Due grandi penne cattoliche: Guareschi

Riproponiamo un articolo su Giovannino Guareschi pubblicato su Vita Nuova nell’estate 2010 a firma di Fabio Trevisan che, alla recente Festa di Vita Nuova, ha presentato “Don Camillo e Padre Brown si incontrano a Trieste”.

Fabio Trevisan, veronese di San Benedetto di Lugana sul lago di Garda, sposato con Laura e papà di quattro ragazze, è un grande esperto di Chesterton e di Guareschi. E’ il fondatore dei “Circoli chestertoniani” e conferenziere molto apprezzato. Ha scritto: ”Uomo vivo con due gambe”, “Il pazzo e il re” e “Uomini d’allevamento”, adattamenti teatrali delle rispettive opere di Chesterton: “Uomovivo”, “Il Napoleone di Notting Hill”, “Eugenetica e altri mali” e: “Bentornato Don Camillo”, ispirato dal “Mondo piccolo” di Giovannino Guareschi.

Trevisan è collaboratore di Vita Nuova. Per noi ha scritto numerosi Approfondimenti su Guareschi e Chesterton, oltre ad altri temi. Cura quindicinalmente la rubrica “Ridendo s’impara” nella pagina di Divagazioni di Vita Nuova. Per Vita Nuova on line cura una curiosa rubrica dal titolo “Cantando si impara” nella quale riconsidera la storia della canzone italiana con occhi nuovi.

In occasione della Festa di Vita Nuova, venerdì 27 settembre, Trevisan ha presentato lo spettacolo “Don Camillo e Padre Brown si incontrano a Trieste”, una performance di parole, spezzoni di film, immagini e piccole drammatizzazioni incentrate sui due famosi personaggi, preti ambedue: il parroco di Brescello e il prete investigatore. 

Pubblichiamo qui un articolo scritto da Fabio Trevisan su Vita Nuova nell’estate del 2010.

GUARESCHI E MONDO PICCOLO

Giovannino Guareschi (1908-1968) è stato un disegnatore e scrittore italiano, le cui opere sono state tradotte e lette in tutto il mondo. La sua notorietà è dovuta soprattutto alla serie televisiva di Mondo piccolo attraverso le magistrali interpretazioni di Fernandel (Don Camillo) e Gino Cervi (il comunista Peppone). Nonostante il successo di pubblico, tanto che la serie televisiva dei film viene costantemente riproposta a distanza di cinquant’anni, Guareschi fu un personaggio scomodo e incompreso.
Cerchiamo ora di addentrarci ed analizzare il vissuto di questo grande scrittore emiliano, partendo dalla saga di Mondo piccolo con i suoi quasi trecentocinquanta racconti (più di duemila pagine pubblicate da Rizzoli in un cofanetto di tre volumi).
Innanzitutto Mondo piccolo va scritto con la M maiuscola e la p minuscola, come voleva l’Autore, in quanto quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino non rappresenta solo un’espressione geografica ma raccoglie l’esistenza e la tradizione di un popolo descritto nella sua preziosa umanità e nella sua caratteristica e talvolta irriverente ironia. La p minuscola attesta però l’umiltà di quella gente e la fedeltà dello stesso Guareschi a quella terra che gli ha dato i natali il 1° maggio del 1908.
Quel primo giorno di maggio ha una valenza particolare, in quanto a Fontanelle di Roccabianca in provincia di Parma, nello stabile in cui nacque Guareschi,  vi era al piano di sotto la sede di una cooperativa socialista e in quel giorno (Festa del lavoro) al tenero Giovannino che si affacciava sorridente alla vita, fu auspicata una carriera sindacale importante da Giovanni Faraboli, leader socialista, che ispirò successivamente a Guareschi la figura di Peppone. Non solo, essendo il Faraboli un omone ben strutturato, al Guareschi fu affidato il  nome di Giovannino (che non è un diminutivo, ma il suo vero nome di battesimo) per contrastarne l’imponente mole e, destino ha voluto, anche per porsi contro quell’ideologia nemica della verità cristiana che lo scrittore ha sempre combattuto.
Nel primo film della serie televisiva di Mondo piccolo, Peppone compare al balcone della sua casa tenendo gioioso fra le braccia il suo neonato: fu così l’incontro che lui ebbe e che gli fu ricordato con il Faraboli.
Leggendo quelle sue descrizioni fisiche dei personaggi, da Don Camillo a Peppone, da Don Francesco (detto Chichì) a Giacomone, da Don Gildo alla compagnia del Peppone, con i vari Brusco, Smilzo, il Nero, eccetera è rilevante la fisicità che traspare forte e precisa dalle sue pagine.
“Mani grandi come badili” adatte alla faticosa vita dei campi, “il pestare i piedi” tipico dell’irruenza e insieme della generosità degli uomini di quella terra ma anche i contrasti con quei caratteri forti, forgiati dalla fatica, riassunti soprattutto nella figura del progressista pretino Don Chichì, dalle mani esili, dal fisico gracile, dai tic nervosi  e intellettuali.
Anche la figura centrale del Cristo, che è l’autentico protagonista di Mondo piccolo, assume una maestosità cospicua nella descrizione del Guareschi; alto più di tre metri, con una voce autoritaria e solenne, resa dal grande attore dell’epoca Ruggero Ruggeri, viene issato sulle spalle da Don Camillo e portato, sotto una tempesta di neve, a Monterone, cioè nel luogo dove era stato confinato. Un’autentica Via Crucis che Don Camillo compie sotto gli occhi allibiti di Peppone e che è stata ben resa cinematograficamente da Jules Duvivier, regista dei primi due film della serie. Con Duvivier arriviamo così al nodo cruciale dell’incomprensione dell’opera guareschiana. Perché un regista francese e non un italiano?
Vittorio De Sica rifiutò sdegnato di mettere in scena l’opera di un “fascista reazionario” come Guareschi e così altri noti registi italiani non vollero cimentarsi nell’impresa. Lo squallore di questa povera piccola Italia raggiunse l’apice nel 1963, quando a Guareschi e a Pier Paolo Pasolini fu commissionata un’opera cinematografica (“La rabbia”), che avrebbe dovuto analizzare i sentimenti rivoluzionari, le mode, le passioni che stavano caratterizzando l’Italia e il mondo intero di quei primi anni Sessanta. Nonostante che da sinistra, assieme a Pasolini, avessero lavorato personaggi famosi come Giorgio Bassani e Renato Guttuso, l’analisi di Giovannino Guareschi risultò vincente rispetto a quella ideologica e datata fatta da Pasolini.
Se ne accorse subito l’intellighenzia di sinistra, in particolare Alberto Moravia, che reputò l’esperimento mal riuscito e quindi da boicottare. Ancora un paio d’anni fa, l’allora presidente della Biennale di Venezia, il regista Giuseppe Bertolucci, proibì che fosse vista “La rabbia” nella versione di Guareschi.
Perché tanta veemenza e tanto odio ha suscitato un autore così popolare e divertente come Giovannino Guareschi? Quando morì, l’Unità commentò: “Oggi è morto uno scrittore che non è mai nato” e nei comizi politici, l’allora leader del Pci Palmiro Togliatti lo apostrofava come “idiota”.
Nel settimanale “Candido”, Guareschi scriveva e documentava in tempo quasi reale l’eccidio delle foibe (dopo cinquant’anni riscoperte dalla storiografia ufficiale), l’ammazzamento di sacerdoti come Don Pessina o di altri uomini nel territorio italiano, il Messico d’Italia come lui lo chiamava, rammentando le persecuzioni subite non solo da quel popolo latino-americano negli anni ’20.
Si scagliava contro tutte le menzogne ideologiche e compromissorie, imputando anche alla Democrazia Cristiana ed al suo leader, Alcide De Gasperi, di aver tradito lo spirito anticomunista ricevuto dagli italiani il 18 aprile 1948. Egli fu, assieme ai Comitati Civici di Luigi Gedda, un artefice di quella storica vittoria, attraverso alcuni slogan e manifesti pubblicitari intelligenti ed accattivanti tipo: “Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.
Lasciando ora la polemica politica, dobbiamo considerare un altro importante tema poco conosciuto dello scrittore cattolico parmense: la famiglia. Già nell’età anteguerra, quando scriveva nella rivista “Bertoldo” si era occupato della famiglia, dell’educazione dei figli, della giusta autorità, della scuola.
Successivamente, soprattutto con opere come “Lo Zibaldino”, il “Corrierino delle famiglie” e la postuma “Vita con Giò” tratterà di tutti gli aspetti di una famiglia ordinaria, la sua, composta dalla moglie Ennia (Margherita nei racconti) e dai figli Albertino e Carlotta (La Pasionaria). Parlando della sua famiglia intendeva parlare di tutte le famiglie italiane.
Rifuggendo da inutili orpelli linguistici, Guareschi ci ha presentato un affresco familiare piacevole con temi di grandissima e sconcertante attualità (il consumismo, le mode, la musica rock, il ruolo dei genitori, i diritti e doveri dei figli, la coscienza). Ad esempio l’emancipazione femminile viene tratteggiata attraverso la figura inventata della domestica Gio’ riuscendo a coniugare ironia a penetranti e talvolta amare riflessioni. Non solo, nel 1967 Guareschi scrisse un racconto scomodo su un figlio non nato (abortito) che va dal giudice a pretendere rispetto e amore per la vita.
Nei suoi scritti traspare sempre in modo chiaro, attraverso l’umanità dei personaggi, la sua umanità, la sua caparbietà e la sua ostinata coerenza (“Non muoio neanche se mi ammazzano”).
Uno scrittore da leggere per riscoprire ed amare. Segnalo, per approfondire il suo pensiero, le opere di Alessandro Gnocchi (anche con Mario Palmaro) fra i critici ed interpreti più acuti dell’opera guareschiana. Simpatica la raccolta “Il Breviario di Don Camillo” di don Alessandro Pronzato.
Gli scritti di Guareschi ci testimoniano come la verità, il coraggio, la famiglia, Dio debbono ritornare nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie. Mi permetto un consiglio: lasciamo i suoi libri liberamente vagare nelle nostre case a portata di figli; li vedremo leggere divertiti ed appassionati sapendoli intrattenuti da una letteratura sana e soprattutto vera.
Ce ne è un assoluto bisogno.

 



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