Eugenio Corti: “Restaurate la Res publica christiana”

Ricorre il quarto anniversario di morte dello scrittore brianzolo Eugenio Corti che, in virtù della sua appassionata opera di evangelizzazione, è stato anche definito “il cantore del Regno”. Corti, classe 1921, fin da giovane aveva intuito la sua vocazione letteraria. Una vocazione che ha preso forma e si è arricchita in virtù delle esperienze che […]

Ricorre il quarto anniversario di morte dello scrittore brianzolo Eugenio Corti che, in virtù della sua appassionata opera di evangelizzazione, è stato anche definito “il cantore del Regno”.
Corti, classe 1921, fin da giovane aveva intuito la sua vocazione letteraria. Una vocazione che ha preso forma e si è arricchita in virtù delle esperienze che la vita gli ha posto dinnanzi e che lo scrittore ha saputo (e ha accettato di) cogliere: su tutte, il venire a contatto con la cruda realtà della guerra e l’esperienza ai limiti della sopravvivenza durante i ventotto giorni trascorsi “nella sacca” durante la ritirata di Russia del 1943, poi narrati ne “I più non ritornano” (Garzanti, 1947). Ma anche una chiamata maturata nella quotidianità di una fede semplice, vissuta in famiglia, e sviluppata grazie ad una capacità di lettura e di analisi della storia passata e contemporanea certamente non comune.
Due fattori, questi, che emergono fortemente in quello che si potrebbe definire “il romanzo della vita” di Corti: “Il cavallo rosso”, uscito nel maggio del 1983 per le Edizioni Ares e costato allo scrittore ben undici anni di lavoro quasi ininterrotto (ad eccezione dell’impegno per il referendum sul divorzio del 1974). Un’opera che fu fin da subito definita “un caso letterario” e che – nelle sue 1280 pagine, suddivise in tre macro-sezioni: Il cavallo rosso, Il cavallo livido e L’albero della vita – narra gli avvenimenti storici succedutisi in Italia e nel mondo tra 1940 e 1974, ma che nel contempo fornisce al lettore interessanti riflessioni teologiche e teleologiche.
Ed è forse proprio questa sua caratteristica a far sì che, a distanza di trentacinque anni, “Il cavallo rosso” continui ad appassionare e coinvolgere coloro, anche giovanissimi, che hanno l’ardire (pienamente ricompensato) di immergersi nella lettura: al centro di tutto vi è infatti Cristo, «Via, Verità e Vita» e Maestro dell’animo umano. Guardando alla vita di Eugenio Corti, questa sua capacità di leggere tutto alla luce della fede non sorprende. Per lo scrittore, infatti, l’esistenza guadagnava senso solo se spesa per il Regno di Dio (in linea con il secondo versetto del Padre nostro, che recita: «Venga il Tuo Regno») e la sfera pragmatica e quella spirituale camminavano di pari passo. Una caratteristica, questa, che oggi è sempre più raro ravvisare nelle persone.
Eppure non è sempre stato così: durante il Medioevo – un’epoca storica molto amata dallo scrittore brianzolo e verso la quale il Nostro nutriva, citando lo storico Jacques Le Goff, «una certa nostalgia» – vi era una chiara centralità della religione nella mentalità collettiva, la fede informava la quotidianità della gente ed è proprio in virtù di questo che il cristianesimo è giunto a piena maturazione, dando luogo alla cosiddetta Res Publica Christiana. Lungi dunque dall’essere i “secoli bui”, come parte della moderna storiografia vorrebbe far credere, nella visione cortiana – sotto alcuni aspetti idealizzata – il Medioevo è stato un periodo fortemente positivo, contraddistinto dalla proliferazione di santi, da una concezione positiva delle figure femminili («[…] sorgenti di vita fisica, spirituale, poetica e d’ogni altro genere», come afferma la biografa ufficiale di Corti, Paola Scaglione) e dalla valorizzazione delle virtù dell’onore e del senso del dovere che guidavano i cavalieri medievali, ma anche da un fiorente sviluppo sotto il profilo culturale e artistico, in virtù del fatto che – spiega lo stesso Corti – «l’apporto del cristianesimo costituisce per l’uomo di cultura un arricchimento incomparabile».
A questo momento di apice di sviluppo dell’umanesimo cristiano è seguito, a partire dal Rinascimento, un processo di “scristianizzazione”, nel quale siamo ancora oggi pienamente immersi e del quale paghiamo gli esiti. Una deriva che Corti ha denunciato con coraggio – con scritti pubblicati su varie testate tra 1970 e 2000, e poi riuniti ne “Il fumo nel tempio” – e di fronte al quale lo scrittore rispondeva muovendo un appello a tutti i cattolici: è sempre più necessario che i chi ha avuto il dono della Fede si comprometta in prima persona per testimoniare, pubblicamente e artisticamente, la Bellezza di una vita vissuta in Cristo e decida di impegnarsi per restaurare, riprendendo quando appena sottolineato, una nuova Res Publica Christiana.
di Giulia Tanel
Fonte: http://www.lanuovabq.it



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *