Dopo il LoveIsLove c’è il netloving. Ecco il poliamore, la polifamiglia e la polifedeltà

Aumentano i casi di unioni “poliaffettive”, teorizzate da Jacques Attali e rilanciate dal Gay Pride. Cosa sono e cosa c’è in ballo

«A Diogene fu chiesto quale sia il tempo opportuno per sposarsi. La sua risposta fu questa: “Quando si è giovani non ancora, quando si è vecchi mai più”»: questo aneddoto biografico racconta Diogene Laearzio intorno alla figura e al pensiero del filosofo cinico Diogene di Sinope per il quale il matrimonio è in sostanza qualcosa da evitare.

Non si può non concordare con il filosofo sinopita alla luce di ciò che sta avvenendo in questi anni, cioè lo scempio dell’istituto giuridico del matrimonio, sottoposto a stiramenti e compressioni di ogni tipo solo per soddisfare le esigenze e i desideri di alcuni, distorcendo la natura stessa del diritto in sé e per sé considerato, non più espressione di razionalità, ma di volontà assoluta: non ratio, sed voluntas facit legem!

Lo si era già intuito lo scorso marzo allorquando dalla Thailandia si è saputo che tre uomini hanno deciso di sposarsi tutti insieme, o ancora quando, più recentemente, in Canada una coppia omosessuale ha deciso di divorziare per fare entrare un terzo elemento e creare tutti insieme una famiglia con tanto di prole ricorrendo al prestito d’utero della sorella di uno dei tre.

Così, non dovrebbe suscitare meraviglia la notizia che adesso giunge dal Brasile, cioè che un notaio ha regolarizzato una “unione poliaffettiva” tra tre donne.

Alla base di tutte le suddette richieste c’è la pretesa di riconoscere e tutelare la relazione d’amore tra le persone coinvolte, ignorando la non trascurabile circostanza per cui l’amore, come del resto l’odio o l’amicizia, non è un bene giuridicamente rilevante e tutelabile.

La questione, tuttavia è molto più complicata della “semplice” legalizzazione della poligamia, poiché qui si tratta di qualcosa di nuovo, cioè di poliamore.

Mentre la poligamia o la poliandria, infatti, rappresentano un rapporto matrimoniale rispettivamente tra un uomo e più mogli, ma pur sempre bilaterale, cioè dell’uomo da solo con ciascuna moglie, e tra una donna e più mariti, cioè della donna da sola con ciascun marito, il poliamore introduce una variabile ulteriore, plurilaterale, cioè la relazione matrimoniale e legale anche tra tutte le mogli o i mariti fra loro.

L’idea non è certo del notaio brasiliano, ma si può ascrivere al noto sociologo e finanziere internazionale Jacques Attali, il quale, nel tempo libero, scrive opere sull’amore e congegna meccanismi simili. Scrive, infatti, spiegando il meccanismo e il funzionamento del poliamore: «Un giorno il sentimento amoroso potrà essere talmente intenso da implicare più persone alla volta […]. Nascerà così una nuova tipologia di relazioni che sarà meglio denominare netloving, in analogia con networking: uomini e donne potranno avere relazioni sentimentali e/o sessuali simultanee, trasparenti e contrattuali con più persone che avranno a loro volta partner multipli. A seconda delle situazioni giuridiche verranno distinte diverse forme di netloving: il poliamore, in cui ciascuno potrà avere più partner sessuali distinti; la polifamiglia, in cui ciascuno apparterrà a più famiglie; la polifedeltà, in cui ciascuno sarà fedele a tutti i membri di un gruppo dalle sessualità multiple».

La questione è ben più che mera teoresi strampalata o ipotesi utopistica, come, tra i tanti esempi citabili, testimonia il documento politico del gay pride di Roma dello scorso giugno 2015 in cui, per la prima volta (rispetto ai precedenti simili eventi), gli organizzatori, oltre l’omoconiugalità e l’omogenitorialità, al punto 6 delle loro pretese, rivendicano, appunto, «il riconoscimento dei poliamori e delle diverse forme di affettività e di relazione che ciascuna e ciascuno di noi ha scelto liberamente».

Questo è ciò che accade allorquando si pretende di mettere da parte le ragioni e la natura del diritto per tentare di legalizzare i desideri e le esigenze che di volta in volta si vengono a manifestare nei singoli o in alcuni gruppi più o meno organizzati e più o meno influenti.

Alla base di tutto vi sono due sostanziali equivoci, uno più grave dell’altro.

Il primo, che la famiglia non abbia una sua essenza ed una sua propria giuridicità costitutiva, così da poter considerare famiglia tutto ciò che nel corso del tempo si auto-propone come tale.

Il secondo, che il diritto non sia qualcosa di universale e di afferente alla natura razionale dell’uomo, ma (idea al cui orizzonte si stagliano pericolosamente tutti gli ordinamenti degli Stati totalitari) che il diritto sia qualcosa di particolare, anzi, un mero strumento, il mezzo con cui legalizzare e rendere lecito ogni capriccio dell’essere umano.

Battersi contro simili distorsioni, dunque, non è né una battaglia ideologica o confessionale, né mero pregiudizio omofobico, ma semplice difesa della natura delle cose e soprattutto del diritto, tenendo ben a mente la lezione di un padre della civiltà giuridica occidentale come Cicerone che, tra i tanti possibili esempi citabili in tal senso, ha avuto modo di insegnarci «che non su una convenzione, ma sulla natura è fondato il diritto».

di Aldo Vitale

Fonte: http://www.tempi.it



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