Dove sta andando la poesia?

Il nostro quotidiano locale due settimane fa ha dato notevole rilievo ad un incontro con il poeta irlandese Michael Longley presso la “Trieste Joyce School”. La lettura dell’intervista rilasciata dal “poeta” mi ha ispirato una serie di riflessioni sull’essenza della poesia e sulla sua banalizzazione e volgarizzazione ai giorni nostri. Non voglio qui proporre a […]

Il nostro quotidiano locale due settimane fa ha dato notevole rilievo ad un incontro con il poeta irlandese Michael Longley presso la “Trieste Joyce School”. La lettura dell’intervista rilasciata dal “poeta” mi ha ispirato una serie di riflessioni sull’essenza della poesia e sulla sua banalizzazione e volgarizzazione ai giorni nostri. Non voglio qui proporre a modello né una concezione aulica del poetare né un’immagine romantica del poeta come vate dalla fronte pallida e dallo sguardo languidamente perduto oltre l’orizzonte.

La poesia, colta nel suo sorgere, non può essere classificata né catalogata: il suo essere, anteriore ad ogni espressione e quindi ad ogni forma, proprio in questo suo puro “essere” non si può associare ad alcun attributo – accademica, sublime, tragica o bassa, volgare, popolare, etc. Questa visione della poesia è una conquista dell’estetica moderna, calibrata sulla rivoluzione linguistica operata dai simbolisti prima e dagli ermetici poi. Quindi va presa comunque come una categoria temporale, nata tra il 1800 e il 1900.

La poesia — anche nella sua etimologia che rimanda al “fare”, al “creare” inteso come atto che porta alla luce la sostanza più intima delle cose —, prima di ogni cosa “è”: non esiste semplicemente, ma prima di esistere in qualsiasi forma è purissima essenza, ontologia assoluta, vibrazione primigenia dello spirito e intimo respiro del cuore sacro della vita. Se si vuole parlare dell’esistenza in tutte le sue manifestazioni concrete si scrive un trattato, un saggio, un romanzo, o qualsiasi altro genere di opera in prosa. Persino gli scritti in versi che raccontano storie e “narrano” i sentimenti e le emozioni degli uomini non sono propriamente “poesia”. I grandi poemi omerici, ad esempio, si sottraggono a questa definizione moderna della “poesia”: essi possiedono sicuramente dei nuclei di autentico e puro lirismo, ma nel loro insieme sono una narrazione in versi, come si comprende bene dall’aggettivo “epico” associato al sostantivo “poema” (pensiamo al lungo catalogo delle navi greche in partenza per la guerra di Troia o alle tante descrizioni di scontri e duelli tra nemici). Anche un romanzo può rivelare al suo interno degli inattesi sprazzi di poesia, simili a una scia luccicante di pulviscolo dorato.

Questa esperienza pura della poesia ha accompagnato l’uomo dall’antichità ad oggi, ma mentre in passato essa è stata vissuta in modo più irriflesso, solo con la grande stagione della poesia romantica e decadente e soprattutto con la lettura della poesia di Hölderlin operata dal filosofo Heidegger e con il parallelo recupero della poesia come linguaggio del sacro in Romano Guardini, questa esperienza è divenuta motivo di riflessione e di ricerca. Il concetto di “poesia” e di “poeta” ha così assunto una configurazione radicalmente nuova che ha rovesciato tutti i canoni del passato.

Se partiamo da qui, da una concezione della poesia come linguaggio dell’essere e come fondo da cui emerge l’essenza delle cose — la luce aurorale in cui esse trascorrono dall’essere al divenire e dal divenire all’essere rivelando la propria origine divina e insieme la propria finitezza —, le risposte date dal poeta Longley all’intervistatore del nostro quotidiano fanno spontaneamente sorgere in noi queste domande: “Ma dove è finita la poesia? Di che cosa stiamo parlando usandone tanto a sproposito il nome?”. È poesia un bollettino di guerra, un resoconto di tensioni nazionalistiche esasperate, di particolarismi politici e di esperienze concentrate su quella sfera dell’umano che il filosofo e storico russo Michail Bachtin chiamava “il basso materiale corporeo”? Al poeta irlandese, a cui bisogna certo riconoscere un uso spregiudicato dei bei modelli propri all’epica antica, interessano molto le cose di questo mondo, soprattutto le dinamiche più fisiologiche della vita. Queste ultime infatti, per sua stessa ammissione, lo divertono (e le parole usate per fare degli esempi, per ragioni di decenza, non si possono qui riportare). In sintesi lo diverte proprio la frattura tra la grandezza e nobiltà dell’uomo e le sue miserie e bassezze. Forse sarebbe meglio che scrivesse un nuovo “Gargantua e Pantagruel”! Ma la poesia, quella vera, e la vocazione del poeta… questa è tutta un’altra storia!



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