Dopo gli europei di calcio: lo stadio e la nuova evangelizzazione

Anche il cristiano è un atleta che si allena, pazienta con metodo, fa della vita una palestra e combatte per vincere.

In una recente conversazione pubblica sulla Dottrina sociale della Chiesa insieme al nostro Vescovo, monsignor Franjo Topic, presidente della storica associazione Napredak Sarajevo, ha detto che gli stadi di calcio dovrebbero diventare i luoghi privilegiati della nuova evangelizzazione. Se la cosa vi appare bizzarra, o strana, basta guardare a quanto sta accadendo in questi giorni in Germania, dopo l’eliminazione dai campionati europei di calcio della nazionale dei ‘Panzer’, per avere un’idea di cosa Topic intendesse. Le critiche a cui è stata sottoposta in Patria la Merkel negli ultimi mesi sono nulla se paragonate a quelle accumulate nel giro di un paio di giorni dal commissario tecnico Joachim Lőw che è stato letteralmente massacrato da sinistra, destra e centro, per una volta tutti d’accordo sull’obiettivo da colpire.

Come accade anche in Italia, ma con molta più enfasi, 80 milioni di tedeschi chiedono in queste ore la testa dell’allenatore colpevole di una serie di sbagli imperdonabili: anzitutto essere andato in Francia senza attaccanti, a parte Gomez, con il risultato che una volta andato k.o. il centravanti di riferimento la squadra è rimasta praticamente senza idee davanti nonostante l’altissimo tasso tecnico del collettivo, poi l’aver sbagliato clamorosamente la preparazione atletica perché non si è mai vista a quei livelli una nazionale che colleziona a ogni partita almeno un infortunio, poi l’aver sbagliato modulo di gioco facendo giocare terzini due giocatori di talento di centrocampo spostando clamorosamente indietro il baricentro della squadra, poi l’indecisione nei cambi da fare nei momenti più importanti, soprattutto nella gara decisiva con la Francia dove ha perso troppo tempo e poi, poi, poi…beh, la lista è infinita sui giornali tedeschi.

Davvero, in eventi sportivi come gli europei di calcio si vede bene come poche altre volte che la vera passione di massa che entusiasma, unisce, divide e accende gli animi non è certo la politica ma il calcio (per la cronaca tra maschi e femmine, adulti e giovani, gli iscritti professionisti alla federcalcio tedesca oggi sono oltre sei milioni). Intendiamoci, la cosa se contenuta non è certo un male, anzi, lo sport è quanto di più sano, e a misura d’uomo, possa esistere come necessario svago fisico e psicologico insieme. Il fatto è che, per tornare a monsignor Topic e alle cose nostre, la concorrenza alle chiese la Domenica almeno in Europa la fanno ormai davvero gli stadi per cui qualcosa prima o poi bisognerà inventarsi.

In effetti, il legame tra sport e fede resta tutto sommato poco indagato in generale, nonostante il fatto che la teologia paolina – ad esempio – presti diversi riferimenti di tono agonistico alla vita cristiana, il cui fedele, a partire dallo stesso Apostolo delle Genti, viene descritto come un atleta che combatte per vincere una battaglia e portare a termine una corsa (vedi l’epistola ai Romani).

Ma a ben vedere, la stessa concezione della vita cristiana come ‘militanza’ risente chiaramente di accenti di tipo agonistico, se non proprio sportivo, richiedendo all’anima un allenamento esigente, una disciplina metodica e una palestra quotidiana, come il fisico di un atleta professionista che gareggia per vincere.

Bisognerebbe forse approfondire maggiormente e trovare un qualche legame tra le due cose. Ci viene in mente tra l’altro a questo proposito che diversi calciatori, e tra questi molti campioni, sono soliti farsi il segno della croce poco prima di entrare in campo, o all’uscita o anche dopo un gol, chiedendo la benedizione del Cielo sulla propria prestazione o ringraziandoLo per la vittoria. Ora, se la cosa esprime un sentimento reale e una fede sincera, e non un narcisistico ‘farsi vedere’ o peggio un gesto di mera ritualità formale, nulla di cui meravigliarsi: dopotutto un atleta professionista vive del suo lavoro per cui è naturale che – come fanno altre persone, in altri campi – chieda la benedizione di Dio prima di gareggiare, a maggior ragione in competizioni a cui parteciperà solo una o due volte nella vita e da cui dipenderà magari il futuro della sua carriera. Dal punto di vista educativo, anzi, vedere un campione che dichiara così pubblicamente la sua fede ha un impatto che sulle giovani generazioni come immagine possiedono forse solo il Papa e pochissimi altri. Milioni e milioni sono i ragazzi che ovunque nel mondo sognano un giorno di diventare un campione del pallone e mentre sognano guardano notte e giorno senza soluzione di continuità ai campioni di oggi (che siano Mőller e Schweinsteiger in Germania, Ronaldo in Portogallo o Buffon da noi). Per questo, anche se a qualcuno non piacerà, un gesto semplice come il segnarsi in diretta tv davanti a milioni di tifosi può avere un impatto realmente mondiale: con un semplice gesto persino il campione milionario confessa che le sue capacità eccezionali non sono in realtà sue ma frutto di quel talento ricevuto gratuitamente in dono da un Altro a cui ora, ancora una volta, chiede ancora aiuto perché neanche lui con tutti i suoi muscoli, la sua forza e la sua tecnica si è fatto da solo. Certo, come detto bisogna che la cosa sia espressione reale di una fede vera e che sia seguita e sostenuta da una vita anche di preghiera consapevole, di sacramenti e di testimonianza morale coerente. Allora sì che si può parlare di campioni a tutto tondo, nello sport e anche nella vita, perché – citando qui Benedetto XVI – come fedeli della Chiesa si è nella squadra vittoriosa”, quella guidata dal Signore, Colui che ha già vinto il mondo e, con esso sconfitto il male, la carne e il demonio, nella battaglia più importante che si sia mai svolta sulla faccia della terra.



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