Esiste ancora un’arte sacra?

Le diverse forme d’arte che si sono succedute nel corso del tempo hanno di volta in volta manifestato lo spirito e le direttrici culturali propri all’epoca in cui furono elaborate. I recenti percorsi biografici drammatizzati, dedicati ad alcuni dei più originali artisti della nostra città e proposti al Museo Revoltella in collaborazione con il Teatro […]

Le diverse forme d’arte che si sono succedute nel corso del tempo hanno di volta in volta manifestato lo spirito e le direttrici culturali propri all’epoca in cui furono elaborate. I recenti percorsi biografici drammatizzati, dedicati ad alcuni dei più originali artisti della nostra città e proposti al Museo Revoltella in collaborazione con il Teatro Miela, manifestano questo intimo nesso tra temporalità ed espressione estetica. Logicamente la creazione artistica non è solo forma concreta di una temperie storica e culturale, ma è soprattutto irruzione dell’invisibile e del mistero nel visibile e nel manifesto. I tempi condizionano i linguaggi, in parte anche la sostanza delle cose che in essi si palesa, ma senza mai colonizzare la libertà sovrana dell’ispirazione che, come suggerisce la parola stessa, è soffio vitale che spazia e plana su domini intangibili e sottili.
I protagonisti di questi percorsi drammatizzati tra la sale del Museo Revoltella sono stati Arturo Nathan (1891-1944), Vito Timmel (1886-1949) e Leonor Fini (1907-1996), tre straordinarie voci che hanno cantato con tonalità variamente modulate le inquietudini e le domande profonde di senso del Novecento. Attingendo ai nuovi codici espressivi emersi dalla rivoluzione delle avanguardie, essi consapevolmente o inconsapevolmente hanno evocato un universo ammantato di sacralità. Si dice che l’arte moderna e contemporanea abbia abbandonato la sfera del sacro e si sia esclusivamente rivolta al mondo profano. Questa affermazione è molto parziale e questi tre artisti legati alla nostra città lo dimostrano. Il fatto che nelle loro opere la realtà così come la percepiamo con i nostri sensi venga oltrepassata o smantellata non si risolve certo in un congedo generalizzato dalla domanda di senso. Un altro senso e un’altra verità vengono alla luce e legati dal filo d’oro del sacro. Quando adoperiamo il termine “sacro” in riferimento a questi artisti ci riferiamo al saggio del teologo e storico delle religioni tedesco Rudolf Otto (1869-1937) “Il sacro” dedicato proprio a questa tema. Nella prospettiva dello studioso il sacro ha due volti: il tremendum e il fascinosum, il primo riferito a quella sensazione di terrore e di sgomento che si prova nei confronti del totalmente Altro che ci sovrasta e ci supera, il secondo a quella potenza ammaliante celata nel cuore dell’invisibile che ci cattura ed avvolge per la sua inaccessibile grazia e potenza. Entrambi i volti di questa enigmatica e perturbante erma bifronte sono presenti nelle opere di Nathan, di Timmel e della Fini. Miscelando con originalità e sapienza i semi del surrealismo, con le sue acrobazie oniriche, alle intuizioni figurative e semantiche delle altre avanguardie con i loro preziosismi e le loro rivelazioni inquietanti, questi artisti a loro modo hanno colorato l’orizzonte della cultura primo novecentesca, in tempi ormai accecati dal mito della tecnica e delle scienze positive, con tutte le sulfuree nuances notturne del sacro, sia pure inteso come mistero e presagio di pericolo. La loro inquietudine assurge così a grido silenzioso rivolto ad un cielo sempre più svuotato e ingrigito dalle pretese della ragione. Questa voce rotta dalla paura e dalla solitudine ha cercato di aprire i sipari ormai abbassati del teatro dell’invisibile e dell’inaccessibile per catturare i frammenti di quel dramma eterno che vi si rappresenta dai primordi e che è la vita nelle sue oscure radici e nelle sue potenze numinose, intrecciate fatalmente con il limite, la fragilità, il dolore e la morte.
Il sacro dell’arte medioevale, rinascimentale, manieristica e barocca — prima del passaggio al realismo borghese e alla sfera delle cose profane in un intreccio di storiografia, paesaggio e ritrattistica, in sostanza il mondo fenomenico guardato con occhi nudamente umani e intrappolati nella contingenza — è stato evocato e narrato secondo codici che progressivamente l’arte moderna ha dissolto, con un’accelerazione via via più vorticosa tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Ma questo non significa che la percezione di un Oltre e di un di più rispetto alle cose verificabili si sia definitivamente eclissato, come dimostrano non solo gli esperimenti arditi delle avanguardie, ma anche tante opere della nuova arte informale e concettuale. Pensiamo ad artisti — per citarne solo alcuni — come il surrealista Joan Mirò (1893-1983), il fondatore dell’astrattismo Paul Klee (1879-1940) e uno dei più suggestivi esponenti della secessione viennese come Gustav Klimt (1862-1918) con le sue dorature bizantine rarefatte e abbaglianti che trasfigurano la realtà in una mareggiata di lucentezza vibrante. Significativa a questo proposito una frase di Paul Klee: «L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è».
L’uomo per sua natura è fatto per elevare lo sguardo verso l’alto e, lo voglia o meno, non esaurirà mai la propria essenza in se stesso, ma avrà sempre bisogno di slanciarsi oltre ciò che crede di essere per incontrarsi e ritrovarsi su quel piano più elevato e intangibile che lo rivela sino in fondo. Egli è un essere che si supera infinitamente e i linguaggi espressivi da lui elaborati ne sono lo specchio, anche quando sembrano ridursi a registrare dati e realtà visibili. Pensiamo solo al genere pittorico del ritratto: anche quando punta a riprodurre il più fedelmente possibile il volto della persona, non può non dire molto di più di ciò che esteriormente rappresenta. Il volto infatti non è una superficie piatta e neutrale, una cosa misurabile e riproducibile tra altre cose e che si osserva impassibilmente da fuori, ma — come ha mirabilmente colto il filosofo francese Emmanuel Lévinas (1966-1995) — una rivelazione dell’“essenziale” e dell’“assoluto”, un entrare in profondità nella relazione con l’essere di chi ci sta di fronte e che con il suo volto ci dice “Eccomi, ci sono”. E in quel “ci sono” risuona l’eco di una vibrazione interiore inafferrabile e unica che si leva dalle radici dell’essere che ci fonda e ci anima, ci nobilita e ci rende capaci di Dio. Anche una veduta o un paesaggio sono rivelazione numinosa, sillabe di quel grande discorso disseminato nel creato e che coinvolge ogni volta l’uomo nell’impresa di decifrarlo e di articolarlo nella sua logica universale e nella sua armonica bellezza tramata di mirabili corrispondenze. Tutto è simbolo e richiamo di Altro, allusione ed eco sonora di un di più che vibra in tutto ciò che l’uomo crea ed opera, anche quando riveste le poche parole a lui note con i panni della negazione e del nulla.



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