Felicite, convertita dall’islam, spiraglio di luce nel buio del doppio nichilismo (occidentale-islamista)

Dove sta lo spiraglio, la catena rotta, il punto dove la libertà contrasta e può fermare la catastrofe? Sta in Felicite, 25 anni, musulmana, che in un quartiere di Nizza al 70% abitato da musulmani, si è fatta cristiana

Se non fosse che nessuno può pretendere di avere soluzioni alle “criticità”, diciamo così, in cui ci troviamo a vivere (povertà, disoccupazione, migrazioni, terrorismo), verrebbe da dire dei migliori tra noi (i tanto insultati come “estremisti”, “teocon”, “populisti”), ciò che disse di sé G.K. Chesterton. Il quale fu insultatissimo dall’establishment della sua epoca, ma col tempo si è preso la sua bella rivincita e ancora oggi è riconosciuto come uno dei pochi intellettuali ad aver conservato, tra le due grandi guerre, una vitalità di pensiero foriera di moltitudini di conversioni al cristianesimo e, al tempo stesso, di grande laicità democratica. «Posso sbagliarmi in tutto – diceva il geniale aforisma chestertoniano – tranne nell’aver ragione». E così, dei vari Giuliano Ferrara, Antonio Socci, Camillo Langone, Vittorio Sgarbi e di tanti altri che lasciamo valutare e scegliere dall’intelligenza del lettore, oggi si potrebbe dire, ugualmente, che «possono avere torto in tutto, tranne nell’aver ragione».

Torto, ad esempio, quando si lasciano trasportare dal registro della critica alla vera o presunta fragilità dell’attuale papato. O quando insistono nel girare e rigirare il coltello delle idee e delle constatazioni nella piaga di una cristianità e laicità occidentale esangui, ammutolite, sostanzialmente succubi degli idoli del tempo, ripiegate nelle pratiche di religione-religiosa e di religione-laica, entrambe noiose, ridondanti, pleonastiche, prive di ogni incidenza esistenziale e, perciò, di ogni presa sociale.

Eppure queste stesse persone si direbbe che abbiano ragione (tant’è hanno il loro bel seguito di estimatori, oltre al sottoscritto, nonostante possano avere torto a riguardo di un Papa e di tutto il resto), perché con le loro parole testimoniano una energia, una intelligenza e, tanto più, una energia volitiva e una intelligenza sana dei fatti. Soprattutto, non sono persone rassegnate alla generale reticenza, mutismo, acquiescenza e perfino “collaborazionismo”, che caratterizzano le élite. Tanto quelle ecclesiastiche, quanto quelle politiche. Gli intellettuali così come i giornalisti. La cui cifra complessiva è data da quell’impasto di politicamente corretto, irenismo, stupidità bell’e buona, che marchiano il nostro particolarissimo frangente storico. Pieno di miti e personalità carismatici, sovvertitrici l’ordine e la razionalità. Ma vuoto di costruttori.

Insomma, nel nostro tempo, dagli stadi di calcio ai grandi concerti rock, dalla politica nelle istituzioni alla protesta in piazza, spicca il nichilismo. Il quale ha due facce: un niccianesimo che ha sospinto l’Occidente verso una vita flaccida e inconsistente, vittima della sua stessa illusione di benessere e di piacere effimero, completamente avulsi da ogni “ben dell’intelletto”, senso di realtà condiviso e privo di ogni moralità intesa come tensione alla verità della vita umana. In sintesi, l’“al di là del bene e del male” auspicato da un negativo abbracciato testardamente fino alla demenza (adesso si capisce perché il filosofo che morì completamente folle abbracciato a un cavallo abbia detto di sé “sono nato postumo”), è oggi arrivato fino alle estreme conseguenze, dimostrandosi infine incapace di motivare un qualsiasi senso di appartenenza, responsabilità e dovere nei confronti della comunità.

Dall’altra parte, a rinforzo di quest’onda che l’Occidente cavalca da decenni ma che oggi ha raggiunto la sua diffusione planetaria grazie ai social media, principale arteria attraverso cui il virus nicciano si è irradiato e si è diffuso da Occidente a Oriente, dal Nord al Sud del mondo, ecco esplodere una radicale e definitiva ideologia di morte. La quale nomina Dio per perseguire il fine diabolico (è infatti il Nemico di Dio, dice la Bibbia, che ha introdotto nel creato lo “spirito di morte”) della pura e semplice distruzione del mondo, in nome dell’altro mondo.

Non credo sia difficile intuire che davanti a questo impasse doppiamente mortifero c’è poco da illudersi: la salvezza non verrà né dalla chiusura delle frontiere, né dall’ecumenismo globalista; né dalla democrazia, né dall’autoritarismo. È evidente che i buoi sono scappati già da un pezzo ed è altrettanto chiaro che tutte le risposte benintenzionate (a cominciare dalla famosa civiltà del diritto e dei diritti, dei tribunali e dell’ordine giuridico democratico) sono destinate ad essere travolte dalla coppia diabolica che solo apparentemente si fronteggia, mentre in realtà coopera attivamente (e in certi casi coopera forse anche “consapevolmente”) alla catastrofe.

O più semplicemente detto, coopera alla guerra. Evento tragico ma, purtroppo, assai ricorrente nella storia. E del cui flagello siamo quotidianamente informati. Ma qual è ora la novità? La novità è che, anche per l’Europa, sembra approssimarsi la fine di una parentesi durata settant’anni. Tanto più “strano” è stato il nostro settantennio di pace (basta scorrere gli annali delle guerre europee), in quanto è stato evidentemente favorito da quel riemergere, dal secondo dopoguerra in avanti, di quelle “radici cristiane” (i famosi padri dell’Europa, Schuman, Adenauer, De Gasperi) che erano state tanto ferocemente deprecate e perseguitate dalla coppia diabolica (nazismo e comunismo) che fece del secolo XX il secolo che lo storico Conquest definì delle “idee assassine” e che lo scrittore Bernanos rappresentò nei “cimiteri sotto la luna”.

Dunque, quale spiraglio c’è, se ce ne fosse uno, all’infinitamente improbabile? Da dove ci possiamo attendere l’esplosione di quella verità testimoniata, anche se obliquamente, anche se incertamente, anche se polemicamente, da persone che possono aver torto in tutto ma non nell’aver ragione a cogliere l’incipiente catastrofe? Cosa si può fare per rompere la catena di circostanze che sembrano condurre inesorabilmente verso la guerra in Europa? In realtà, si dice, siamo già in guerra. Vero. Però per adesso la guerra colpisce a casaccio e solo il fato conosce i nomi delle prossime vittime. Colpisce trasformando in una carneficina una bella folla assiepata sulla Promenade di Nizza. E colpisce in un paesino della Baviera, su un treno affollato di pendolari improvvisamente sfregiati nella loro stanchezza dal sibilo dell’ascia di un ragazzino. Colpisce all’aeroporto di Bruxelles e in una sinagoga. In discoteca a Parigi e all’entrata di uno stadio.

Dopo di che, il passo dal terrorismo alla guerra guerreggiata, non è così facile, ma neanche difficile. Perché, come si vede, la palla di neve (e la generazione “fiocco di neve”) rotola. E pian piano diventa una valanga. Puoi difenderti da gruppi armati. Ma non puoi difenderti dai fanatizzati della porta accanto. E se la statistica insegna che su cento casi di terrorismo il 99% ha matrice islamica, tu senti l’inesorabilità di un processo in atto quanto più la demografia informa che l’islam in Europa ha indici di demografia e di diffusione sociale che sovrastano ogni altra comunità, fede e gruppo sociale. Dunque, ripeto, che fare perché si apra uno spiraglio di luce nelle attuali tenebre?

Penso che alla fine, per cogliere certi spiragli, occorra guardare la realtà che ci arriva anche da certe cronache minimali. Come quella letta in questi giorni sul Fatto Quotidiano. Il solo giornale che a Nizza è riuscito a raccontare un episodio interessante e nuovo rispetto all’inesorabilità di un male che, nei fatti, viene continuamente tambureggiato, ripetuto, amplificato dalle cronache, fino a fissarsi nelle coscienze, lasciandole attonite, spaventate e, quel che è peggio, disperate. Dove sta lo spiraglio, la catena rotta, il punto dove la libertà contrasta e può fermare la catastrofe? Sta in Felicite, 25 anni, marocchina, musulmana, che in una famiglia musulmana e in un quartiere di Nizza al 70% abitato da musulmani, a un certo punto non ha ceduto alla paura e si è fatta cristiana. Sta in una famiglia musulmana, quella di Felicite, di cui Felicite dice «Non mi hanno cacciata. Di questo gli sarò sempre grata». Sta in un giornalismo e in un ordine di intelligenze sociali e culturali che cominciano ad accorgersi di queste cose e persone. E a raccontarle.

di Luigi Amicone

Fonte: http://www.tempi.it



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