Fede e opere

Ieri sera, mercoledì 6 marzo 2013, nella Cattedrale di San Giusto, il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal ha parlato al terzo incontro della Cattedra di San Giusto. Pubblichiamo il testo inegrale della sua Relazione.

Ieri sera, mercoledì 6 marzo 2013, nella Cattedrale di San Giusto, il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal ha parlato al terzo incontro della Cattedra di San Giusto. Pubblichiamo il testo inegrale della sua Relazione.

Carissima Eccellenza mons. Giampaolo Crepaldi,

Carissimo mons. Ettore, vicario episcopale per la Cultura,

Carissimi sacerdoti, carissime religiose, cari fedeli tutti,

un grazie sincero per avermi invitato a partecipare a questo vostro importante momento di riflessione. L’eco dei vostri incontri, la Cattedra di San Giusto, è giunta fino a Gerusalemme. Ne ho sentito parlare molto bene.

Desidero iniziare questo mio intervento partendo da un ammonimento che ci ha lasciato l’apostolo Giacomo. Un monito particolarmente attuale che interroga ciascuno di noi.

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti o sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta». (Giac. 2, 14-17).

Il testo della lettera di Giacomo ci chiama ad approfondire il legame tra fede e carità. Ci mette innanzitutto in guardia dagli estremismi, cioè dal considerare fede ed opere come due settori staccati della nostra vita. Chi mette così fortemente l’accento sulla fede in modo tale da sottovalutare le concrete opere di carità ha una visione limitante, non reale, della fede e così pure delle opere. Allo stesso modo chi sostiene esageratamente le opere pensando che esse sostituiscano la fede assolutizza la dimensione orizzontale ma anche così rischia di soffocare.  Come ha sottolineato Benedetto XVI nel suo messaggio per la quaresima di quest’anno, che avete certamente letto, “Per una sana vita spirituale è necessario rifuggere sia dal fideismo che dall’attivismo moralista”. E prosegue: “L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2013, p. 6 e 7).

In questo senso il testo della lettera di Giacomo ci mette in guardia da un errato concetto di fede: una fede che non comporti anche un impegno concreto verso i fratelli ed una “visibilità” nelle opere, non è vera fede.

Visibilità della fede non significa ostentazione o esibizione. Significa piuttosto coerenza tra quanto professiamo e quanto viviamo. La “professione di fede”, dunque, non può rinchiudersi in un ambito intimistico o in sacrestia, senza avere uno sbocco, una manifestazione nella concretezza della vita, negli ambiti in cui la vita si esprime e si realizza.

1. Discendenti e testimoni

Come discendenti e figli della Chiesa Madre, siamo chiamati ad essere testimoni. Siamo chiamati a testimoniare la fede, come ci è stata tramandata dai nostri padri. Nel suo nucleo, infatti, la fede è una e collega tutti i cristiani. Come ha ricordato S. Paolo nella sua professione di fede “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta…” (1 Cor 15). Questo è il credo di Paolo e della prima Chiesa in cui viene riportata l’essenza della nostra fede.

Essere cristiani ed essere testimoni significa essenzialmente aver fede nel Risorto e manifestare questa fede attraverso opere e parole. La testimonianza precede l’annuncio esplicito ed è importante nella comunità.

– Testimoniare la fede significa, per noi cristiani di Terra Santa e per voi qui a Trieste, rendere visibile l’incontro che abbiamo avuto con Lui , il dialogo iniziato nell’intimità. La nostra comunione d’amore e di vita con Gesù Cristo, che è vera luce.

– Testimoniare la speranza, è ricordare a ogni uomo, con le parole e le azioni, che Dio, in Cristo non solo si è avvicinato alla nostra fragile umanità, ma l’ha innalzata, le ha dato un valore superiore, che nessuno ha il diritto di soffocare o svilire. Perciò noi credenti, discepoli di Cristo, continuiamo la sua opera, sforzandoci di essere presenti, là dove la luce della fede e della speranza si è affievolita, e seguendo le indicazioni del Maestro, facciamo sentire quella voce, fra le tante, che dice: “Tu sei prezioso ai miei occhi”.

Ecco perché oggi sono qui. Per testimoniare la mia fede.

La fede dei cristiani di Terra Santa, che purtroppo, sono sempre meno numerosi a causa delle difficoltà di quella terra sempre più complicata.

I cristiani si trovano a vivere come piccola minoranza in mezzo a ebrei e musulmani. È difficile vivere tra occupazione del territorio e posti di blocco. Mancano le condizioni per una vita normale.

L’emigrazione rimane il nostro principale motivo di preoccupazione.

Spesso siamo interrogati sul senso della nostra presenza e quindi della nostra missione nel mondo musulmano. Se il nostro compito  non è di cambiare o trasformare la società musulmana, è comunque impossibile vivere in un paese, incontrarne gli abitanti, lavorare insieme, senza comunicare loro “qualche cosa” della nostra identità. Questo “comunicare qualche cosa” si chiama annuncio o testimonianza.

In altre parole: è inconcepibile vivere la nostra identità cristiana e la nostra appartenenza, senza che i nostri interlocutori musulmani se ne accorgano. Se poi il cristiano è anche arabo, si può parlare di un vero e proprio choc culturale! Noi viviamo il Mistero della speranza cristiana, poiché siamo già la Chiesa dei nostri popoli, la Chiesa locale, in cui lo Spirito è all’opera nel cuore di ogni uomo.

2. I cristiani sono una minoranza

I cristiani del Medio Oriente sono ridotti ad una minoranza in apparenza quasi insignificante rispetto al resto degli abitanti”.

Un secolo fa, i cristiani di Terra Santa erano molto più numerosi. A Gerusalemme rappresentavano circa il 25% della popolazione. Basti pensare che ancora nel 1948 il loro numero si aggirava sui trentamila. Oggi sono scesi a meno della metà. Le stime ufficiali israeliane parlano, per il 2011, di circa 15.000 cristiani a Gerusalemme, cioè meno del 2% della popolazione.

Sempre nel 2011, in Israele erano presenti circa 140 mila cristiani. Ad essi, però, si devono aggiungere ben 230mila lavoratori immigrati di religione cristiana, che contano sul nostro aiuto pastorale. La maggioranza dei cristiani residenti in Israele è costituito da arabi e ad essi vanno aggiunti i circa 51mila che vivono nei Territori Palestinesi (…..)(Ufficio Statistico Israeliano, dati pubblicati per il 2011)

Essere minoranza, comunque, non è causa di complessi perché in tale condizione furono, sono e saranno sempre gli uomini fedeli a Dio, al Magistero e alla famiglia.

Siamo una piccola diocesi. Ma siamo la Diocesi della Chiesa Madre.

Per questo il nostro compito principale è quello di testimoniare la fede. Essere cristiani in Terrasanta è una vocazione particolare, una vocazione ad una vita difficile. Ma di fronte alle difficoltà non possiamo fuggire o nasconderci ma dobbiamo continuare ad essere una presenza attiva e significativa nei vari ambiti della società.

Proprio l’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente, dell’ottobre del 2010, ha ribadito l’importanza decisiva della testimonianza dei cristiani nella terra in cui «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14) e dove si sono diffuse le prime comunità cristiane. Ed e’ quello che noi cerchiamo di vivere!

3. L’Anno della fede indetto da papa Benedetto XVI

Quest’anno si celebra l’Anno della fede. La Porta Fidei. La Porta della fede. A richiamarci a questa realtà, è stato il Santo Padre con la sua lettera apostolica in occasione del 50º anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e i vent’anni della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, un testo di straordinario valore per la formazione personale e per la catechesi, che dobbiamo ininterrottamente annunciare in tutti gli ambienti.

Benedetto XVI è molto preoccupato della situazione religiosa soprattutto dell’Europa. Lo sono anch’io. Lo sono tutti i vescovi. Lo sono tutti i fedeli cattolici.

È indispensabile ravvivare la fede di chi crede e annunciarne la bellezza a chi non ha ancora riconosciuto questo dono. L’invito che ne deriva per tutti i battezzati è, dunque, quello a educarsi ed educare gli altri alla fede, con slancio sempre nuovo, come facevano i primi cristiani.

Anche a Gerusalemme, in quella terra chiamata santa e “benedetta poiché è la culla della rivelazione divina e della storia della salvezza e soprattutto perché è la terra dell’incarnazione di Dio[1], dobbiamo riscoprire il cammino di fede, in modo da evidenziare la gioia dell’incontro con Cristo.

In quella terra, Abramo giunse poiché chiamato, per intraprendere un cammino di fede. Da quel momento in poi, la nostra terra, da cui è sorta la Chiesa Madre, è stata il luogo della nostra storia di fede, da Abramo a Mosè, da Davide ai sacerdoti. Le Sacre Scritture nacquero in Terra Santa.

Noi, come cristiani di Gerusalemme, come tutti i cristiani del mondo, dobbiamo porci delle domande, come già avveniva con l’antico popolo di Israele e come Gesù ha fatto molte volte con i suoi discepoli.

  • Siamo veramente disposti a essere discepoli di Gesù?
  • Crediamo veramente in lui?
  • A Cafarnao Gesù, mentre tutti lo stavano abbandonando, si rivolse ai discepoli e disse: “Volete andarvene anche voi?”.

Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv. 6, 67-68). Questa professione di fede di Pietro ci interroga ancor oggi.

-In quest’anno della fede, è indispensabile sottolineare l’importanza della Parola di Dio nella liturgia e nella preghiera.

-In questo Anno della Fede siamo invitati a testimoniare, singolarmente e come Chiesa, il Cristo Risorto che è in mezzo a noi.

Non si tratta quindi di scoprire oppure inventare una nuova strategia per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di ritornare alle origini, alla prima comunità cristiana, assidua nella preghiera, nello spezzare il Pane e nella carità.

4. In mezzo ad un mare in burrasca

Oggi la nostra vita si trova spesso in mezzo ad un mare in burrasca. A motivo delle varie difficoltà che ci troviamo ad attraversare. Sappiamo però di non essere soli. Come ha detto con parole così belle il Santo Padre Benedetto nella sua ultima udienza del mercoledì, anche per noi vale “il Signore ci ha donato (e ci dona) tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati (e vi sono) anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare”.

Ecco il momento della fede, in cui siamo chiamati ad affidarsi al Signore e ad abbandonarsi a lui. Mettersi nelle sue mani. In quel momento possiamo sentire vere anche per noi le parole del brano del Vangelo “Gesù si destò, minacciò il vento e disse al mare: Taci, calmati! Il vento cessò e ci fu una grande bonaccia. Poi disse loro: Perché avete paura? Non avete ancora fede? E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mt. 4, 39-40).

In Terra Santa, ci sono ancora acque agitate. Ci sono venti di guerra. Il fratello che uccide il fratello. Tante volte, mentre incontro i fedeli, durante le visite pastorali, mi sento chiedere del perché di questo apparente “sonno” di Gesù. Di questo Gesù che sembra non rispondere alle numerose domande che ciascun uomo della Palestina, di questa terra martoriata ormai da anni, da molti anni, pone quotidianamente: Perché Signore non ci doni la pace? Perché non ci doni la concordia, in modo che i nostri figli possano vivere una vita “normale”, per quello che può significare nella nostra terra “una vita normale”?

Mi viene da pensare, però, che non è Gesù che dorme. Spesso sono i politici che non vogliono rispondere alle richieste. Ma qualche volta è anche la nostra fede che si è un poco assopita e non è più capace di attendere l’intervento di Dio.

In questa nostra Terra Santa, anche oggi ci sono tante altre barche gremite di viaggiatori. Sono i nostri vicini di casa, i musulmani e gli ebrei. Sono i compagni della nostra fatica e dei nostri drammi quotidiani. Dio li ha messi a fianco a noi come fratelli e amici suoi. Con i fratelli musulmani abbiamo vissuto insieme da quattordici secoli collaborando alla creazione di un civiltà comune. Abbiamo la stessa lingua e viviamo le stesse tradizioni. Con i fratelli ebrei abbiamo punti in comune e condivisi come la Bibbia, la preghiera dei Salmi, i valori etici della dignità della persona e dell’importanza della vita. Progressi sono stati fatti grazie agli incontri della Commissione bilaterale permanente tra Santa sede e Stato d’Israele, oltre che a livello di vita quotidiana, dove i rapporti tra crisitani ed ebrei sono genericamente buoni, mentre è la situazione politica che spesso tende a gettare ombre su tali relazioni. Così in tutta questa varietà di presenze siamo chiamati a continuare la navigazione insieme.

5. Pellegrini venite in Terra Santa

In mezzo a questo mare di gente, ci sono anche milioni di pellegrini che si recano in Terra Santa per visitare e toccare con mano i luoghi di Gesù e qualche volta anche per incontrare le “pietre vive”, i cristiani locali.

La vicinanza dei cristiani di tutto il mondo, aiuta i fratelli della Chiesa Madre a non sentirsi soli e abbandonati in mezzo a tante difficoltà.

Il popolo palestinese soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: mancanza di libertà, di movimento, il muro di separazione, i posti di blocco, i prigionieri politici, le demolizioni di case, la crisi economica e sociale, la presenza di migliaia di rifugiati.

I cristiani che vivono nei Territori Occupati, non hanno praticamente la possibilità di visitare Gerusalemme e gli altri Luoghi Santi se non con un permesso dell’esercito militare israeliano che viene concesso con difficoltà.

I check point spesso si trasformano in luoghi di umiliazione e di soprusi e questo non crea un clima di concordia e di pace.

Anche i pellegrini qualche volta sono costretti a lunghe ed inutili attese sui posti di controllo per entrare ed uscire da Betlemme, da Beit Sahour, da Betania e questo permette loro di sperimentare in piccolo quello che noi sperimentiamo quotidianamente.

Senza dimenticare i cristiani di Gaza, che abitano in una striscia di terra dove un bambino di appena cinque anni ha già visto due guerre. E dove l’embargo israeliano continua purtroppo a rendere inumana la vita quotidiana. Tutte le volte che visito questa piccolissima comunita’ rimango edificato da come la fede permette loro di trovare Dio nel buio di una situazione disumana.

Siamo molto preoccupati anche di fronte ad alcune iniziative unilaterali dello Stato di Israele che rischiano di mutare la geografia e la demografia di Gerusalemme. Mi riferisco, per fare solo un esempio, al tentativo di allargare il muro di separazione che già divide Gerusalemme da Betlemme, anche a Cremisan. In questo caso 58 famiglie della parrocchia di Beit Jala perderanno le loro terre ed i loro ulivi. E tutto questo non servirà a garantire la sicurezza di Israele e a creare un futuro di pace.

Per tutti questi motivi vi invito a venire a rendervi conto personalmente della situazione. Venite in Patriarcato. È la vostra casa. È la vostra Chiesa Madre. Incontrate i cristiani che vivono nei nostri villaggi. Condividete con loro la fede. Pregate insieme a loro ed anche la vostra fede si rafforzerà.

Abbiamo bisogno della vostra vicinanza, per attraversare, insieme a voi, la Porta della fede, che il Santo Padre, in questo anno, ci ha invitato a varcare.

L’anno della fede diventa quindi un impegno: non solo a rinnovare il nostro modo di essere Chiesa, ma soprattutto a costruire il volto delle nostre comunità. Comunità che leggono e ascoltano il Vangelo e lo testimoniano con la parola e con la vita. È solo nel grembo di una comunità viva, che l’evangelizzazione può portare frutto nel cuore delle persone.

6. Nuova evangelizzazione

Nell’Instrumentum Laboris per il Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, si legge: “La fede cristiana è un incontro reale, una relazione con Gesù Cristo. Trasmettere la fede significa creare in ogni luogo e in ogni tempo le condizioni perché questo incontro tra gli uomini e Gesù Cristo avvenga. L’obiettivo di ogni evangelizzazione è la realizzazione di questo incontro, allo stesso tempo intimo e personale, pubblico e comunitario” (n. 18).

Così, con tutti questi problemi dentro e fuori, continuiamo ad essere Chiesa del Calvario e della Risurrezione. Come ho sempre affermato, sin dagli inizi del mio ministero come Patriarca, la Chiesa di Gerusalemme è una Chiesa che s’identifica sia con la sofferenza di Cristo sul Calvario, sia con la speranza che nasce dalla tomba vuota.

Prima di noi, il Signore ha conosciuto i più duri drammi umani e provato le più amare sofferenze … Ha percorso le strette vie di Gerusalemme portando la sua croce, cadendo diverse volte e rialzandosi sempre … Si è lasciato sotterrare e calpestare, come il chicco di grano che si semina e muore. Noi pure, in quanto popolo, Chiesa e individui, sappiamo quali croci, quali sfide e quali difficoltà ci attendono  … Il nostro popolo di Terra Santa, come tutti i popoli del Medio Oriente, non cessa di gemere e di soffrire attendendo l’ora della sua liberazione, l’ora della sua resurrezione, perché la sua via crucis continua ancora. E tuttavia, com’è breve la distanza che separa il Golgota dal Sepolcro vuoto, così noi sappiamo che è corta la distanza dalla morte alla Resurrezione. Per questo non c’è motivo alcuno di aver paura[2].

7. Atti di vandalismo contro i cristiani

 Vivere l’Anno della Fede in Terra Santa significa anche non temere, nonostante negli ultimi tempi si siano registrati diversi episodi anticristiani, gesti di vandalismo contro luoghi consacrati al culto e cimiteri che sono stati bruciati e profanati. Questi incidenti non hanno nulla a che fare con la religione, ma provengono da frange estremiste dell’una e dell’altra parte e minacciano la coesistenza pacifica e la sicurezza dei cittadini.

Nel settembre scorso, in una località chiamata Latroun, che si trova tra Gerusalemme e Tel Aviv, è stata bruciata la porta dell’abbazia trappista, un monastero conosciuto per la sua opera di tolleranza e comprensione interreligiosa. Scritte anticristiane e blasfeme, in lingua ebraica, sono state impresse sui muri di diversi edifici religiosi. Tra questi, anche il Cenacolino.

Ma non è tutto. Graffiti anticristiani in ebraico, sono stati fatti su altre chiese di Gerusalemme, mentre nei pressi di Betfage, alcuni alloggi, dove vivono i cristiani, sono stati attaccati con lanci di pietre da parte di giovani musulmani.

Le reazioni di condanna e le espressioni di solidarietà sono state numerose da parte di esponenti di tutte e tre le religioni. I Vescovi cattolici di Terra Santa hanno chiesto alle autorità israeliane di intervenire per porre fine a questi atti sconsiderati e per assicurare nelle scuole un’educazione al rispetto reciproco. Rispetto reciproco che ha bisogno di essere curato da parte di noi tutti.

Sebbene si tratti di episodi non comuni, purtroppo ormai diventati frequenti, desidero rivolgere, da questa città, a voi e a tutti i cristiani di questa bellissima terra, un accorato appello a non lasciarci soli.

8. A Madaba un’università per educare alla pace i giovani.

La pace di domani si misurerà dalla convinzione e dall’impegno che ciascuno pone oggi nell’educazione dei figli alla tolleranza e al rispetto reciproco. Intendo ribadire il fondamentale ruolo educativo della famiglia, ma anche delle nostre scuole e università, frequentate da cristiani e musulmani, al fine di preparare i giovani a diventare persone mature, capaci in futuro di assumersi ruoli di responsabilità.

Sono tante le nostre opere e i nostri progetti, in modo particolare quelli che riguardano l’istruzione : le nostre scuole, l’università di Madaba in Giordania, che lo stesso Benedetto XVI ci ha incoraggiato ad aprire con un augurio di pace. Il Santo Padre ci ha detto in occasione della benedizione della prima pietra di questa università, il 9 maggio 2009: “Plaudo ai promotori di questa nuova istituzione per la loro coraggiosa fiducia nella buona educazione quale primo passo per lo sviluppo personale e per la pace ed il progresso nella regione. In questo quadro l’università di Madaba saprà sicuramente tenere presenti tre importanti obiettivi. Nello sviluppare i talenti e le nobili predisposizioni delle successive generazioni di studenti, li preparereà a servire la comunità più ampia … trasmettendo conoscenza ed istillando negli studenti l’amore per la verità, promuoverà grandemente la loro adesione ai valori e la loro libertà personale. Da ultimo, questa stessa formazione intellettuale affinerà i loro talenti critici, disperderà l’ignoranza e il pregiudizio … Quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile offrono un servizio indispensabile alla società. Con tali pensieri in mente, incoraggio in maniera speciale gli studenti cristiani della Giordania e delle regioni vicine a dedicarsi responsabilmente ad una giusta formazione professionale e morale. Siete chiamati ad essere costruttori di una società giusta e pacifica composta di genti di varia estrazione religiosa ed etnica”[3].

L’Università di Madaba ha iniziato l’attività un anno fa. Sono 21 i corsi già avviati all’interno delle 7 facoltà :  Ingegneria, Scienze, Informatica, Scienze della salute, Arte e design, Lingue e Comunicazione, Business e Finanze. Il prossimo 30 maggio, sarà inaugurata ufficialmente alla presenza di Sua Maestà il Re di Giordania, di cardinali e vescovi, in rappresentanza delle loro diocesi e dei benefattori che ci hanno aiutato a realizzare questo progetto.

Con l’Università di Madaba, noi desideriamo creare un ambiente basato su una cultura di fiducia e apertura agli altri, un istituto che prepari i leader di una società pacifica, serena, aperta a tutti. Credo fermamente nel ruolo dell’educazione per la formazione alla pace e alla convivenza delle nuove generazioni.

L’Università di Madaba è un grande progetto che entra nella storia del Patriarcato. Noi, come Patriarcato abbiamo fatto molto, ma il cammino è ancora lungo e tortuoso. Mi sono commosso quando mons. Pelvi, vescovo dell’Ordinariato Militare Italiano, durante la sua recente visita a Gerusalemme, lo scorso mese di gennaio, con un consistente numero di militari-pellegrini, ci ha consegnato quanto raccolto tra i militari italiani con l’iniziativa “un cappuccino per il Patriarcato di Gerusalemme”. Ho subito pensato che l’Università non è solo del Patriarcato, ma di tutti i cristiani del mondo, amanti della Terra Santa e amanti della cultura e della pace.

Puntare sull’istruzione e sulla formazione intellettuale ci permetterà, infatti, di superare i pregiudizi, di allargare gli orizzonti, di rendere i giovani più aperti e tolleranti. In questa università si formano, studiando e approfondendo la dottrina sociale della Chiesa,  i futuri uomini e donne che occuperanno un posto   di responsabilità nella società civile.

È una sfida grande. È in fondo la sfida per la Nuova Evangelizzazione.

Carissimi amici,

Poiché siamo chiamati ad essere parte integrante delle nostre società, contribuendo alla costruzione dei nostri paesi, collaborando con tutti, musulmani, ebrei e con gli altri cristiani, non possiamo non preoccuparci della situazione in Siria e della sorte dei cristiani rifugiati in Giordania, e in altri paesi che, come sapete, vivono una situazione molto precaria. Si tratta di un’emergenza che ha assunto proporzioni inimmaginabili.

Pochi giorni fa, ad Amman ha avuto luogo una Conferenza Internazionale  della Caritas Giordana, alla presenza del Re di Giordania Abdullah II, del Cardinale Robert Sarah, Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum e di altri responsabili dell’organizzazione cattolica, per fare il punto sulla situazione dei rifugiati siriani  e coordinare gli aiuti con le altre organizzazioni umanitarie.  Durante tale viaggio, il cardinale Sarah e il segretario del Dicastero, mons. Giampiero Dal Toso hanno visitato alcune località dove sono ospitate persone, in fuga dai combattimenti in Siria. La visita ai rifugiati è stata organizzata con la Caritas giordana e con altre realtà caritative cattoliche attive nell’assistenza e negli interventi umanitari. Nel mese di febbraio ci sono stati due altri momenti importanti : il 14 febbraio in un incontro di cui nessuno ha parlato alcuni leader cristiani piu’ impegnanti nella societa’ siriana hanno firmato un patto per una Siria libera e unita. Mentre il 28 febbraio scorso in un incontro tra i capi dell’Opposizione, 11 paesi amici della Siria, insieme al Segretario di Stato Americano Kerry si e’ parlato di cambiamento. Dopo 2 anni di guerra con piu’ di 70.000 morti e circa 1 milione di profughi e’ arrivato il momento di dire basta a questa tragedia!

In Giordania sono arrivati circa trecentomila profughi che hanno abbandonato le loro case per sottrarsi ai combattimenti. Vivono questa loro situazione drammatica nel distretto di Mafraq, dove si trova il campo Zaatari dell’Unhcr. La Caritas giordana di cui sono il Presidente, è mobilitata per aiutare questi nostri fratelli. Abbiamo aperto le nostre scuole per accogliere i bambini siriani. Abbiamo aperto le porte del Centro Regina della Pace per accogliere tante famiglie cristiane scappate non solo dalla Siria ma anche dalla terribile situazione dei campi profughi. I cristiani della Giordania, grazie all’aiuto di tanti fratelli del mondo, stanno vivendo questo momento difficile come una grande opportunità per mostrare il vero volto di una Chiesa umile, debole, povera, ma che si sente realmente al servizio di ogni uomo e che si apre nella carità a tutti coloro che hanno bisogno. Questo sostegno si inserisce perfettamente nella celebrazione dell’Anno della fede. È un tempo propizio per spalancare lo sguardo del nostro cuore verso i fratelli più bisognosi, condividendo con loro quanto noi possediamo.

Questa è la nostra fede. Una fede che si tramuta in opere.

La solidarietà è uno degli argomenti fondamentali dell’impegno del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Sono convinto che la condivisione, in qualsiasi contesto sociale, sarà una delle rivoluzioni del terzo millennio. Sarà la vera conquista di questo secolo.

Solitamente a me piace definire  la solidarietà con tre “P”.

“P” come PREGHIERA

Invochiamo insieme la pace per il nostro paese. Pace per tutti gli abitanti: ebrei, musulmani e cristiani. Crediamo nella forza della preghiera. Grazie alla preghiera e alla solidarietà dei nostri amici di tutto il mondo, oggi abbiamo un seminario pieno di giovani e tante parrocchie dinamiche. Affido alla vostra preghiera ed alla vostra amicizia, la mia difficile missione in Terra Santa.

“P” come PELLEGRINAGGI

Personalmente sono sempre molto lieto quando gruppi di pellegrini bussano alle porte del Patriarcato. Molti sono italiani e nell’incontro ricordo sempre loro che, venire in pellegrinaggio a Gerusalemme significa tornare a casa, alle sorgenti della fede. Oltre ad essere un’esperienza preziosa per gli stessi pellegrini, la loro presenza in questi luoghi rafforza i cristiani locali e consolida i legami della comunione ecclesiale, donando ai nostri fedeli la certezza di non essere dimenticati, né abbandonati.

“P” come PROGETTI

Come accennavo prima, sono molto convinto che solamente i giovani sapranno dare un nuovo volto alla Terra Santa. Ma vanno sostenuti e preparati sin dalla scuola secondaria. Ecco perché, come Patriarcato, abbiamo deciso di scommettere sulla formazione.

Nei progetti ci sono anche le borse di studio, un’idea che intende incentivare la possibilità per le ragazze cristiane e musulmane, di frequentare l’università. Se le donne hanno una maggiore formazione culturale, questo sarà a vantaggio di tutta la società del Medio Oriente.

Parlando dei progetti, sono molto contento che il vostro Pastore abbia deciso di dare “visibilità’” alla vostra fede prendendo a cuore una delle nostre parrocchie : Beit Sahour.  Ho saputo che questa estate organizzarete un pellegrinaggio con i vostri giovani che faranno visita ai nostri giovani. È una iniziativa che incoraggio e benedico di cuore perché risponde direttamente a quello di cui i nostri fratelli cristiani di Terra Santa hanno bisogno.

Ma c’è un’ultima “P” grande

“P” come PACE

In Medio Oriente i cristiani vivono delle prove dolorose e la loro vita quotidiana è piena di difficoltà. Noi cristiani di Terra Santa dobbiamo essere operatori di pace, strumenti di riconciliazione. Questa è la nostra missione in questa terra. La nostra storia ci insegna come sia stato ed è importante ancor oggi, il ruolo svolto dalle comunità cristiane nel dialogo interreligioso e interculturale. Il nostro Medio Oriente e la nostra amata Terra Santa, soffrono per il risveglio del fondamentalismo religioso sia musulmano che israeliano, che mette in serio pericolo le prospettive di dialogo e di convivenza tra le religioni. Non possiamo permettere che vincano gli estremisti di una o dell’altra parte.  Abbiamo bisogno di nuovi politici che abbiano il coraggio di aiutare i propri popoli a vivere insieme.

10. Il futuro della Chiesa Madre

Carissimi amici,

il futuro della Chiesa Madre dipende dalla preghiera e dalla solidarietà dei cristiani di tutto il mondo. Quella preghiera silenziosa che i numerosi ordini contemplativi presenti in Terra Santa  rivolgono ogni giorno al Signore. Sono la nostra forza. Si tratta di oltre un centinaio di ordini tra femminili e maschili, che collaborano con il Patriarcato Latino per diffondere il Vangelo. Senza di loro la nostra vita di cristiani sarebbe molto più difficile.

Lo scorso mese di gennaio abbiamo celebrato la Settimana dell’Unità dei cristiani. A Gerusalemme l’ecumenismo è fondamentale.Lo viviamo giorno dopo giorno. Abbiamo contatti con tutti capi delle Chiese cristiane. Le riunioni ufficiali si tengono presso il Patriarcato ortodosso, ma trovandoci spesso di fronte a situazioni difficili e a nuove sfide, sono frequenti i comunicati che elaboriamo insieme.

Oltre a ciò, ritengo fondamentale il dialogo che si svolge quotidianamente nei diversi ambiti, nei posti di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, dove il numero dei non cattolici supera di molto quello dei nostri fedeli. Questo dialogo quotidiano, in alcuni casi, significa anche cammino di amicizia personale ed è la base del nostro futuro di convivenza, sia a livello ecumenico, sia a livello di dialogo interreligioso.

La pace, carissimi, è possibile per Gerusalemme ma essa dovrà essere al tempo stesso, dono di Dio e impegno dell’uomo, grazia dal cielo e frutto della terra.

Il salmo 122 ci invita a pregare per la pace di Gerusalemme. Se è il Signore a richiedere le nostre suppliche ci sarà pure una ragione. Lui non può che essere coerente con se stesso. Non può nello stesso tempo chiederci di domandare la pace per la sua città e non concederla. È possibile però che non abbiamo pregato abbastanza. È possibile che il Signore tardi a rispondere perché ci sta preparando una sorpresa che va al di là delle nostre aspettative, così  come ci ha sorpresi spesso nella storia della Chiesa. Dobbiamo avere pazienza perché spesso i suoi tempi non sono i nostri tempi.

La città santa rappresenta la porta della Pace di un più ampio contesto, allora dobbiamo alzare le nostre braccia al cielo e, seppur con il cuore carico di dolore e sofferenza a causa della violenza, chiedere con insistenza e con fede il dono di essa. Invochiamo il Signore e la sua beatissima Madre, patrona del Santuario del Monte Grisa, di accompagnarci in questo nostro cammino, giorno dopo giorno, affinché la Terra Santa possa essere una terra di pace.



[1] CHIESA DI GERUSALEMME, Piano pastorale generale n. 6

[2] F. Twal, Basilica del Santo Sepolcro, Allocuzione, 22.6.2008.

[3] Benedetto XVI, Benedizione prima pietra dell’Università di Madaba del PAtriarcato Latino, Madaba 9 maggio 2009, in Raccolta completa dei discorsi, a cura di CL in Terrra Santa, pp. 17-18.



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