Felicità, dove abiti?

«Quid hoc ad aeternitatem? (Cosa serve tutto ciò, per l’eternità?)»: questa frase di Sant’Ignazio di Loyola, se nel passato poteva ancora smuovere le coscienze e inquietare sanamente la mente e il cuore dell’uomo, oggi trova scarsa accoglienza nella vita, nella cultura e nella quotidianità della maggior parte della gente. Questa domanda è collegata ad un […]

«Quid hoc ad aeternitatem? (Cosa serve tutto ciò, per l’eternità?)»: questa frase di Sant’Ignazio di Loyola, se nel passato poteva ancora smuovere le coscienze e inquietare sanamente la mente e il cuore dell’uomo, oggi trova scarsa accoglienza nella vita, nella cultura e nella quotidianità della maggior parte della gente. Questa domanda è collegata ad un altro fondamentale e decisivo interrogativo: “Cosa devo fare per essere felice?”. Eternità e felicità infatti, agli occhi di chi ambisce a guardare le cose in profondità e senza lenti schermate, sono strettamente legate: tutto ciò che è terreno passa e finisce, trascinando con sé ogni soddisfazione sottoposta alle leggi mutevoli e inaffidabili dello spazio e del tempo. È l’eternità dello spirito a imprimere a tutta la nostra vita, compresa la nostra felicità, una qualità suprema di stabilità, di purezza e di pienezza.
La scena di questo mondo passa, ciò che sta dietro e la sorregge invece non patisce danno, diminuzione o morte. Per questo, nell’orientare le proprie vite, la domanda di Sant’Ignazio di Loyola ci appare provvidenziale e necessaria. Oggi si moltiplicano, come non mai in passato, se non in certe epoche di decadenza e di caos, le ricette per raggiungere la felicità in un mondo sempre più cupo e disorientato. La nostra città in particolare detiene un primato inquietante nell’interesse per tutte quelle pratiche e credenze che vengono classificate sotto l’etichetta di new age. Altre volte abbiamo toccato questo argomento, in occasione di eventi cittadini dedicati alla divulgazione di tematiche legate allo spiritualismo sincretico e confuso di questo movimento: spiritismo, mitologia celtica, culto della Grande Madre Terra, cristalli guaritori, cartomanzia, astrologia e via dicendo. Molte di queste pratiche sono antichissime, ma il fatto di averle sradicate dal loro originale contesto per trapiantarle in una società e in una tradizione del tutto diverse, ha acuito la loro pericolosità.
Il desiderio ma anche il legittimo bisogno di lavorare per il proprio benessere trovano espressione in numerose iniziative cittadine, tra le quali segnaliamo un ciclo di incontri che, a partire dall’11febbraio, si protrarranno fino al 25 marzo: un progetto che prevede, sotto la guida di una psicoterapeuta, un percorso equilibratore delle proprie emozione e dei propri nodi problematici attraverso il contatto con la natura, la meditazione e la convivialità. Le scansie delle Librerie, nelle sezioni dedicate all’argomento stress e alle svariate tecniche di rilassamento e di guarigione, sono invase da saggi e trattati sulle vie da percorrere per essere felici. Oltre ai ricettari “alessandrini” di marca new age, si nota una diffusa volontà di rivitalizzare gli insegnamenti delle antiche scuole filosofiche orientali e occidentali: per il mondo greco-latino la parte del leone la impersona uno stoicismo tramato di scetticismo, epicureismo e venature platoniche ed aristoteliche; per il mondo orientale, oltre all’inflazione di testi buddisti e induisti — spesso dei selvaggi pastiche che fanno scempio, nella loro ignoranza e superficialità, della reale sostanza di queste tradizioni millenarie —, si saccheggiano il confucianesimo e soprattutto il taoismo, collezionando una pletora di luoghi comuni e di facilonerie insipide.
Molto diffusa e apprezzata è la scuola dello stoicismo, al punto che da qualche anno ogni autunno miriadi di persone si riuniscono a Exeter, nel Regno Unito, per l’evento filosofico della “Settimana stoica” a cui partecipano persone venute da ogni parte del mondo. Sembra che la lezione di Zenone, di Seneca e di Epitteto sia la più congeniale allo stressato e disperso uomo moderno, in forza della sua limpida e serena visione del reale — anche nelle sue ferite e contraddizioni —, del suo culto del saggio distacco da ogni forma di dolore e della sua fiducia nell’equazione sobrietà/felicità. Fondata su un delicato equilibrio tra accettazione delle contingenze immodificabili della vita e fiducia nel potere della volontà di cambiare in meglio ciò che dipende da noi, la scuola stoica nella forma attuale, per quanto nutrita di saggezza e di intelligente realismo, viene spesso spogliata di ogni afflato al trascendente. Chiusa entro i limiti certi di un inizio e di una fine scritte dalle leggi inesorabili della natura, la vita dello stoico post-moderno si consuma tutta qui e non chiede altro che di essere affrontata con coraggio e serenità d’animo, senza turbamenti e paure. L’eternità è tagliata fuori da questa visione, mentre nella versione originaria e antica esisteva un legame con l’Oltre, sia pure nella forma di un Tutto indistinto ove le anime, scintille vaganti di questo fato imperituro, ritornavano dopo la morte, per poi cadere di nuovo sulla terra e ripercorrere l’ennesima e sempre uguale parabola esistenziale. Questo ciclico ritorno individuale si inseriva nel più vasto movimento del cosmo che periodicamente deflagrava in un grande incendio finale e, una volta ridotto ai suoi nudi elementi e purificato, ricominciava il proprio cammino di nascita, vita, distruzione e ricostituzione articolato in grandi ere cosmiche. Oggi questa scuola conosce una versione molto più laica e secolarizzata, ragione per cui molti pensatori e autori di manuali per lo stoico felice si premurano di premettere a ogni loro disquisizione una dichiarazione ora di trionfale ateismo, ora di intrepido scetticismo o di agnosticismo spavaldo. Onestamente, se leggere qualcuno di questi spiccioli e denutriti manuali di saggezza al minuto è come centellinare un brodino senza sale né condimenti di sorta quando si è voracemente affamati, leggere invece delle opere serie e ispirate di antropologia cristiana sazia e soddisfa come un piatto buono, abbondante, ben salato e condito con un olio vigoroso e corroborante. Evidentemente dietro ai due deschi, si celano un dilettante frettoloso e sguarnito per il primo e un esperto accurato, ben preparato e forte di una sapienza antica e universale, per il secondo.
È a questo punto che, nella immensa corrente delle terapie dell’anima del tutto sganciate dalla fede e dal tesoro della nostra tradizione cristiana, si incunea nel magma delle promesse di felicità la domanda di sant’Ignazio, costantemente elusa o volutamente evitata: «Che cosa serve tutto ciò, per l’eternità?». Assumendo la morte come termine di paragone di ogni riflessione e conoscenza delle leggi e del senso della vita, l’uomo non può non trovare scandalosa e folle qualsiasi proposta di vita buona e felice relegata nel qui e ora. L’idea della fine infatti non è una nozione appresa né un oggetto di sapere puramente speculativo, ma una struttura profonda del nostro essere che, pur segnata da una colpa originaria che l’ha indebolita, per sua intima natura si sa vocata all’eterno, all’infinito e all’immutabile. Come molti filosofi esistenzialisti, pur non credenti, hanno messo tragicamente in luce, la spogliazione dell’esistente da ogni afflato di trascendenza non genera altro che angoscia. Chi pensa di poter risolvere la sua domanda di felicità misurandosi sul tempo e lo spazio brevi e labilissimi della vita terrena, può solo illudersi di aver trovato la via, mentre non ha fatto altro che aggirare la radice vera della questione. Pensare veramente la sofferenza, il dolore e la morte che segnano ogni esistenza, va inevitabilmente a toccare la nostra costituzione originaria che, qualora cerchi di ignorare la propria possibilità di eternità, non può che naufragare nella disperazione e nello sconforto. Solo la certezza che la vita non muore mai, ma viene solo assunta dopo la fine del corpo in una dimensione che la supera e la trasfigura inondandola di una gioia inaccessibile alla terra, può orientare luminosamente la nostra ricerca di felicità. Se si cerca di coprire o di negare questo orizzonte che rischiara e dona ordine e senso al nostro breve pellegrinaggio terreno, ogni altra proposta di felicità farà presto o tardi naufragio. In tutto ciò che facciamo, pensiamo e desideriamo dovremmo ogni volta porci la domanda di San’Ignazio di Loyola: “Questa fatica, questo impegno, questa mia decisione, questa mia ricerca, questo mio desiderio scrivono una buona, giusta e illuminata parola nel Libro infallibile dell’eternità?”. Tutto il resto è vaniloquio, inganno, evasione e fuga. L’uomo non è fatto per la morte e questa certezza ha la stessa inoppugnabile evidenza e immutabilità della legge di natura che fa vivere i pesci solo nell’acqua. Se li separi dal loro elemento, soffocano e muoiono. Lo stesso accade a noi, se pensiamo di poter vivere senza una promessa di felicità sottoscritta al cospetto dell’eterno, che ha l’esclusiva potestà di separare il grano dalla pula e di insegnare anche a noi, se vogliamo ascoltarne la sapienza, a distinguere la buona spiga dalla gramigna in ogni attimo della nostra esistenza.



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