È bastato aspettare un anno perché la libertà religiosa diventasse «ipocrisia»

Non sono questioni teoriche, ma pratiche: chiedete lumi alle suore Usa che non pagano l’aborto alle dipendenti

Nel luglio 2015 pubblicammo la dissenting opinion del giudice John G. Roberts sul pronunciamento della Corte suprema statunitense a favore del riconoscimento del same-sex marriage. In uno dei paragrafi finali del suo monumentale discorso, Roberts notava che «la maggioranza [della Corte] prospetta che i credenti possano continuare a “difendere” e “insegnare” la loro visione del matrimonio. Il primo emendamento tuttavia tutela la libertà di “esercitare” la religione. Malauguratamente, la maggioranza non utilizza questa parola».

È passato poco più di un anno e, come vi abbiamo raccontato su tempi.it, solo qualche settimana fa un rapporto della Commissione americana sui diritti civili ha messo nero su bianco che «la “libertà religiosa” continuerà a essere un concetto “ipocrita” fino a quando “resterà un sinonimo di discriminazione, intolleranza, razzismo, sessismo, omofobia, islamofobia, supremazia cristiana e ogni altra forma di intolleranza”». Roberts era stato facile profeta nell’individuare in quel pronunciamento i germi che avrebbero inevitabilmente portato a una limitazione della libertà di chi, per motivi religiosi, si sarebbe opposto.

D’altronde è ovvio: se la verità non è quello che la realtà ci mostra come evidente e razionale, ma è ciò che è deciso dalla maggioranza, è inevitabile che chi non la accetta finisca per essere perseguitato. Con buona pace della libertà religiosa e della sua massima espressione, l’obiezione di coscienza. Non sono questioni teoriche, ma pratiche: chiedete lumi alle suore statunitensi che non vogliono pagare aborto e contraccettivi alle dipendenti delle loro attività. E non sono cose che accadano lontano da noi. L’America è a solo sei ore di volo.

di Emanuele Boffi

Fonte: http://www.tempi.it



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