Credere nella biologia è un crimine. Il campus cattolico sospende l’impiegata che nega il gender

La dipendente della Loyola Marymount di Los Angeles aveva detto di non accettare l’esistenza del genere neutro

Credere che al mondo esistano solo due generi, maschio e femmina – cioè credere nella biologia, ha scritto la National Review – può essere “un crimine d’odio”. Almeno così la pensano alla prestigiosa e antica Loyola Marymount di Los Angeles, l’università cattolica gesuita fondata nel 1865. Un’impiegata dell’ufficio Alumni, da quindici anni dipendente del campus, è stata sospesa perché avrebbe negato – e a confermarlo è una delle “vittime” – i presupposti del transgenderismo. I fatti risalgono al 14 aprile scorso, le versioni differiscono a seconda di chi parli, ma tutte concordano su un punto: l’impiegata (senza nome) avrebbe dichiarato che da cattolica non può ritenere che al mondo esista il genere neutro. E lo avrebbe dichiarato all’interno dell’istituzione cattolica.

Tutto ha inizio quando tre studenti denunciano che i manifesti per la Rainbow Week (o Settimana arcobaleno) erano stati rimossi dai muri dell’università e “posizionati dietro un bidone della spazzatura”. Quando tentarono di riattaccarli, ecco spuntare l’impiegata che – lo scrivono sempre gli accusatori – “ha iniziato una conversazione con tre giovani riguardo le questioni lgbt e si è rivolta a uno degli studenti come un uomo, benché la persona in questione avesse informato la signora di voler essere identificato come ‘neutro’”. I tre hanno chiamato in causa il Bias (una squadra incaricata di indentificare e rispondere adeguatamente a tutti gli incidenti che si verificano nel campo) e perfino la polizia di Los Angeles. Cosette Carleo, una degli studenti coinvolti nel caso, ammette che ciascuno “possa avere la propria opinione”, fino al punto però da “non negare la mia esistenza”. E negare l’esistenza di un terzo genere, insomma,  significa sostenere che la persona in questione non esiste.

Carleo s’è detta “scioccata” per quanto avvenuto. Il marito della dipendente sospesa ricorda che la moglie aveva subito accennato all’episodio, dicendosi felice per aver potuto conversare con studenti membri del gruppo lgbt della Marymount University che promuovevano nel campus la “pansessualità”. “E’ pura spazzatura”, ha scritto David French sulla National Review: “Non c’è alcuna prova che la funzionaria abbia rimosso i cartelli. E’ solo accusata d’aver affermato fatti biologici e opinioni personali”, e fino a prova contraria, “non è criminale affermare fatti biologici riguardo il genere. Non è criminale affermare la dottrina tradizionale della chiesa sulla sessualità. Non è criminale farlo con passione, rabbia o a voce alta. Il fatto che la il Bias dell’università abbia chiamato in causa il dipartimento di polizia di Los Angeles è uno scherzo patetico”.

Non è la prima volta che la Marymount di Los Angeles balza all’onore delle cronache per questioni legate al proprio essere istituzione cattolica. Tre anni fa la “Renew Lmu”, gruppo che metteva insieme studenti, alumni e finanziatori decisi a “rafforzare l’originaria identità cattolica”, lanciò una protesta corale contro gli altoparlanti che nel campus diffondevano slogan a favore dell’aborto e porte delle aule con adesivi pro-choice appiccicati sopra. Stavolta, ironia della sorte, una mano alla funzionaria sospesa potrebbe darlo il gruppo lgbt riconosciuto dall’università, che tende a sminuire la versione data da Cosette Carleo: nessuno ha urlato, l’aggressione non c’è stata, tanta gente è passata di lì e non ha ritenuto necessario intervenire. La dipendente indagata, intanto, chiama in causa il giornale ufficiale del campus, il Loyolan, che si è limitato a citare la versione dei tre studenti. “E’ chiaro che mia moglie è stata diffamata, l’università non l’ha neanche chiamata per verificare quello che c’era scritto sul periodico”, ha commentato il marito: “E’ la prova che la verità è un valore che si sta estinguendo”. Anche in un’istituzione cattolica.

di Matteo Matzuzzi

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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