Don Nicola Bux: riportare Dio al centro della liturgia

di Lorenzo Bertocchi (www.lanuovabq.it) Ha recentemente dato alle stampe un libro con Batman e Wonder Woman in copertina, anche se il titolo sembra alludere ad altro: “Con i sacramenti non si scherza” (Ed. Cantagalli). Don Nicola Bux, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI, ancora consultore della Congregazione per il Culto Divino e […]

di Lorenzo Bertocchi (www.lanuovabq.it)

Ha recentemente dato alle stampe un libro con Batman e Wonder Woman in copertina, anche se il titolo sembra alludere ad altro: “Con i sacramenti non si scherza” (Ed. Cantagalli). Don Nicola Bux, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI, ancora consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, professore di Liturgia Orientale e Teologia Sacramentaria nella Facoltà Teologica Pugliese, può essere considerato un conoscitore di quella “riforma della riforma” liturgica di cui si è parlato nel recente intervento del cardinale Robert Sarah al convegno Sacra liturgia di Londra (clicca qui). Il Prefetto della congregazione vaticana per il Culto Divino ha affermato che occorrerebbe tornare «al più presto possibile» ad un orientamento comune tra sacerdote e fedeli nella celebrazione liturgica, e poi ha detto che Papa Francesco gli ha chiesto di studiare la “riforma della riforma” liturgica promossa da Benedetto XVI.

Don Bux cos’è questa richiesta che ha fatto il cardinale Sarah di volgersi tutti ad orientem?
Il Messale romano, al n.262 dell’Ordinamento Generale, prevede che la celebrazione “verso il popolo” sia possibile, ma non esclude affatto che si possa celebrare versus Deum o ad Orientem. Oriente è innanzitutto Gesù Cristo, secondo l’inno del Benedictus (Verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge=Oriente), poi è anche il punto cardinale verso il quale erano orientate le chiese, almeno fino al XVI secolo, in Occidente e ancor oggi in Oriente: sin dalle origini, tale orientazione era indicata dalla Croce posta nell’abside alla quale si rivolgeva il sacerdote. Mentre la liturgia “verso il popolo” favorisce la centralità della figura del ministro, finendo per fare della comunità un cerchio chiuso, lo sguardo ad Deum apre l’assemblea a quella che il Vaticano II ha definito dimensione escatologica della liturgia: cioè la presenza del Signore che viene in mezzo al suo popolo. La liturgia, nel suo ricco simbolismo, non è mai casuale: l’orientamento versus Deum per Iesum Christum (verso Dio attraverso Gesù Cristo), vuole ricordare che “siamo rivolti al Signore”. Per approfondire, consiglio lo studio di U.M.Lang, Rivolti al Signore, tradotto in più lingue.

Ma il sacerdote non è già colui che rappresenta Cristo stesso?
Certamente anche il sacerdote rappresenta Cristo (cfr. Sacrosanctum Concilium, n.7), ma non è Gesù Cristo, che è presente veramente, realmente e sostanzialmente solo nel Sacramento dell’Eucaristia. Perciò al centro della sacra liturgia ci deve essere Gesù Cristo e quindi, in modo particolare, il sacramento. E in modo significativo la Croce che da sempre ha indicato, per così dire, il punto cardinale a cui la preghiera si deve rivolgere. Il cardinale Sarah, in un momento in cui la deformazione antropocentrica della liturgia è forte, invita a ridare centralità alla Presenza divina, rappresentata dall’orientamento comune del sacerdote e del popolo verso la Croce.

Il cardinale ha detto che Papa Francesco gli ha chiesto di approfondire la cosiddetta “riforma della riforma” liturgica che fu promossa dal suo predecessore. Di cosa si tratta?Benedetto XVI ebbe a osservare che, nel riformare la liturgia dopo il Concilio Vaticano II, è come se ci si fosse trovati davanti ad un grande affresco di pregio che abbisognasse di restauro. Questo restauro però è stato fatto in fretta e in maniera aggressiva, al punto che si è rischiato di perdere l’affresco. Ecco perchè è importante studiare la “riforma della riforma”. Diversi studiosi di liturgia, come ad esempio Klaus Gamber e Louis Bouyer, avevano persino paventato la fine del rito romano a cui era subentrato una specie di rito moderno. Con la “riforma della riforma” Ratzinger ha proposto di rimetter mano al restauro in modo da salvaguardare l’integrità dell’affresco.

D’accordo, ma oltre alla questione dell’orientamento, quali altri aspetti pone questa “riforma della riforma”?
Ce ne sono diversi, posso accennare ad alcuni. Alla desacralizzazione della liturgia, ha contribuito anche l’abbandono del latino, sebbene la Costituzione liturgica chiedesse di conservarlo nei riti latini (cfr SC 36). La lingua latina, tra l’altro, è segno di unità e universalità della Chiesa. Poi c’è la questione del carattere sacrificale della Messa: le teologie eucaristiche del secolo XX hanno enfatizzato l’Ultima Cena, per dedurne che abbia fornito all’eucaristia la forma fondamentale, quella del banchetto o pasto, a scapito del carattere cosmico, redentore e sacrificale della Messa. Questo ci porta al cuore della riflessione teologica sul significato della Messa operata da Ratzinger. La mancanza di chiarezza, causata dall’apparente separazione del contenuto dogmatico e della struttura liturgica, sembra a Ratzinger, «il problema centrale della riforma liturgica». La “riforma della riforma” deve rimediare all’anomia – quasi non esistessero le norme – e all’anarchia nella liturgia, riaffermando i diritti di Dio su di essa. Nondimeno, ciò implica il restauro della disciplina della musica sacra e dei canoni dell’arte sacra, due ambiti strettamente congiunti alla liturgia.

Da dove cominciare?
Per esempio, Benedetto XVI aveva proposto e attuato, laddove il sacerdote non potesse celebrare rivolto fisicamente ad Oriente, di mettere la Croce sull’altare “verso il popolo” in modo che celebrante e fedeli avessero il punto verso cui orientarsi entrambi. La Croce e soprattutto il Tabernacolo, stanno ad indicare la Presenza del Signore crocifisso e risorto, che è quanto di più sacro ci sia e che rende la liturgia ‘sacra’, come recita la Costituzione liturgica. In poche parole, la “riforma della riforma”, secondo quella che mi sembra sia stata la mens di Benedetto XVI, postula la rinascita del sacro nei cuori. Laddove nei singoli rinasce il senso del sacro ecco che lì comincia e si attua la “riforma della riforma”.

Allora andiamo al cuore: cosa vuol significare la presenza del Signore nella liturgia?Innanzitutto possiamo dire che, se non ci fosse la presenza del Signore, la liturgia cristiana non avrebbe nessun senso. Sarebbe una auto-rappresentazione fatta da uomini: è solo la Presenza che rende sacra la liturgia. Sacro è qualcosa a cui è possibile avvicinarsi con riverenza e timore, quasi da non “toccare”: è la presenza divina. “Non mi toccare”, disse il Signore risorto a Maria Maddalena. E Pietro a Lui, sul Lago: “Allontanati da me che sono un peccatore”. La liturgia, infatti, può essere anche non sacra, come la cerimonia di apertura dei giochi olimpici. La liturgia è sacra perché c’è la presenza del Signore, e se c’è la Sua presenza io non posso fare quello che voglio, ma devo riconoscerla e adorarla, e devo avvicinarmi a Lui con tutti gli atteggiamenti e le disposizioni richieste. Per questo, sono molto gravi le deformazioni e gli abusi nelle liturgie odierne.

Per questo il cardinale Sarah fa riferimento, ad esempio, al gesto di inginocchiarsi?
Certo, la ragione per cui ci inginocchiamo è proprio la presenza del Signore nella liturgia. Si tratta di segni che denotano questa presenza. E non si tratta di una presenza “cronologica”, spazio-temporale, ma è innanzitutto spirituale, tanto dentro di me, quanto fuori di me, quindi tutti i segni, sempre, devono mostrare questo riconoscimento da parte del fedele. Per alcuni liturgisti, ad esempio, spostare il tabernacolo in una cappella laterale o su una colonna distante venti metri dall’altare dove si celebra ordinariamente, significa evitare un conflitto di segni: sarebbe come renderlo “meno presente”. Davvero, bastano venti metri per attutire la Presenza? A questo punto, cosa si dovrebbe intendere per “conflitto di segni”?

Il cardinale Sarah ha parlato della necessità di metter mano alla formazione liturgica dei sacerdoti, auspicando che venga anche insegnata la celebrazione della Messa nella forma straordinaria (comunemente detto ‘rito tridentino’). Per quale motivo?
Per un fatto molto semplice, perché anche Paolo VI, quando promulgò il nuovo Missale romanum, lo fece in continuità con il messale tridentino di quattro secoli prima. Egli voleva mostrare la continuità dei due messali, questo al di là del merito della questione. Quindi non conoscere, o peggio demonizzare, il rito precedente, è anche in conflitto con l’ordo di Paolo VI che, almeno stando alle dichiarazioni, è nato dall’antico. Anche in questo senso è molto importante che Papa Francesco abbia chiesto al cardinale di continuare a studiare la “riforma della riforma”.

Spesso nel dibattito intra-ecclesiale coloro che sono attenti alla celebrazione liturgica sono catalogati come conservatori, o peggio “ultraconservatori”. Persone legate a forme del passato, fissisti. Come la mettiamo?
Intanto bisognerebbe distinguere: se gli “ultraconservatori” fossero da demonizzare, forse i “conservatori” sarebbero una “specie” accettabile. Al di là della battuta, questa catalogazione rivela una idea politica della Chiesa. Mettersi ancora a dividere la Chiesa in “conservatori” e – presumo all’opposto – “progressisti”, oppure in “chiusi” contro “aperti”, significa cedere appunto a una riduzione politica che non appartiene al mistero divino-umano della Chiesa, corpo di Cristo e popolo di Dio. È una concezione che serve a dividere e a fare confusione, ma che è estranea a tutta la tradizione cattolica. Nel 1985, Joseph Ratzinger ebbe ad affermare, nel celebre libro-intervista a Vittorio Messori, Rapporto sulla fede, che era in crisi l’idea di Chiesa. A mio avviso, egli aveva visto lontano, e la crisi si è aggravata: se la Chiesa resta una e indefettibile, come dice Lumen gentium, dovrebbero esserci in essa solo cattolici – parola che evoca la totalità della verità (comprensiva della tradizione apostolica, patristica e teologica di tutti i 2000 anni della Chiesa) – che la vivono e la attualizzano oggi. Tutti gli altri che sono fuori, o sono ordinati ad essa, – ne siano consapevoli o meno – oppure sono contro di essa, perché pensano che la Chiesa vada relegata in una specie di museo, o la ritengono una realtà che debba seguire la mentalità del mondo, conformandosi al tempo presente. Attenti però: chi sposa la moda oggi, domani rimane vedovo. San Paolo nella lettera ai Romani (12,2), ha invitato proprio i cristiani di Roma a non conformarvisi. Per questo, penso che, perlomeno tra noi cattolici, sarebbe bene che riprendessimo ad usare i termini antichi, tipo “ortodossi” ed “eterodossi” – san Basilio distingue questi ultimi in eretici e scismatici – oppure, dalla storia più recente, quelli di “cattolici” e “modernisti”.

In che senso “modernisti”?
Preferisco questa ultima categoria – modernista vien da moda – perché credo che oggi nella Chiesa ci siano da un lato i fedeli che hanno un ‘pensiero cattolico’, per usare un’espressione di Paolo VI, cioè un pensiero che tiene insieme tutta la grande tradizione apostolica fino ad oggi, e di qui fa scaturire prudentemente ogni innovazione; e dall’altro gli in-fedeli, che scelgono invece da quel grande deposito della fede, solo quanto possa essere gradito alle voglie e ai capricci (scambiati per diritti) di uomini e donne contemporanei. Sono appunto “modernisti”, come aveva già ben capito san Pio X. Ma chi si comporta così, inseguendo il mondo, finisce davvero per dividere la Chiesa, in quanto annulla quella cattolicità e universalità che consiste nel tenere insieme nova et vetera, come il sapiente elogiato da Gesù nel Vangelo.

 



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