Evitiamo equivoci sulle convivenze

Anche in Italia le forze che lavorano per introdurre le “nozze gay” hanno intensificato l’azione. Purtroppo il fronte pro-family si presenta diviso e disorientato, non mancano così proposte e dichiarazioni avanzate da autorevoli esponenti del mondo cattolico in rottura con l’insegnamento bimillenario della Chiesa sul tema delle convivenze omo ed eterosessuali.

In Italia dal 2008 al 2013 le convivenze sono raddoppiate fino oltre il milione e certamente il dato è andato crescendo ancora. Basta questo a giustificare una legislazione specifica che regolamenti la convivenza? Molti nella Chiesa sembrano dare per scontata una risposta affermativa e non passa giorno che non intervenga qualche vescovo, voglioso di mostrarsi al passo con i tempi, per invitare lo Stato a concedere questi “sacrosanti diritti” – come li ha definiti monsignor Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana – alle coppie conviventi, anche dello stesso sesso. Il 3 giugno lo ha detto ancora una volta anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia (clicca qui): da una parte si chiede la difesa intransigente dell’unicità della famiglia naturale, dall’altra si concede una normativa sulle convivenze invocando l’articolo 2 della Costituzione.

La prima cosa che viene da chiedersi è come mai allora la Cei fece tutto quel pandemonio nel 2007 organizzando anche il Family Day per bloccare i Di.Co. proposti dai ministri Bindi e Pollastrini del governo Prodi. Se andiamo a riprendere quella proposta di legge vediamo che in fondo è in linea con tante dichiarazioni che vengono fatte oggi: ai diritti che già vengono riconosciuti da leggi esistenti e da sentenze della Corte Costituzionale aggiungeva sostanzialmente il diritto di successione e la reversibilità della pensione soltanto alle coppie di provata stabilità. Qualcosa dunque non quadra: o ci si sbagliava allora o si sbaglia adesso.

Né può essere una giustificazione per il cambiamento la crescita esponenziale del fenomeno. Se ragionassimo in questi termini allora dovremmo ammettere e regolamentare anche il furto negli appartamenti. Ci dicono infatti le statistiche che nel 2012 ci sono stati 240mila furti in appartamento con una crescita del 114% rispetto a dieci anni prima. Un boom analogo a quello delle convivenze. Allora cosa diciamo? Che lo Stato deve tutelare i “sacrosanti diritti” dei topi d’appartamento, magari imponendo ai condomini l’obbligo di scale esterne estensibili in modo che i ladri non rischino la vita arrampicandosi fino al quarto piano?

Ovviamente convivere non è e non deve essere un reato, ma il criterio di fondo resta lo stesso: davanti a un fenomeno si deve anzitutto decidere se sia un bene o un male. Se è un male allora non lo si può promuovere.

E perché la convivenza è un male dal punto di vista dello Stato? Essenzialmente perché danneggia il vero bene, la famiglia naturale, “cellula fondamentale della società”, come la definisce anche la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Tanto è vero che il boom delle convivenze va di pari passo con il crollo dei matrimoni, civili e religiosi: appena 194mila nel 2013 (ultimi dati disponibili), 53mila in meno rispetto a cinque anni prima.

Spiegava bene la questione il documento che nel 2007 la Cei pubblicò al proposito, che si intitolava “Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto”. Rileggiamo il passaggio fondamentale:

«…Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.

Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.

Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.

Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare».

Parole molto chiare, che non sono altro che la riproposizione del Magistero della Chiesa. Dato che l’insegnamento della Chiesa non è cambiato nel frattempo – né lo potrebbe – e che non risulta che la Cei abbia prodotto successivamente dei documenti di segno diverso, ci si chiede in base a quale criterio così tanti vescovi e uomini di Chiesa si adoperino per portare la massima confusione tra i fedeli.

Tanto più che a ogni pié sospinto si invoca l’articolo 2 della Costituzione, che recita così: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Secondo certi prelati e giuristi di fiducia della Cei – che si accodano alla giurisprudenza oggi dominante  – le convivenze rientrerebbero tra le “formazioni sociali ove si svolge la personalità” del singolo. È una tipica forma di clericalismo, che mentre muore dalla voglia di cedere alla mentalità mondana trova il modo di giustificarlo con qualche principio di fede.

Ma la verità è che l’articolo 2 della Costituzione con le convivenze non c’entra assolutamente nulla. Basta rileggere con attenzione la relazione che fece l’allora deputato della Assemblea Costituente Giorgio La Pira presentando appunto l’articolo 2. La ragione che sta dietro quell’articolo è la necessità – dopo l’esperienza del totalitarismo – di fissare con chiarezza quei diritti naturali della persona che vengono prima dello Stato e che lo Stato è obbligato a rispettare e garantire. In questa prospettiva, ai diritti personali i padri della Costituzione vollero affiancare i “diritti sociali”, «che sono per la persona altrettanto essenziali quanto i primi». Ci si riferisce perciò alle “comunità naturali”. Spiega La Pira: «I diritti essenziali della persona umana non sono rispettati – e lo Stato perciò non attua i fini pei quali è stato costruito – se non sono rispettati i diritti della comunità familiare, della comunità religiosa, della comunità di lavoro, della comunità locale, della comunità nazionale».

È perciò la famiglia la prima comunità naturale tutelata dall’articolo 2 della Costituzione, che va letto dunque come premessa – e non come aggiunta – all’articolo 29 che più specificamente si riferisce alla famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”.

In altre parole il riconoscimento delle convivenze va contro la lettera e lo spirito della Costituzione italiana, oltre che del Magistero.

Cari vescovi, giuristi e politici che volete trovare il giusto compromesso per essere accettati e acclamati dal mondo senza perdere il potere ecclesiale, abbiate il coraggio delle vostre azioni e dei vostri pensieri. Non fate finta di difendere la famiglia mentre invece gli state assestando il colpo di grazia. C’è già abbastanza confusione nel mondo e nella Chiesa, non aggiungete anche le vostre giravolte mentali.

di Riccardo Cascioli

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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