Dottrina sociale, ragioni per non cedere alla secolarizzazione e dare una speranza alla politica

Uno scritto da mons. Giampaolo Crepaldi che può essere utilizzato come introduzione al Corso on line di dottrina sociale della Chiesa che egli terrà dal prossimo 1 giugno. Istruzioni per partecipare. 

Ridare alla Dottrina sociale della Chiesa il suo ruolo di guida nella società e la sua dignità di esistenza nell’insegnamento del Magistero. E’ uno degli intenti che si prefigge la scuola di dottrina sociale on line tenuta dall’Arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi che la Nuova BQ ospita in collaborazione con l’Osservatorio Van Thuan. Il corso, le cui iscrizioni sono ancora aperte, inizierà il 1 giugno ed attualmente vede iscritte già 200 persone. Un numero sorprendente che ci conferma della necessità di questa iniziativa. Ecco qui di seguito un testo scritto da mons. Giampaolo Crepaldi che può essere utilizzato come introduzione al corso. 

La pastorale sociale ha ancora bisogno della Dottrina sociale della Chiesa e, se sì, come deve essere intesa quest’ultima? La storia della pastorale sociale in Italia ci indica che, dopo il Concilio essa venne ripresa proprio alla luce dalla Dottrina sociale della Chiesa e in stretta relazione con essa. La cosa non fu subito evidente con Paolo VI, ma certamente non per presunte flessioni di quel pontefice su questo argomento. Opportunamente la Caritas in veritate di Benedetto XVI, nel commemorare la Populorum progressio di Paolo VI, respinge la vulgata di un papa incerto sul rapporto Chiesa mondo e sulla validità della Dottrina sociale della Chiesa.

Nei pontefici seguenti la ripresa fu più evidente, da quando Giovanni Paolo II fugò ogni dubbio residuo sulla importanza della Dottrina sociale della Chiesa partecipando, appena eletto papa, alla conferenza del Celam a Puebla. Da allora la pastorale sociale fu sempre intesa come complementare alla Dottrina sociale della Chiesa in base a tre elementi irrinunciabili. Il primo è che la Dottrina sociale è “della Chiesa”, ossia tutti i soggetti ecclesiali ne devono essere protagonisti in quanto essa appartiene alla missione stessa della Chiesa. Il secondo è che la Dottrina sociale va intesa come un corpus dottrinale organico che illumina e guida la vita-azione ecclesiale. Il terzo è che la Dottrina sociale della Chiesa è strumento di evangelizzazione, essa è quindi rivolta al mondo per la salvezza del mondo, il quale ha bisogno di giustizia e di pace ma non sa darsele da sé.

Questo quadro di considerazioni aveva ispirato nel 1991 la redazione del Direttorio di pastorale sociale della Conferenza episcopale italiana “Evangelizzare il sociale”. Si trattò di un passaggio importante perché in esso si indicavano il cosa, il chi e il come della pastorale sociale. In esso il legame strutturale della pastorale sociale con la Dottrina sociale della Chiesa era espresso con grande chiarezza. La prassi pastorale doveva essere illuminata dalla Dottrina sociale, che non andava vista solo come un “insegnamento” o come un “discorso” sociale della Chiesa, ma come corpus, soggetto certo ai cambiamenti per taluni suoi aspetti, ma anche fedele alla propria tradizione nella tradizione della Chiesa per altri e fondamentali. Se la pastorale sociale aveva bisogno della Dottrina sociale e se questa doveva essere conosciuta e incarnata da tutti i soggetti ecclesiali, anche se in modo particolare dai laici, allora la questione formativa si poneva come centrale. E su questo fronte la Chiesa italiana ha impiegato molte risorse.

Ci sono state le esperienze delle Scuola di Formazione sociale e politica, quelle delle Settimane sociali dai cattolici italiani, quelle dei Tavoli di approfondimento per i cattolici impegnati in politica, quello dei Momenti di spiritualità per i cattolici impegnati in politica. Il collante di tutte queste esperienze doveva essere proprio l’orizzonte culturale della Dottrina sociale della Chiesa, con la necessità di una diffusa e organica formazione, anche di base.

Questo disegno ha incontrato anche delle difficoltà. Il processo di secolarizzazione si è fatto nel frattempo più acuto, i linguaggi sociali si sono ulteriormente frammentati e i comportamenti dissonanti rispetto alla morale tradizionale sono aumentati. Il pluralismo si è diffuso anche dentro la Chiesa, ove taluni hanno messo in questione l’esistenza del diritto naturale e della legge morale naturale come una delle fonti della Dottrina sociale della Chiesa. Il rapporto tra ragione e fede si è allentato e sono nati molti dubbi sulle caratteristiche del ruolo pubblico della Chiesa. E’ nato un concetto di laicità come neutralità, e quindi indifferenza, da ogni religione. La politica ha rifiutato di misurarsi con la verità della religione, allontanandosi così anche dalla verità della politica. L’idea di una continuità, nella vita del credente, tra la propria fede e la propria presenza pubblica si è molto indebolita, nonostante i molti richiami del Magistero.

Per tutti questi motivi, ed altri che qui non posso richiamare, l’utilizzo organico nella pastorale sociale della Dottrina sociale della Chiesa procede con difficoltà. Certamente non lo aiuta un quadro teologico refrattario ad ammettere una funzione pubblica di purificazione della vita sociale e politica da parte della religione cattolica e della Chiesa. Se la secolarizzazione viene accettata senza discussione e fino alle sue estreme conseguenze, per la Dottrina sociale non c’è più posto.

Il pericolo è che alla frammentazione sociale attuale venga risposto con una frammentazione anche della Dottrina sociale della Chiesa o con un suo indebolimento pastoralistico. Non si può rinunciare al nesso tra pastorale sociale e Dottrina sociale della Chiesa, altrimenti si finisce per garantire sì una presenza ma non la sua qualità. Non si può nemmeno rinunciare a dare alla Dottrina sociale una dimensione completamente ecclesiale, propria cioè, anche se in modo diversificato secondo i carismi, di tutte le componenti della Chiesa.

Non si può nemmeno rinunciare a mantenere la ragione naturale come una delle fonti della Dottrina sociale, altrimenti viene perduto il nesso tra ragione e fede. L’attuale situazione però ci impone di prendere atto che la pastorale sociale del futuro sarà dal basso, mancando le condizioni per una pianificazione dal centro. Si tratta di alimentare con una formazione veramente ecclesiale, quindi non ristretta e particolaristica, delle comunità creative impegnate a fronteggiare le nuove sfide della pubblica piazza con riferimento alla dottrina e alla tradizione viva della Chiesa. E’ tempo di riproporre la Dottrina sociale della Chiesa nella sua integralità e continuità, inserita nella dottrina e nella vita della Chiesa, ma partendo, mettendole in rete, dalle piccole comunità cristiane.

+ Giampaolo Crepaldi



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