Dare a Dio quel che è di Dio. In Polonia è legge la chiusura dei negozi alla Domenica

Tra i tanti problemi che assediano l’evangelizzazione contemporanea – a Ovest come a Est del Danubio – non apparirà forse subito come il principale ma è un fatto che l’oscuramento della Domenica come Dies Domini (si ricorderà qui già un accorata Enciclica di Giovanni Paolo II in proposito) rappresenta invece una delle tendenze più recenti, […]

Tra i tanti problemi che assediano l’evangelizzazione contemporanea – a Ovest come a Est del Danubio – non apparirà forse subito come il principale ma è un fatto che l’oscuramento della Domenica come Dies Domini (si ricorderà qui già un accorata Enciclica di Giovanni Paolo II in proposito) rappresenta invece una delle tendenze più recenti, e crescenti, della secolarizzazione grave dei costumi e quindi anche della fede, soprattutto nelle metropoli e nelle grandi città. Al punto che persino per l’uomo-medio della strada orami si fa sempre più fatica a ricordare che è esistito un tempo in cui uno si alzava la Domenica, andava a Messa, tornava a casa e mangiava insieme alla famiglia finalmente riunita (il “mitico pranzo della Domenica”!), quindi passava il pomeriggio facendo visita ai parenti o comunque a una persona cara oppure anche riposando dalle fatiche della settimana. Tutto questo, che allora sembrava normale ma oggi lo è sempre di meno, era reso possibile da una cornice sociale – messa in discussione da nessuno – che rispettava pubblicamente il giorno del Signore nel senso che non Gli faceva concorrenza con altre attività o, peggio ancora, tenendo aperti negozi e centri commerciali. Oggi invece in tante, tantissime grandi città può accadere che tu ti alzi la mattina e il tram-tram attorno a te è praticamente lo stesso degli altri giorni, tale e quale. Sono infatti aperti gli esercizi commerciali e persino le palestre, i negozi di abbigliamento e ovviamente tutta la catena della ristorazione. E poi c’è il campionato di calcio, naturalmente, e poi le nuove uscite ai cinema da non perdere, e poi il cartellone teatrale che cresce, e poi il concerto dell’ultimo talento, e poi i musei con le visite e metà prezzo, e poi la fiera di questo e di quest’altro, e poi lo shopping all’outlet appena aperto, e poi le librerie e poi e poi e poi…Per il consumatore-utente tutto questo è comodo, si capisce. Non lo costringe a fare piani programmati per tempo, gli dà la possibilità di una gamma di scelte sempre aperte, e a qualsiasi ora, garantendogli che tanto – anche alla Domenica – se serve qualcosa si può sempre fare, regalare, o comprare.
C’è solo un ‘piccolo problema’ con tutto ciò: che non è quello che desidera Dio, anzi è abbastanza certo che è proprio quello che Lui non vuole. Ed è talmente certo che, per evitare che ce lo dimenticassimo, lo ha persino fatto mettere per iscritto nel Decalogo, al terzo comandamento. Non proprio un precetto vago di dubbia interpretazione con la nota dotta dell’esegeta a piè di pagina insomma. Come se non bastasse, la Parola di Dio, è colma di riferimenti in proposito ricordando che invano lavora l’uomo senza la benedizione del Signore (vedi per esempio al Salmo 126 o al capitolo 10 del Libro dei Proverbi). Forse questa è un’altra delle caratteristiche dell’uomo ‘moderno’ che si approccia al lavoro prescindendo dalla benedizione di Dio e quindi andandogli anche contro come se nulla fosse. Per chi come il sottoscritto proviene da una famiglia contadina non è difficile ricordare come e quanto invece le nostre nonne e i nostri nonni tenessero alla protezione e alla benedizione di Dio sul loro lavoro al punto da appendere croci e rosari alle finestre ogni volta che una brutta stagione minacciava di distruggere il lavoro dei campi di un anno intero. Si dirà che erano le usanze antiche di una società contadina, ma proprio qui sta il punto: per i componenti di una società contadina era ovvio che se il Padreterno non faceva piovere, o faceva piovere troppo, le famiglie non avrebbero avuto di che mangiare e andare avanti. Per questo non ho mai sentito mia nonna dire che la Domenica non si deve lavorare, la sola affermazione le sarebbe sembrata di una assurdità ridondante come uno che facendosi serio all’improvviso dicesse “una giornata si compone di 24 ore”. Quantomeno, verrebbe guardato strano da tutti gli altri. Potrei forse aggiungere che una delle cose che mi colpì di più quando andai a Medjugorje, a proposito di Europa dell’Est, fu la risposta di una signora del luogo quando un mio amico chiese (ed era proprio una Domenica) dove poter andare a comprare dei ricordini da riportare in Italia. Al che la signora croata rispose serenamente: “Da nessuna parte. Qui da noi la Domenica sono aperti solo i mussulmani”. Una risposta, appunto, che avrei potuto sentire anche da mia nonna, per dire che quelle due donne a migliaia e migliaia di chilometri di distanza condividevano la sostanza fondamentale della stessa fede. Fatta questa premessa, si può capire quindi che cosa possiamo pensarne noi della legge approvata nei giorni scorsi dal Parlamento polacco che stabilisce – entro il 2020 – la chiusura dei negozi alla Domenica regolamentando le aperture minime nei giorni di festa e decretando tassativamente le eccezioni. Una proposta di iniziativa popolare in assoluta controtendenza – promossa dal sindacato dei lavoratori Solidarnosc, guarda un pò – e stando ai sondaggi, a cui non abbiamo difficoltà a credere, sposata dal 70% dei polacchi. Sembra poco, ma è tantissimo di questi tempi. Riportare la Domenica al posto che Le spetta aiuta a comprendere una serie di basi fondamentali anche della Dottrina sociale della Chiesa nel suo insieme e quindi della missione: la centralità di Dio nel mondo e il suo piano di salvezza, la dimensione pubblica della fede e la politica dei doveri che precede i diritti, la distinzione tra il piano spirituale e temporale che sono sì cose diverse, ma non separate. E’ arcinota e stracitata la frase di Gesù nel Vangelo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12,13-17; Mt 22,15-22; Lc 20,19-26). Solo che – non si capisce perché – quasi sempre viene utilizzata per fondare le supposte pretese della secolarizzazione anziché le legittime esigenze del Creatore. Infatti, se ci pensate bene, ogni volta che la sentite è perché qualcuno – stringi stringi – vuole ridurre lo spazio, l’azione di grazia, e talvolta persino il primato di Dio. Ma il Signore non ha detto questo. Ha detto proprio di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Ora, letteralmente il termine “Domenica” significa “Giorno del Signore”, quindi dovrebbe essere, come dice la parola, del Signore. Del Signore. Non di un pinco pallino. Si legge come è scritto. Del Signore. Facile facile. Dai. Del Signore. Del Signore. Che cosa ci sia poi di così difficile da capire in una cosa del genere francamente proprio non lo so.



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