Edith Stein, la verità e le nostre mode

Se c’è un tratto che passerà alla storia di questo nostro tempo incerto è l’opinionismo diffuso che erge istintivamente le mode del momento a divinità e ignora – quando non disprezza apertamente – le proprie memorie pubbliche, soprattutto quando rimandano immediatamente a verità perenni. Vediamo di spiegarci meglio. In queste settimane in Germania si è […]

Se c’è un tratto che passerà alla storia di questo nostro tempo incerto è l’opinionismo diffuso che erge istintivamente le mode del momento a divinità e ignora – quando non disprezza apertamente – le proprie memorie pubbliche, soprattutto quando rimandano immediatamente a verità perenni. Vediamo di spiegarci meglio. In queste settimane in Germania si è fatto un gran parlare di stili di vita, sfide educative, possibilità di famiglia e realizzazione personale per le giovani generazioni. Essendoci poi stato il Sinodo straordinario a Roma, quasi tutti questi temi hanno peraltro avuto anche una parallela riflessione a livello ecclesiale, come noto. Ora, la cosa veramente singolare – a detta di chi scrive, va da sé – è che su tutte queste faccende (che non nascono proprio oggi) si è scritto parecchio nel Novecento. In alcuni casi, poi, oltre a scriverlo, lo si è anche testimoniato: pensiamo qui in modo particolare alla vicenda umana e intellettuale di Edith Stein, la filosofa atea di origini ebraiche che si convertì a Cristo, si fece carmelitana e morì ad Auschwitz, oggi Santa. Una nostra contemporanea, praticamente. Donna colta, immersa completamente nel mondo profano del lavoro e dell’università per molti anni, attiva nei campi dell’impegno politico e sociale, dove ha toccato anche le grandi questioni del femminismo e del confronto competitivo fra i sessi. Vista la parabola che poi ha preso la sua vita, e soprattutto l’esito che ha avuto, la sua figura dovrebbe essere un riferimento costante oggi su certi temi. Ma leggendo i commenti e le analisi di questi tempi, francamente, chi se ne è accorto? Nessuno, verrebbe da rispondere. Già questo ci pare un po’ singolare. Sarebbe da chiedersi il perché. Forse perché si è convertita, potrebbe essere una risposta. O forse perché da donna vicina al femminismo ne ha smontato tutti i pregiudizi ideologici, potrebbe essere un’altra risposta. O forse, ancora, perché i suoi scritti e i suoi ragionamenti richiedono un po’ più di tempo del solito titoletto demagogico urlato in prima pagina dai soliti quotidiani. O forse per tutte queste cose insieme, chissà.

Insomma, fatto sta che alla fine della fiera a Berlino e dintorni si assiste sempre di più a confronti surreali in cui pare che ci si sia svegliati la mattina stessa e si abbia ancora tutto da imparare su tutto: nessuno ci ha preceduto, nessuno ha insegnato, nessuno ha trasmesso, nessuno ha testimoniato. Siamo tutti figli del nulla vagabondi senza una meta, completamente succubi delle mode del momento. Le idee di questo o quell’altro vip valgono quanto – se non di più! – di un’intera enciclopedia. Poi c’è il voto on-line ed ecco arrivare il branco della rete che fa da Cassazione: poiché lo hanno ‘certificato’ x utenti che in quel momento erano connessi la verità è infine questa, gentili signore e signori. Et voilà, il pubblico è servito. E poi lo dice anche Franz da Dortmund. Al che voi, se avete ancora un po’ di sale in zucca in tutto questo pandemonio massmediatico, vi chiederete pensosi: ma chi diavolo è mai questo Franz da Dortmund? Chi lo conosce? Ma ormai non ha più importanza, voi non saprete mai chi diavolo è questo Franz da Dortmund – da noi potrebbe essere un analogo, quanto fantomatico, Lorenzo di Udine – forse non è nemmeno mai esistito, non è questo che conta bellezza, comunque bisogna stare al gioco. Poi, il giorno dopo, mentre non vi siete ancora ripresi da tutta questa confusione ubriacante ecco che la rete rilancia alla grande il dibattito contro un altro sondaggio (c’è sempre un sondaggio a cui partecipare, da qualche parte, se ci fate caso) e la televisione si accoda con un nuovo, ennesimo talk show a seguire più o meno pilotato, dalla regia o dal conduttore. Allora, finalmente, scoprite che tutto questo non era affatto un’occasione di elevazione culturale o formativa. Macché, della cultura o della formazione della coscienza qui non importa niente a nessuno. Era solo per divertirsi (?) e passare un po’ il tempo (??). Voi pensavate alle riflessioni sulla donna della Stein, alle sue conferenze sulla vocazione e alla sua vita travagliata alla ricerca della verità mentre ora apprendete che l’unica cosa che conta è stare sereni, take it easy come dicono gli inglesi davanti al consueto tè delle cinque, senza farsi troppe domande e godersi il sentimento del momento: l’importante è cogliere l’attimo, il carpe diem, su questo convengono tutti, non è il caso di scomodare la Stein. Il bello (si fa per dire) è che a volte questo atteggiamento viene condiviso anche da persone a noi vicine, o che in qualche caso dovrebbero tendenzialmente rappresentarci. E’ allora che la pressione sociale si fa più forte, quasi straripante, e bisogna solo resistere. Perché a volte, veramente, la verità consiste in un semplice atto di resistenza. Pura e semplice resistenza. Nessuna dichiarazione di guerra, per carità, solo un mantenere la propria posizione dov’è sempre stata, pacificamente, educatamente e in silenzio. In Germania, in Austria, in Svizzera e, ormai, se vogliamo dirla tutta, anche da noi.



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