L’identità maschile e femminile

L’ideologia del gender vorrebbe vietare di educare ad essere uomo e donna. Ma è ancora doveroso e possibile educare all’identità sessuata? Cosa significa e come si fa? Intervista a Mariolina Ceriotti Migliarese

La dottoressa Ceriotti Migliarese è neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta. Da molti anni si occupa di formazione di genitori e insegnanti. Sposata dal 1973, ha sei figli dai 35 ai 15 anni. Per le edizioni Ares ha pubblicato “La famiglia imperfetta” e “La coppia imperfetta”. Il 20 aprile scorso la dottoressa ha tenuto una conferenza presso l’Hotel Savoia dvanti ad un centinaio di persone, dal titolo “Alla ricerca dell’identità perduta. Educare uomini e donne oggi”.

Le abbiamo rivolto alcune domande su aspetti che ci sembravano particolarmente interessanti.

Dottoressa Migliarese, nel nostro contesto culturale e antropologico è sempre meno chiaro che cosa voglia dire essere donna e che cosa voglia dire essere uomo. Secondo lei è importante questa differenza?
Una caratteristica cruciale dell’essere umano è che tutti noi possiamo nascere solo o come maschi o come femmine: ogni singola cellula del nostro corpo è caratterizzata da un corredo cromosomico esclusivamente maschile o femminile. Questo definisce un dato incontrovertibile: la differenza sessuale esiste, si entra nel mondo come maschi o femmine. Ma essere biologicamente maschi o femmine non significa ancora avere una identità sessuale di uomini o di donne: per questo è necessario un percorso lungo e complesso. Possiamo affermare tranquillamente che si nasce maschi o femmine e si diventa uomini e donne.
In questo percorso, che è sempre personale, originale e unico, biologia e storia personale si intrecciano in un modo che non è mai standardizzabile. Nel campo dell’umano non può esistere puro determinismo biologico.
Avere raggiunto con pienezza la propria identità vuol dire essere “entità distinguibile” e quindi unica, differente dalle altre. Vuol dire essere “proprio questo”, con caratteristiche definite. Non sono tutto, non sono indifferenziato, ho dei limiti che mi definiscono: non sono onnipotente. Non lo sono nemmeno per quanto riguarda la mia identità sessuale.
La cultura odierna però si muove in una direzione diversa, che tende a negare l’esistenza di una differenza sessuale.
Il sesso come dato di natura diventa irrilevante, sostituito dalla pura volontà individuale. Secondo questo modo di pensare si può essere tutto ciò che si vuole (non maschio o femmina, ma maschio e femmina) e l’identità è fluida.
Perché è diventato così difficile confrontarsi su questi argomenti?
La difficoltà nell’affrontare questi temi e il pericolo di non capirsi nascono in primo luogo dal fatto che quando se ne parla si scivola continuamente da un piano all’altro del discorso, passando per esempio dal livello psicologico a quello sociologico, senza soluzione di continuità. Un altro problema è la confusione terminologica: per esempio, si confonde differenza (che è termine positivo, da leggersi sul piano di una soggettività che arricchisce) con disuguaglianza (che è termine negativo, di livello più sociologico). Un altro problema ancora nasce dalla difficoltà di confrontarsi con un pensiero che oscilla tra gli estremi di un esasperato biologismo (“si nasce” così…) e un atteggiamento per il quale il sesso sarebbe al contrario solo “cultura” (l’identità sessuale non esiste, ma la si sceglie “liberamente”). A tutto questo si unisce oggi purtroppo una posizione di pregiudizio nei confronti di chi voglia tenere aperto il dibattito e portarlo ad un livello di maggiore profondità.
Come possiamo approfondire e vivere queste dimensioni?
Vari autori in Italia e all’estero hanno sviluppato riflessioni e studi sulla specificità maschile e sulla specificità femminile. Il maschile parla di una forza non di sopraffazione, ma capace di controllo e di dominio in primo luogo di sé. Si tratta del potere e del compito di proteggere l’altro, nei confronti del quale si avverte una responsabilità vincolante. Lo sviluppo di queste caratteristiche nel piccolo maschio che viene al mondo non è assolutamente automatico. Sono necessari l’apporto di padre e madre e in particolare le cosiddette tre A, così definite dallo psichiatra Nicolosi: A come affetto, A come attenzione, A come approvazione del padre nei confronti del figlio. Ricordiamoci che fare cose insieme al proprio papà è un’indicazione semplice ma fondamentale per lo sviluppo dell’identità maschile e femminile.
L’apporto della madre, in genere più protettivo e comprensivo è anch’esso fondamentale: l’apporto materno e paterno sono due codici entrambi essenziali. L’apporto materno fa crescere le capacità di empatia e la creatività ad esempio, che un’educazione solo paterna potrebbe limitare. Il problema educativo non è perciò la diversità dei codici, che sono una ricchezza e si completano a vicenda, ma piuttosto la nostra incapacità di leggerne il valore, tanto che tendiamo a pensare che l’altro (papà o mamma) sia uno che non capisce, visto che si comporta in modo diverso da quello che pensiamo noi…
Ma è ancora possibile allora oggi educare a diventare pienamente uomini e donne?
Come conseguenza di tutto ciò che ho affermato sopra, credo che sia possibile solo se si accolgono prima di tutto due presupposti: quello dell’esistenza naturale della differenza sessuale e quello del valore di questa differenza. È importante tra l’altro avere molto chiaro che la negazione di questi presupposti comporta conseguenze profonde anche su altri piani: affermare che tra maschile e femminile non c’è alcuna differenza significa anche considerare irrilevante la differenza tra paternità (maschile) e maternità (femminile), entrambe ridotte a puro ruolo di affettività e accudimento. Credo che su questo ci sia davvero molto da riflettere.
(Intervsita di Margherita Canale Degrassi)



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