Educazione e totalitarismo culturale

“Se una madre – come è accaduto – decide di portare a compimento la gravidanza di un figlio down e viene giudicata un’egoista da condannare anziché da ammirare e sostenere, allora l’umanità non ha futuro”.

Riportiamo di seguito il paragrafo 9, intitolato “Educazione e totalitarismo culturale” della Prolusione del Cardinale Bagnasco al Consiglio permanente della CEI di lunedì 22 settembre 2014. Si tratta di una profonda e coraggiosa analisi della situazione culturale nel nostro Paese, ove molti centri di potere cercano di imporre un pensiero unico.

 

9. Educazione e totalitarismo culturale

A proposito di formazione intellettuale e umana, torniamo ad esprimere – come ha fatto il Santo Padre in Piazza San Pietro il 10 maggio – la nostra stima e tutto il nostro apprezzamento per il mondo della Scuola a tutti i livelli, compresi i Centri di formazione professionale.  Una particolare vicinanza la vogliamo confermare alle Scuole Pubbliche Cattoliche poiché – a causa dell’inadempienza legislativa – insieme alle famiglie e ai Docenti fanno enormi sacrifici per resistere e così assicurare un’offerta formativa di qualità, tra l’altro facendo risparmiare allo Stato, ogni anno, almeno sei miliardi di euro. La Scuola accompagna e aiuta la missione educativa dei genitori, primi e insostituibili maestri dei loro figli: prima che ogni altro sapere, deve educare a pensare, al gusto di pensare con metodo e impegno: con la buona logica. Questo compito risulta sempre più urgente e merita ogni sforzo da parte di tutti: genitori, docenti, dirigenti, ministero, comunità cristiana. E – se posso – anche da parte dell’ampio mondo della comunicazione. La situazione è sotto gli occhi di tutti. Viviamo nella cultura dell’apparenza, in una specie di bolla virtuale piena di fantasmi e di miti che abbagliano ma che sono vuoti. Una bolla che continuamente dispensa sogni di cristallo destinati a frantumarsi sotto i colpi della vita. E quanto più i burattinai del mondo se ne accorgono, tanto più la gonfiano – questa bolla – perché continui a incantare. Ma l’uomo non può vivere sempre nel vuoto. Se nulla è vero e stabile per sempre, se tutto si equivale ed è passeggero – qualunque scelta e azione – allora annaspiamo nel nulla, poiché laddove tutto è possibile, nulla esiste. Sorge una domanda radicale, ed è questa da provocare nelle diverse sedi educative: “esiste qualcosa che mi merita? Che merita che gli consacri me stesso? Qualcosa che riempia di senso e di bellezza il mio cuore e la vita?”. Comprendiamo che siamo lontani da obiettivi a buon mercato: la gioia nasce dal dono di sé fino al sacrificio.

La società stessa dovrebbe vivere di questa domanda, che consente di ritornare sempre di nuovo sui fondamentali dell’uomo e della convivenza, sul destino del vivere insieme nella giustizia e nella pace. Le consente di non camminare solo sui mezzi ma sui fini, non solo sulla tecnologia, ma sui significati spirituali ed etici. Parlare di “fondamenti” non è “fondamentalismo”, ma è un atto d’amore e un servizio anche allo Stato laico, che vive di premesse che non è in grado di garantire. La tecnica sta sfuggendo di mano all’uomo, che assiste impotente perché non dispone di un pensiero. Così l’uomo viene strappato ai legami naturali e sempre più s’ allontana dall’ esperienza dell’essere: si trova gettato nel mondo dell’esistenza ed è smarrito.

Se una madre – come è accaduto – decide di portare a compimento la gravidanza di un figlio down e viene giudicata un’egoista da condannare anziché da ammirare e sostenere – scambiando così il bene col male – allora l’umanità si trova sulla strada sbagliata e non ha futuro. Porta qui l’emancipazione da Dio, il rifiuto dell’origine cristiana della cultura europea? È questo il risultato di una cultura liberata e liberante che procede trionfale verso una civiltà più giusta e umana? È solo un tristissimo esempio!

Ma sotto la superficie che si agita e ammalia, vi è una vita brulicante: lo spirito dell’uomo, come dei popoli e delle Nazioni, cerca un senso per vivere, degli ideali alti e veri. L’umano dell’uomo non può sparire, perché in qualche parte del suo spirito sono depositate le esperienze più belle, i desideri più genuini e universali, ricordava Vaclav Havel. La gente semplice lo sa e resiste nella sua dignità quotidiana in famiglia, nel lavoro, con gli altri. Resiste nell’amore alla propria terra, sente di appartenere ad una storia, ad un popolo, ad una cultura, ad una religione…; senso di appartenenza che invece si vorrebbe dissolvere, poiché sradicare significa rendere smarriti, e quindi dominare più facilmente.

 

 



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