Dio non riunisca ciò che l’uomo ha separato: ma non è esattamente così

Dalla disputa di Silvio Brachetta ed altri con Padre Gargano sull’indissolubilità del matrimonio è uscito addirittura un libro.

Ne è venuto fuori addirittura un libro, tanta è l’evidenza dell’equivoco nell’ipotesi teologica di padre Guido Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, che in nome della misericordia avrebbe voluto persino alleggerire i precetti della Legge divina.
Tutto è nato dalla pubblicazione, in gennaio, di un saggio del monaco, da parte del vaticanista Sandro Magister, sul suo sito dedicato alla Chiesa. Secondo padre Gargano, si potrebbe anche giungere a legittimare il divorzio, perché Gesù avrebbe assecondato la durezza di cuore degli uomini, rendendo lecito così – come fu concesso da Mosè – l’atto di ripudio da parte del coniuge.
La debolezza di questa tesi non sta solo nel contenuto, ma nel fatto che il monaco camaldolese non l’abbia dimostrata, eludendo di portare a sua difesa l’insegnamento di un qualche Padre della Chiesa o Papa o Concilio.

Un libro dunque sta per essere dato alle stampe e si aggiunge al mare di critiche seguite alla pubblicazione delle tesi di padre Gargano. È titolato “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” e sottotitolato “Studio sugli insegnamenti del Nuovo Testamento su divorzio e seconde nozze in risposta al Prof. Guido I. Gargano”. L’autore è padre Gonzalo Ruiz Freites, dottore in esegesi biblica, docente di esegesi del Nuovo Testamento e vicario generale dell’Istituto del Verbo Incarnato. Lo comunica lo stesso Magister, che pubblica in anteprima il capitolo finale del libro.

Padre Freites è molto esplicito: «L’ipotesi di padre Guido Innocenzo Gargano non ha nessun sostegno in una esegesi seria dei testi da lui studiati, sia nel loro senso letterale, sia nei contesti immediati, sia nell’insieme della rivelazione del Nuovo Testamento».
E rincara: «Il suo è un tentativo fallito, inoltre, perché egli ha scelto i testi che voleva trattare in base ai suoi preconcetti e non alla precomprensione della fede dell’insieme del Nuovo Testamento. Poi, li ha studiati in maniera oltremodo parziale, senza una minima analisi esegetica sia dei testi come dei contesti. Infine, li ha forzati per poter trarre conclusioni che siano in accordo ai preconcetti con cui aveva iniziato».

Non si può dar torto, in tutta franchezza, a padre Freites: l’esegesi – l’interpretazione – dei Testi Sacri non può in nessun caso essere il frutto di un’opinione privata. I grandi Santi e Dottori della Chiesa, nelle loro opere, non si sono mai avventurati in congetture, ma hanno sempre attinto ai Santi e ai Dottori precedenti, per cui si tratta di pagine e pagine infarcite di citazioni. Qua sta l’umiltà del teologo: non presumere mai di sapere, farsi guidare dalla sapienza del Magistero, sezionare il Vangelo dietro la guida dei Santi Autori.

Lo scrive pure il Freites: «Ci vengono in mente le parole di san Girolamo, allorquando egli insegna che chi studia il testo sacro deve attenersi innanzi tutto “all’esatta interpretazione” e che “il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali bensì quelle dell’autore che viene commentato”. Altrimenti, egli aggiunge, “l’oratore sacro è esposto al grave pericolo, un giorno o l’altro, a causa di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Dio il Vangelo dell’uomo”».

E allora “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” di Gesù Cristo non diventi mai “Dio non riunisca ciò che l’uomo ha separato” di qualcun altro.



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