Fatima, la Mitteleuropa e la rivoluzione digitale

A un secolo esatto dalle apparizioni di Fatima un altro spettro si aggira ormai sinistramente per l’Europa, la rivoluzione digitale di massa. No, tranquilli, non vogliamo con questo dire che lo sviluppo delle tecnologie informatiche siano la conseguenza del comunismo, ovviamente, ma solo riflettere sul fatto che in entrambi i casi dopotutto c’è dietro un’analoga […]

A un secolo esatto dalle apparizioni di Fatima un altro spettro si aggira ormai sinistramente per l’Europa, la rivoluzione digitale di massa. No, tranquilli, non vogliamo con questo dire che lo sviluppo delle tecnologie informatiche siano la conseguenza del comunismo, ovviamente, ma solo riflettere sul fatto che in entrambi i casi dopotutto c’è dietro un’analoga visione materialistica e atea dell’esistenza, quella per cui l’uomo – più che anima e spirito – è un animale brutalmente istintuale, e  come tale va trattato. Vediamo di spiegarci meglio. Tempo fa girava on-line una fotografia che ha avuto un discreto seguito e fatto discutere più di qualcuno. La foto ritraeva otto ragazzi, quattro maschi e quattro femmine, seduti a un tavolo da bar, in un locale qualsiasi di una metropoli mitteleuropea qualsiasi dei giorni nostri. Apparentemente, una scena normale, normalissima come tante che si svolgono ogni giorno in ogni luogo del continente. Ma subito lo spettatore veniva colpito dalle anomalie della foto stessa: anzitutto nell’atteggiamento dei ragazzi e delle ragazze l’uno con l’altra. A giudicare dalla disposizione alternata dei posti dove erano seduti si sarebbe detto che si trattava di quattro coppie di fidanzati, solo che nulla – assolutamente nulla – lo faceva intuire: nessuno dei ragazzi abbracciava, o sfiorava, nessun altro. Di più, nessuno degli otto aveva nemmeno lo sguardo diretto verso qualcuno degli altri. Tutti quanti erano ripiegati sul tavolo con la testa bassa, ognuno per conto suo, come se niente e nessuno potesse interessarli, a parte l’oggetto che tutti e otto avevano gelosamente tra le mani: il loro telefono. Già raccontata così, la scena fa un certo effetto, ma non rende comunque la stessa impressione che rende la foto, evidentemente. Un impressione spaventosa, di un’umanità alienata, completamente schiava di un bisogno indotto, e  già isolata dal resto del mondo in cui vive, persino in un locale pubblico. Perché era poi questa la cosa che faceva più male: lo sguardo spento, totalmente spento, degli otto ragazzi, maschi e femmine indifferentemente, nel pieno della giovinezza, che non solo non comunicavano più con il mondo circostante ma non comunicavano nemmeno tra loro. Gli psicologi, da parte loro, aggiungono che questi comportamenti non sono poi così rari ultimamente e si stanno diffondendo notevolmente a livello giovanile facendo registrare disturbi della personalità, manie di vario tipo, tendenza all’isolamento sociale e all’auto-emarginazione.

Ovviamente se sentite i geni dei colossi della comunicazione informatica e digitale, così come le ultime pubblicità di tendenza, vi diranno l’esatto opposto: che cioè stiamo vivendo un’era epocale straordinaria in cui le distanze si accorciano e siamo tutti più vicini, più interconnessi, più uniti. E come no: infatti più aumenta la diffusione delle nuove comunicazioni e più aumentano le solitudini nella vecchia Mitteleuropa. Da questo punto di vista è semmai interessante osservare come il parere degli psicologi – spesso non credenti – e dei pastori d’anime convergano invece sempre di più negli ultimi tempi: quello che si vede dai due osservatori è proprio che aumentano a dismisura le patologie dell’io, come si dice in gergo, cioè quelle legate proprio al mancato sviluppo, o allo sviluppo incompleto, dell’identità della persona a livello relazionale, anzitutto con riferimento al bisogno di senso e di amore che ognuno avverte nel proprio cuore fin da quando nasce. Così, quello che si sta verificando è una trasposizione delle esperienze fondamentali della crescita della persona direttamente al mondo virtuale, di cui il telefono, il pc, l’i-pod, rappresenta non solo il principale medium ma insieme anche l’orizzonte ultimo di significato (!) dell’esistenza in quanto tale. Nei casi più patologici si assiste in effetti a manifestazioni di vera e propria isteria dei teenager non appena vengono privati – per qualsiasi motivo – di quel medium tanto da arrivare a definirlo ‘il mio mondo’. Si dirà forse che non è ancora chiaro qual è però il legame tra tutto ciò e il materialismo ateo denunciato all’inizio: beh, semplicemente il fatto che in tutti gli esempi riportati l’uomo vive con e per la macchina. Anzi, preferisce passare di fatto il suo tempo con quell’oggetto piuttosto che con le persone. Ma a un livello ancora più profondo si può anche dire che è lo stesso paradigma tecnologico a determinare le condizioni dell’assenza di Dio proprio perché tende a sostituirlo con una realtà parallela onnicomprensiva, virtuale e liquida quanto si vuole, ma fondamentalmente alternativa al Creatore. La prova-provata sta nel fatto, se non ve ne siete resi conto, che persino in Chiesa, talvolta persino durante la Messa, quella realtà non scompare ma la comunicazione resta accesa perché non si sa mai che mi abbia scritto o messaggiato qualcuno nell’ultima mezz’ora, qualcuno da cui dipendono le sorti del mondo, ovvio: ma sì, apriamo i messaggi, dai, poi apriamo Facebook, poi apriamo Instagram, poi apriamo Twitter, poi apriamo la posta elettronica, poi apriamo What’s app e chi più ne ha più ne metta. Sull’altare si sta consumando il sacrificio di Cristo ma alla fine che cosa vuoi che sia questo di fronte all’ultima condivisione, all’ultimo ‘mi piace’, all’ultimo ‘commenta’? Si arriva così all’assurdo che anche sui pulpiti mitteleuropei si comincia a dover dire – prima della Messa – di spegnere ogni mezzo di comunicazione personale, per favore. Il che è più o meno come dire: ricordatevi di parlare solo con Dio quando siete davanti il tabernacolo, cioè, se possibile. Beh, se non è una forma di materialismo questa non sappiamo proprio quale altra lo sia.



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