“Dove sono io, lì c’è la Germania”

“Là dove sono io, lì c’è la Germania”, a proposito di Thomas Mann e Pio XII   “Wo ich bin, ist Deutschland”. Tradotto: ‘Là dove sono io, lì c’è la Germania’. Fu Thomas Mann a dirlo, al suo arrivo come esule negli Stati Uniti, nel 1938. Ora, chi conosce qualcosa dell’egocentrica personalità del premio Nobel […]

“Là dove sono io, lì c’è la Germania”, a proposito di Thomas Mann e Pio XII

 

Wo ich bin, ist Deutschland”. Tradotto: ‘Là dove sono io, lì c’è la Germania’. Fu Thomas Mann a dirlo, al suo arrivo come esule negli Stati Uniti, nel 1938. Ora, chi conosce qualcosa dell’egocentrica personalità del premio Nobel per la letteratura nel 1929 non si sorprenderà dell’affermazione. Come si dice in questi casi, Mann era il tipo di persona che se mai avesse incontrato per strada la personificazione dell’umiltà non l’avrebbe salutata perché si trattava di una cosa a lui del tutto estranea, mai vista prima. Gli artisti sono sempre un po’ irrequieti ma arrivare a simili livelli di narcisismo, ne converrete, è piuttosto raro. Eppure, stavolta vogliamo sorprendervi anche noi. Infatti, per una volta vogliamo fare gli avvocati difensori di Mann e dire che lo comprendiamo perfettamente. Anzi: se c’era qualcuno che al tempo avrebbe potuto dire una cosa del genere in Germania questi era proprio Thomas Mann. E non per il premio Nobel. Il conferimento del Nobel (che allora era una cosa seria) fu nient’altro che il riconoscimento ufficiale da parte della più ristretta comunità dotta internazionale del fatto che lo scrittore era dotato di un talento mondiale straordinario. Il bello è che lo sapeva perfettamente. Saggista, romanziere, critico e drammaturgo poliglotta, conoscitore insuperato della mitologia nordica, della più fine musica europea e della storia patria delle lettere, nato da madre cattolica ma cresciuto nel luteranesimo, il mondo interiore di Mann era un atlante itinerante dello spirito. Lo sapeva lui e lo sapeva chi lo ascoltava. Quando pronunciò quella frase sconvolgente aveva già pubblicato la saga dei Buddenbrooks e La montagna incantata. Non era ancora stato proposto come Presidente della Repubblica ma la sua fama era abbondantemente universale. Dava lectio magistralis per gli atenei d’Europa come noccioline passando dal Medioevo di Hartmann von Aue e Wolfram von Eschenbach al romanticismo wagneriano e sapeva che il suo nome sarebbe entrato nelle enciclopedie di domani: era solo questione di tempo. Insomma, se volete, era un’autentica faccia da schiaffi. D’altra parte, se un Dante o un Manzoni illo tempore avessero detto la stessa cosa di se stessi paragonandosi all’Italia chi mai avrebbe osato ribattergli qualcosa? Anzi, forse da italiani ci avrebbe fatto anche piacere che un genio assoluto di quel tipo legasse i suoi talenti all’italianità. Il fatto che oggi milioni di studenti liceali tedeschi siano ancora chiamati a confrontarsi annualmente con lui, rendendogli l’ennesimo tributo alla memoria, non fa che confermare ulteriormente quello che egli diceva di sé stesso e del suo ego smisurato con disinvolta e stupefacente arroganza. Piazze, strade, scuole, musei, biblioteche, premi artistici, borse di studio, francobolli: ancora oggi il nome e il volto di Mann tappezzano da Est a Ovest la fisionomia della Germania ovunque. Come dargli torto?

E, ovviamente, non solo nel suo Paese. Traduzioni e rielaborazioni teatrali delle sue opere, adattamenti, messinscene, trasposizioni cinematografiche e documentari televisivi si susseguono dentro e fuori i confini nazionali senza soluzione di continuità. Quello che invece non si conosce, o si conosce meno, è che ci fu almeno una persona che riuscì a riportarlo sulla terra, al normale livello dei comuni mortali: Papa Pio XII, che lo ricevette a Roma in udienza nel 1953. Lo scrittore ricordò così quell’incontro: “Il non-credente ed erede della cultura protestante piegò senza alcuna difficoltà interiore il ginocchio davanti a Pio XII e baciò l’anello del Pescatore, poiché non era ad un uomo e ad un uomo politico che io mi genuflettevo, bensì ad un idolo candido, il quale, circondato dal più austero cerimoniale sacro e aulico, impersonava con mitezza un poco sofferente due millenni di storia occidentale”. Ipse dixit. Come si vede, Mann qui parla apertamente da non credente, sebbene si definisca un ‘erede della cultura protestante’. Ciononostante, nemmeno lui può fare a meno di constatare – con una certa tradita e malcelata ammirazione – che di fronte in quel momento ci sono duemila anni di storia occidentale e che di quest’Occidente fa parte a pieno titolo anche la ‘sua’ Germania luterana. L’episodio in sé è obiettivamente straordinario (per completarlo andrebbe aggiunto che Pio XII parlava perfettamente in tedesco, essendo stato Nunzio in Germania a suo tempo sotto Pio XI) anche se oggi non è molto amato né rievocato, né dagli estimatori di Mann né dagli storici cattolici contemporanei. I primi vi vedono rappresentato il lato più conservatore e schiettamente reazionario dello scrittore che cercano invano di rimuovere in ogni modo per la solita mania politicamente corretta di aggiustarsi da soli le cose che non piacciono. I secondi, che in generale non nutrono molte simpatie per Pacelli, non sopportano il linguaggio quasi sacrale adoperato da un non credente verso il Papato – pietra di scandalo di ogni irenismo – e quel riferimento esplicito alla storia dell’Occidente. Morale della favola: cancelliamo tutto e facciamo finta che nulla sia mai avvenuto. Da parte nostra invece crediamo che rievocare il senso di quello storico incontro farebbe bene sia alla Germania di oggi che agli intellettuali europei. Tra cui, così a occhio, non ci pare di scorgere nessuno che valga anche solo la metà di Mann. Aspettiamo di essere smentiti ma all’orizzonte francamente vediamo molta noia, tanta banalità, volgarità a iosa e poco altro. Anche perché se qualcuno volesse davvero confrontarsi con lui osserviamo che dovrebbe pure considerare seriamente, oltre ai lavori più noti e commerciali, una tetralogia grandiosa come Giuseppe e i suoi fratelli, l’opera monumentale sul Patriarca ispirata alla seconda parte del libro della Genesi che tenne impegnato lo scrittore per quasi vent’anni. Vent’anni e quattro romanzi su un estratto del primo libro biblico, per la precisione.

A leggerlo e rileggerlo, meditarlo e rimeditarlo, commentarlo e interpretarlo, giorno e notte. Da non credente. Si può amarlo o odiarlo, ma alla fine è anche per questo che il suo nome rimarrà per sempre tra i grandi e quella frase clamorosa (pronunciata anche, ovviamente, come atto di opposizione diretta alla Germania hitleriana e a quello che allora rappresentava nel mondo) non ci appare poi così iperbolica. Siamo seri: quanti altri spiriti laici di questa stazza conoscete che hanno passato vent’anni della loro vita sulle righe di un libro della Bibbia?



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