla critica internazionale al “paradigma di genere”.
Tra le tante teorie, infatti, che fanno parte del mainstream ufficiale – altrimenti detto pensiero dominante c’è quella, ormai stranota, del “gender” o del “genere”, che tenta di staccare la differenza biologica tra i sessi dalla differenza sociale e psicologica. Bandelli ha già trattato della questione del “genere” nel libro in inglese Femicide, Gender and Violence. Discourses and Counterdiscourses in Italy, uscito nel 2017 per i tipi Palgrave Macmillan. L’abbiamo contattata per parlare di questo suo lavoro e di un nuovo progetto di ricerca che ha in cantiere.

Cosa s’intende per “violenza di genere”?

Non è semplicemente la violenza tra uomo e donna, come si potrebbe intendere nel linguaggio comune. La “violenza di genere” è un termine che deriva da una particolare interpretazione della violenza dell’uomo sulla donna: alla sua radice ci sarebbero la cultura sessista e la disuguaglianza di genere. È cioè un quadro che interpreta la violenza con le lenti del potere: chi ha meno potere (la donna) subisce violenza; chi ha più potere – l’uomo, per definizione, in una società patriarcale – esercita violenza. Si tratta, insomma, di un’interpretazione della violenza che deriva dalla critica femminista, ovvero da una particolare visione della società.
Va pure detto che certamente le motivazioni della violenza possono essere anche riconducibili al patriarcato o al sessismo. Come possiamo, però, pensare che un atto di violenza sia prodotto esclusivamente da uno o più fattori, tutti originati dalla stessa matrice? La ricerca e le conoscenze della psicologia dimostrano che esistono vari fattori che concorrono alla violenza. Il problema – come dice il sociologo americano Richard Felson – è che, quando si tratta di violenza dell’uomo sulla donna, si mette in sospeso tutta una serie di conoscenze derivate dagli studi sulla violenza e si applicano le cornici della “violenza di genere”: la visione dicotomica di aggressore maschio e vittima femmina intrecciata col potere, le motivazioni culturali, il patriarcato, ecc…
Questa, detta del “genere”, non può diventare l’unica interpretazione, perché è semplicistica e non ci aiuta a comprendere le motivazioni e le dinamiche, anche relazionali, che intervengono nelle azioni violente compiute dall’uomo sulla donna, e viceversa, dalla donna sull’uomo, ma anche tra persone dello stesso sesso (pensiamo per esempio alle violenze trasversali tra ex e attuali compagne/i).
[per approfondire: Bandelli, D (2017) “Il lessico istituzionale della violenza sulle donne”. In Culture e Studi del Sociale, vol. 2, n. 2]

Per questo nel titolo del suo libro è presente la parola “femminicidio”?

Il femminicidio, termine introdotto in Italia nel linguaggio mediatico e politico nel 2012, è un termine originariamente coniato dalla critica femminista per indicare le uccisioni nel corso della storia di donne in quanto donne, cioè uccisioni riconducibili al “genere” della vittima, alla posizione sociale attribuita al genere femminile. In Italia il termine si è diffuso soprattutto come narrazione di omicidi di compagne, mogli o ex-partner.
Questa narrazione ha fatto sì che una certa lettura, quella della violenza di genere, si popolarizzasse. “Femminicidio” e “violenza di genere”, così come “genere”, sono termini ormai sdoganati, di uso comune, che si sono trascinati dietro il significato mediatico che si è voluto attribuire loro. Non sempre però coloro che pronunciano questi termini conoscono o riflettono sul loro significato profondo. Quanti udendo la parola “genere” conoscono il bagaglio teorico che si è costruito su di essa? Questa è un’operazione linguistica pericolosa, perché non ci si accorge che nel momento in cui si usa la parola femminicidio – sui media specialmente – l’interpretazione automatica è che un uomo ha ucciso una donna per motivi legati al genere, ma come facciamo davvero a esserne certi senza prima esaminare il caso, le storie delle persone coinvolte, la relazione tra vittima e aggressore, i pensieri, e così via? Come possiamo decidere che le motivazioni di genere sono o non sono le motivazioni determinanti, che prevalgono sulle altre?
[per approfondire 1: Bandelli, D & Morana, V (a cura di) 2018 Famiglia tra parole e realtà. Roma: Aracne]
[per approfondire 2: Bandelli, D & Porcelli, G (2016) “Femicide in Italy”. In Sociologica, n. 2]

Nel libro si parla poi di due contro-discorsi? Di cosa si tratta?

Il contro-discorso della violenza femminile sull’uomo l’ho rintracciato parlando con associazioni di padri separati, il movimento per i diritti maschili e con nuove compagne di padri separati. È un contro-discorso nel senso che è un discorso che non emerge nel mainstream ufficiale. Se noi riconosciamo che esiste un certo tipo di violenza femminile sull’uomo, allora dobbiamo anche chiederci se questo paradigma della violenza di genere, che spiega la violenza dei sessi come la sopraffazione del più potente verso il meno potente, sta in piedi o no.
Se dunque riconosciamo questa violenza della donna sull’uomo, specie nelle situazioni affettive, allora dobbiamo riconoscere che il cosiddetto “paradigma di genere” va aggiustato. Oltretutto, un tale paradigma sta dimostrando delle lacune, perché nei paesi dove il “gender gap” è ridotto – cioè dove c’è una più lunga cultura di parità tra i sessi – la violenza non è inferiore a paesi come l’Italia, dove si dice che il “gender gap” sia più alto. Su questo cosiddetto paradosso nordico sta lavorando la mia mentore alla LUMSA Consuelo Corradi.
Poi c’è il secondo contro-discorso, che ho chiamato “contro-discorso dell’ideologia”, nel senso che parlando non solo con padri separati e con associazioni maschili e nuove compagne, ma pure con il movimento dei cattolici “anti gender”, mi sono accorta che ricorre spesso la parola “ideologia”, riferita a più termini: al femminicidio, al femminismo in senso ampio e al discorso sul gender/genere. Davanti, quindi, a tutto questo radicarsi o consolidarsi di un discorso mainstream, che usa la parola “genere” sia nel discorso sulla violenza, sia per quanto riguarda l’identità sessuale, emerge una critica da parte di questi movimenti sociali, la quale taccia di “ideologia” questo discorso mainstream.
Un discorso “ideologico” è un discorso sempre uguale applicato a situazioni molto diverse e che nel tempo non viene verificato nella realtà sociale in mutamento; ad esempio la nozione di “patriarcato” è applicata a società molto diverse tra loro come quella italiana, nord-americana, indiana, pakistana, ecc… È evidente che un unico concetto non può illuminare situazioni così diverse.

La sua nuova ricerca sarà indirizzata alla questione dell’utero in affitto. In cosa consiste l’iniziativa?

Si tratta di un progetto che ho scritto la scorsa estate e che è stato finanziato nell’ambito del programma europeo Marie Sklodovska Curie Actions (MSCA). WoMoGeS, questo è l’acronimo del progetto (Women Movements and Gestational Surrogacy), è coordinato dall’Università LUMSA di Roma dove lavoro con la supervisione della sociologa e pro-rettore alla ricerca Consuelo Corradi. Durante i primi due anni sarò alla University of Texas, dove insieme a una sociologa esperta in materia di maternità surrogata preparerò la base teorica per i quattro casi studio da svolgere sul campo: Messico, India, Stati Uniti e Italia.
L’intento è quello di mettere a confronto le posizioni, i quadri teorici e le richieste fatte dai movimenti femminili, sia nei paesi nel sud del mondo, sia in quelli del nord. Si tratta di paesi che si differenziano per diversità sociali e culturali, per differenze di status delle donne, una diversa diffusione delle biotecnologie e quadri legislativi sulla riproduzione assistita.
Ci sono delle posizioni di alcune secondo cui la maternità surrogata potrebbe essere uno strumento di empowerment, ovvero di emancipazione, ad esempio economica per le donne povere, che non avrebbero altra possibilità di lavorare e guadagnare quei soldi. La donna, in questo caso, (grazie alle tecnologie) può utilizzare la sua capacità riproduttiva mettendola sul mercato. Poi con quei soldi, farà forse andare a scuola suo figlio o aiuterà la famiglia in difficoltà. Questa è una delle posizioni che fluttuano in questo discorso globale sulla maternità surrogata, in opposizione a quello che invece vorrebbe l’abolizione universale della maternità surrogata in quanto pratica che sfrutta e commercializza la donna.

Perché ha scelto questo campo di ricerca?

Ciò che unisce questo nuovo progetto con il precedente, sulla violenza di genere, è l’indagine sul femminismo e sui movimenti delle donne, che stanno assumendo sempre più importanza e potere nel determinare l’immaginario pubblico e le politiche sociali su quelle che sono definite “women issues” (“tematiche femminili”). Non si tratta però solo di tematiche a prerogativa femminile: la procreazione, come anche la violenza sono realtà sociali che coinvolgono anche il mondo maschile, il genere umano e non solo i “generi”. È vero che i movimenti femminili hanno portato alla conoscenza del grande pubblico questioni un tempo relegate nella sfera privata, ma oggi, il fatto che siano quasi solo questi movimenti a parlarne, fa si che la nostra concezione di questi temi sia parziale.
Ogni movimento sociale guarda la realtà dalla sua prospettiva: il femminismo interpreta i vari fenomeni ponendo al centro i diritti delle donne e l’emancipazione femminile. L’importante, credo, è costruire un discorso pubblico che sia partecipato e comprensivo di più visioni, altrimenti si rischia che l’idea di un movimento sociale “colonizzi” il sapere e l’immaginario pubblico mainstream.

(a cura di Silvio Brachetta)



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