…e continuavano a chiamarla “arte”

È stata presentata come un vero e proprio “evento” culturale, una chicca nel ventaglio delle proposte artistiche della nostra città. Sto alludendo alla mostra del pittore inglese Joe Machine inaugurata alla “Lux Art Gallery” di via Cecilia Rittmeyer n. 7, il 20 agosto scorso. L’allestimento, visitabile fino al 21 settembre, fa parte dell’“Evento Woland Summer […]

È stata presentata come un vero e proprio “evento” culturale, una chicca nel ventaglio delle proposte artistiche della nostra città. Sto alludendo alla mostra del pittore inglese Joe Machine inaugurata alla “Lux Art Gallery” di via Cecilia Rittmeyer n. 7, il 20 agosto scorso. L’allestimento, visitabile fino al 21 settembre, fa parte dell’“Evento Woland Summer Art” ideato da Claudio Crismani con la direzione artistica di Edward Lucie-Smith. La mostra intitolata “Sailors” (“Marinai”) rientra nel “Prometheus Project”, serie di eventi culturali che combinano sotto la luce dei riflettori le più diverse arti, dalla letteratura alla musica e alle arti visive. Machine, presente all’evento, è stato presentato da Sergej Reviakin, presidente della “London Collectors Club”.

Ho voluto riportare tutta questa nutrita nomenclatura di titoli, sigle, competenze e associazionismi “culturali” di ogni genere, non tanto per essere precisa e aderente alla realtà, quanto per evocare la grande e velleitaria confusione che regna sovrana nell’arte e nella cultura di oggi. Miriadi di nomi, di progetti, di programmi, di manifesti — per lo più in inglese che fa molto trend e regala una sensazione immediata di cosmopolitismo chic disinvolto e aggiornato “in tempo reale” —; cascate di parole, di intenti, di investimenti sul futuro, di ambizione e di supponenza camuffate con le vesti sempre smaglianti e attraenti della creatività e della libertà interiore.

Non nego che Machine sia bravo a dipingere, che il suo tratto e i suoi colori siano originali ed evocativi, corposi e sferzanti, vicini alla deformazione allucinatoria e spasmodica della realtà propria alla grande stagione espressionista. Ciò che desta sconcerto è il messaggio, il fine, il senso di questa rappresentazione volutamente distorta, greve e cupa fino all’incubo, scioccante e spesso sporca e torbida fino alla blasfemia. Quei marinai dalle membra possenti ma gravate da una lasciva vecchiaia, segno di una decadenza morale volutamente oscena e provocatoria; quegli interni di pub fumosi che con la loro aria viziata e soffocante sembrano togliere il fiato persino a chi li guarda; quelle lame luccicanti che sbucano dalle pieghe sfatte di corpi maschili pesanti e deformi, tutte quelle figure umane che trasmettono una mescolanza ambigua di sofferenza, nel dover subire la gravità della carne, e di indifferenza al terribile e perverso squallore in cui la loro vita è irrimediabilmente intrappolata. Che cosa mi comunica quest’arte se non disagio disturbante, fastidio per una provocazione in fondo inutile e per un pessimismo che inizia e finisce in se stesso senza uno sbocco veramente creativo e significante?

Joe Machine, 42 anni, è nato a Chatan nel Kent da una famiglia rom di ambulanti, ed è cresciuto per la strada, tra pub, quartieri malfamati, violenze quotidiane e brutture di ogni genere. L’arte, a suo dire, è stata la sua salvezza, la sola risorsa su cui ha potuto contare per uscire da questa immane miseria. Ma dove sfocia, sempre sul piano puramente estetico, questo ritorno da una lunga serie di devastanti stagioni all’Inferno?

La vera arte, anche quando si nutre di oscurità e abita le pieghe più nere dell’abisso, è arte solo nel momento in cui ti dona qualcosa di prezioso e ti coinvolge in un’esperienza spirituale che ti accresce e illumina. Se la realtà è orribile, non è detto che non vada rappresentata, ma se questa sua traduzione in disegni e colori non supera questa stessa realtà e non la rischiara nella sua tenebra demoniaca, l’arte si riduce a mera provocazione e a gusto perverso di scandalizzare, turbare, suscitare il malessere per il malessere, senza costituire un’esperienza emotiva, intellettuale e conoscitiva a misura dell’uomo. Di un uomo che vuole essere tale nella propria totalità, materia e spirito, oscurità ma anche luce, dolore infinito ma anche infinita possibilità di pienezza e di gioia. L’arte che rappresenta il male, il vizio, il dolore, la perdizione, dovrebbe far risuonare, nel cuore di chi la contempla, questa frase — piccola variazione dell’imperativo etico che il poeta Rainer Maria Rilke sentì levarsi da un antico torso di Apollo esposto al Louvre —: «Tu ‘non’ sei questo, tu devi cambiare la tua vita» (il “non” è una nostra aggiunta).

Purtroppo sembra che oggi, per affermarsi nel campo della cultura e dell’arte, sia necessario esibire patenti “criminose”, attestati di blasfemia, master in scurrilità, specializzazioni in turpiloquio e crediti formativi presso i “centri” più all’avanguardia nell’insegnare i più sottili e rivoluzionari modi di sfigurare le cose, di contraffarle, di portarle al di sotto di se stesse, di depotenziarle, di sporcarle e privarle di ogni dignità, valore e bellezza. Non sono certo favorevole ad un’arte ideologica, monumentale e celebrativa, robusta e piena nel carattere esplicito del suo messaggio e veicolo, più che di un senso universale e autentico, di una somma di interessi particolari e transeunti concertati a tavolino da chi sta nella stanza dei bottoni. Né mi riconosco in un’arte meramente decorativa, idilliaca e rasserenante, bucolica e a suo modo altrettanto falsa rispetto alla sua controparte oscura nel ritrarre finte verità la cui eccessiva dolcezza finisce per nauseare e infastidire. Né un abito brutto, sporco e lacero né un abito eccessivamente adorno di nastri, trine e merletti rende giustizia a colui o colei che lo indossa. Esiste una misura in tutte le cose, un equilibrio che coniuga l’alto con il basso, il dolore con la gioia, l’inverno con la primavera. L’arte, quella vera, è sinfonia che compone i più diversi livelli della vita e del cosmo, è sonda che scava nelle viscere della terra per far zampillare limpide verso l’alto falde acquifere che vengono dal profondo, è l’arcobaleno in cui brillano tutti i colori dopo il buio della tempesta, è il guizzo stesso del lampo accecante che balugina tra le livide e minacciose nubi della “Tempesta” di Giorgione. Credo che questo dipinto porti celato tra le pieghe del suo fascino arcano, immoto e misterioso, l’essenza più profonda dell’arte come è giusto intenderla oggi, dopo le tante “tempeste” della storia e della cultura che stanno dietro il nostro smarrito presente. Più di fiumi di inchiostro, di dibattiti, di tavole rotonde e di trattati interminabili, questo quadro è ad un tempo simbolo della luce spirituale e del divino che irrompono nelle tenebre della vita, allusione inquietante all’Oltre di tutte le cose e metafora del senso stesso dell’arte. Quel lampo che squarcia il buio è una grande e suggestiva raffigurazione del “sacro” nel senso che volle dargli Rudolf Otto: il sacro come Alterità radicale, come il Numinoso che è la divina potenza senza nome, contaminazione perturbante di fascinans — ciò che attrae e desta meraviglia — e tremendum — ciò che atterrisce e provoca un tremito profondo di tutto l’essere, sino alle fibre più intime. In questo senso la vera arte è sempre in relazione con il divino, con il numinoso, con lo spirito, con le sorgenti della rivelazione, della contemplazione e della mistica, anche quando racconta il male, il dolore, la miseria umana, purché tra le cortine spesse della notte brilli una folgore o solo un palpito impercettibile di luce.

Da questa crisi, che è letteralmente, come suggerisce l’etimologia della parola, una scissione o separazione degli elementi e delle forze che governano la vita, si può forse uscire ripensando l’arte come esperienza profonda e trasformante, da leggere in chiave spirituale, come un lungo viaggio dal tramonto all’aurora dell’anima. È necessario uscire dall’ignoranza, dall’immediatezza superficiale delle emozioni, dal torpore dell’intelligenza e dall’infiacchimento della capacità logica nel porsi domande e nel tentare delle risposte. La nostra millenaria cultura sta alle nostre spalle ma anche davanti a noi, come un orizzonte su cui orientare i passi del nostro futuro, sorta di volta stellata in cui delle costellazioni fisse rendono possibile la mobile navigazione del presente verso terre inesplorate. Ogni nuovo seme ha pur sempre bisogno di una terra ben preparata, arata e dissodata, per germinare, crescere e dare frutto.

Il mitico Prometeo — il cui nome è stato scelto per il “Prometheus Project” che fa da sfondo all’evento Joe Machine —, volle portare agli uomini il dono del fuoco che illumina e riscalda. Ma qui, tra i marinai sfatti di “Sailors”, così abbietti, gravati da corpi poderosi e cadenti che pesano loro addosso come il globo terreste, con tutte le colpe e i vizi dell’uomo, sulle spalle di Atlante, quale fuoco vediamo mai brillare e bruciare?

 



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