E’ qui la festa?

Forse mai come a Capodanno si misura lo stato di salute morale e spirituale di una società. Significativamente, quello appena trascorso, un po’ ovunque, ha dato spunto ai sociologi per vedere confermate le proprie analisi pessimistiche e dire che sì, avevevano ragione loro dopotutto. In effetti, gli ultimi rapporti del Censis in Italia, per dirne […]

Forse mai come a Capodanno si misura lo stato di salute morale e spirituale di una società. Significativamente, quello appena trascorso, un po’ ovunque, ha dato spunto ai sociologi per vedere confermate le proprie analisi pessimistiche e dire che sì, avevevano ragione loro dopotutto. In effetti, gli ultimi rapporti del Censis in Italia, per dirne una, da tempo non facevano altro che lanciare l’allarme contro quel fenomeno di disgregazione capillare ormai diffuso tutt’intorno a noi, richiamato con varie espressioni – un po’ complicate, per la verità – com’è tipico del linguaggio metaforico utilizzato in queste occasioni: cioè, ‘smottamento’, ‘coriandolizzazione’, ‘liquidità’. Il termine più adatto e immediato per descrivere quello che sta accadendo, però, ad avviso di chi scrive, molto semplicemente, è uno solo: decadenza. Viviamo obiettivamente in una civiltà decadente e molti atteggiamenti e comportamenti quotidiani del corpo sociale intorno a noi ormai ce lo confermano quotidianamente. Per venire al tema di questa rubrica, quello che – a sentire un po’ di gente in giro – ha unito il Capodanno viennese e quello di Praga è stata, per l’appunto, la celebrazione del non-senso in quanto tale. Un tempo in queste occasioni, per quanto profane esse fossero, si rispolveravano comunque vecchi usi e tradizioni e ogni Paese ne aveva uno, tipico e ben preciso, che custodiva con orgoglio, a volte persino con gelosia. Oggi quello che si vede con chiarezza è invece la più assoluta omologazione (verso il basso, of course) dei comportamenti singoli e collettivi che annulla ogni differenza naturale, culturale e geografica. Un riflesso indiretto della globalizzazione dei costumi? Certo, ma non solo. C’è anche e soprattutto, ci pare, la perdita delle ragioni di fondo che ci tengono insieme come società e che ci fanno dire che la vita è una cosa buona. In uno degli ultimi Caminetti lo diceva anche il nostro Arcivescovo quando c’invitava – tutti, credenti e non credenti – a chiederci che cosa ci tiene davvero insieme. Perchè la risposta non può essere: il Milan o la Juve. Scherzando, ma non troppo. Non può neanche essere il nome di un leader politico, chiunque esso sia. Deve essere qualcosa che ci precede e ci accompagna sempre, tenendoci insieme anche quando noi (o i nostri figli, o nipoti, fate vobis) non ci saremo più. In una parola: deve essere qualcosa esterno a noi e che non dipende da noi. Qualcuno dirà: “Ma va là, quante storie per un Capodanno!”.  

Però, se ci pensate un secondo, con sincerità, secondo me ne converrete. E se pensate anche al Magistero degli ultimi Pontefici pare che il dato sia ancora più evidente, anzi ‘cristallino’ per dirla con un famoso attore che va per la maggiore. Quando Benedetto XVI andò al College de France di Parigi, per esempio, per tenere uno dei discorsi più impegnativi del suo pontificato rivolto al mondo della cultura, fece riferimento alla nascita dei monasteri in Europa e disse che l’avventura benedettina nacque proprio da una ricerca: il celebre ‘quaerere Deum‘. Quegli uomini erano uomini che – proprio mentre tutto intorno a loro crollava, e crollava fragorosamente – volevano aggrapparsi all’unica cosa che contava, cioè Dio, costruendo così (letteralmente e metaforicamente) la loro casa sulla roccia. Quello che è venuto dopo – grazie a questa esperienza straordinaria – ed è tanto, dalle grandi biblioteche alle cattedrali alla fondazione dell’università, non è che la conseguenza di quella premessa. Ma se non ci fosse stata quella premessa, il meglio della cultura medievale (che va da Cimabue a Giotto a Dante a Tommaso d’Aquino, per dire qualche nome a caso) probabilmente non esisterebbe, oppure sarebbe molto ma molto diverso da come ci è arrivato. E senza di loro non esisteremmo neanche noi (di che Commedia parlerebbe mai Roberto Benigni in prima serata?). Oggi, mutatis mutandis, si vuole invece andare a vedere le meraviglie delle nostre capitali mitteleuropee perchè comunque ‘fa tendenza’ rimuovendo però completamente l’ambiente in cui sono nate, l’ispirazione da cui sono sorte e la storia secolare da cui provengono. E quando ci si trova lì la notte di Capodanno, o in altro momento, non si capisce più che cosa ci stanno a fare. Ci possono persino apparire ‘strane’. Ecco, non serve certo un genio per comprendere che in questo modo nessuna società ha mai funzionato. Abbiamo bisogno di ragioni profonde per stare insieme e amare, e quindi custodire, tutto quello che c’è intorno a noi. Qualcosa di più di uno slogan demagogico, possibilmente. Perchè almeno quando vengano i ‘moderni’ barbari – e state sicuri che arriveranno, andando avanti di questo passo – possiamo rispondere senza complessi d’inferiorità: per quanto fragili, deboli e peccatori mai possiamo essere quello che abbiamo nel nostro cuore vale infinitamente di più del vostro nulla. E, come direbbe qualcuno, non è – e non sarà mai – negoziabile. A buon intenditor, poche parole.



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