Eccellenza tedesca ed “eccezione italiana”

La notizia della settimana, lo scandalo-truffa della Volkswagen, ha indubbiamente fatto il giro del mondo. In questa rubrica di solito ci occupiamo d’altro ma l’occasione del dibattito che internazionale che ha generato ci offre il destro per fare il Controcanto alla ‘mitica’ efficienza della società tedesca. In effetti, ormai da decenni, nell’immaginario collettivo occidentale lo […]

La notizia della settimana, lo scandalo-truffa della Volkswagen, ha indubbiamente fatto il giro del mondo. In questa rubrica di solito ci occupiamo d’altro ma l’occasione del dibattito che internazionale che ha generato ci offre il destro per fare il Controcanto alla ‘mitica’ efficienza della società tedesca. In effetti, ormai da decenni, nell’immaginario collettivo occidentale lo stereotipo diffuso della vita in Germania è tutto luci e nastrini, una sorta di Paradiso in terra, un vero e proprio Eden dove funziona tutto (dai trasporti alla sanità) e si sta alla grande che noi ce lo sogniamo soltanto. Poi però escono notizie come quella di questi giorni e uno un paio di domandine se le fa. Ad esempio: che cosa mai sarebbe accaduto in Italia in circostanze analoghe e quanto malizioso sarebbe stato il sarcasmo della stampa internazionale sul Paese ‘bigotto dei preti e del familismo amorale’ (o era ‘immorale’? boh). Da parte nostra, allora, umilmente, vorremmo solo far osservare che – per quanto enorme, e vergognoso – lo scandalo del mega-gruppo di Wolfsburg non è che l’ultimo di una serie che non fanno fare certo bella figura alla ‘mitica’ serietà teutonica. D’altronde, appena qualche settimana fa, ci permettevamo di avanzare delle critiche a delle dichiarazioni pubbliche non proprio onorevoli della Merkel in televisione (http://www.vitanuovatrieste.it/la-merkel-e-le-lacrime-di-una-ragazzina/) mentre poco prima avevamo riflettuto marginalmente sull’avanzata nel Parlamento di Berlino dell’agenda politica della ‘cultura della morte’ (http://www.vitanuovatrieste.it/aiutare-a-far-morire/) che faceva tristemente il paio, per così dire, con la spaventosa crisi demografica in atto da anni che sta raggiungendo livelli simil-patologici (http://www.vitanuovatrieste.it/demografia-tedesca/). E che cosa pensare dei mandati d’arresto spiccati quest’anno verso i genitori che non mandano i loro figli ai corsi di educazione sessuale impartiti alle elementari (http://www.vitanuovatrieste.it/mamme-in-gattabuia-delinquenti-a-piede-libero/)? Il tutto, come noto, avviene peraltro in uno dei Paesi tra i più laicisti e secolarizzati d’Europa (cfr. in particolare qui: http://www.vitanuovatrieste.it/germania-se-i-fedeli-vanno-via-2/ e qui: http://www.vitanuovatrieste.it/germania-se-dio-diventa-un-tabu/). Eppure, ancora oggi, dire ‘società tedesca’ pubblicamente significa dire sistema d’eccellenza, funzionale ed efficiente, avanzato, all’avanguardia, bio-sostenibile e civile come pochi, apparentemente. Ma, stando a tutto ciò, forse bisognerebbe specificare ‘solo apparentemente’, per l’appunto.

Non vogliamo sparlare delle cose di casa altrui, sia chiaro: la critica gratuita non è il nostro mestiere. Solo che anche le notizie di cui sopra valgono come descrizioni rappresentative dell’attuale società tedesca e, ci pare, non proprio molto edificanti. Anche se sui grandi mass-media magari non sfondano. A tutti quelli che guardano al modello tedesco con un perenne complesso d’inferiorità vorremmo allora rispondere che il nostro Paese avrà di certo molti e gravi problemi, tuttora irrisolti, e su molti profili economico-aziendalistici non potrà competere con gli standard di Berlino, è vero. Però, forse, dalle nostre parti la cultura cattolica che nonostante tutto è rimasta presente almeno a livello popolare e l’attaccamento alla famiglia sentito come un valore  costituiscono ancora degli argini agli stili di vita tendenzialmente più individualisti e materialisti delle ‘ricche’ società settentrionali del Vecchio Continente. Non ce ne vergogniamo, sinceramente. D’altronde, se esiste l’eccellenza tedesca allora esiste pure un’“eccezione italiana” in riferimento alla vitalità morale e spirituale del nostro Paese rispetto ad altri. E la definizione non è nostra. L’ha coniata un uomo che pure conosceva molto bene l’Europa centrale, la sua lingua e la sua civiltà e, a suo modo, stimava la cultura mitteleuropea (da Scheler alla Stein) ma riconosceva pure allo stesso tempo che l’Italia, per storia, tradizione e destino, era tutta un’altra cosa, per dirla con il Dante della Commedia. Veniva da lontano, molto lontano. Si chiamava Karol Wojtyla: se volete prendervela davvero con qualcuno, allora, prendetevela con lui.



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